Tour nella Casa dell’Arciprete
(come dentro uno scrigno)

Photocredit BergamoPost/Mario Rota.

 

Il Tour Dimore Storiche di Bergamo ha presentato qualche settimana fa l’edizione 2016 di DimoreDesign: tutte le domeniche dal 4 al 25 settembre, cinque residenze nobiliari aprono le loro porte al pubblico e accolgono l’estro di cinque celebri designer. Protagonisti della sesta edizione della rassegna sono stati gli artisti Alessandra Baldereschi (Palazzo Agliardi), Atelier Biagetti (Palazzo Terzi), Clino Trini Castelli (Villa Grismondi Finardi), Alessandro Guerriero (Palazzo Moroni) e Viabizzuno (Casa dell’Arciprete). E proprio quest’ultima, Casa dell’Arciprete, è la preziosa new entry della collezione di palazzi ammirabili dal pubblico.

 

Al 3 di via Donizetti, che oggi accoglie il Dipartimento di Lingue e letterature straniere dell’Università di Bergamo, dietro l’elegante portone si nasconde un piccolo gioiello storico-architettonico, sorto in quel luogo attorno all’anno 1520, non si sa per volontà di quale committente. Si chiamava Casa Fogaccia, dal nome della famiglia che la possedeva nel Settecento, ed è detta oggi dell’Arciprete, perché fu lasciata in eredità nel 1840 agli arcipreti del Capitolo del Duomo.

 

 

La facciata di marmo. Già da fuori si pregusta il capolavoro: la facciata che dà sulla strada è rivestita in marmo, tutto proveniente dalle cave della valletta trasversale al Serio a monte di Nembro, e, assieme alla lezione bramantesca sul Palazzo del Podestà e all’eredità decorativa della Cappella Colleoni, è esempio di come fosse stato accolto e reinterpretato il gusto tutto veneziano per le policromie marmoree.

La facciata, poi, è divisa orizzontalmente da trabeazioni sostenute da lesene corinzie, che creano un ritmo a tre spazi: due laterali, dove si adagiano le porte ad e una finestra rettangolare deliziosamente decorata con finta prospettiva. L’ingresso è decentrato, nella porta di sinistra, per via della conformazione del cortiletto interno, disposto lateralmente proprio per non consentire un accesso centrale. Se si sale con lo sguardo al secondo e al terzo piano, un gioco di finestre ad arco, edicole un tempo affrescate e porte-finestre con parapetto in ferro completano l’elegante gioco.

Una chicca: se guardata frontalmente, la facciata presenta scompensi di proporzioni, che si annullano invece con la vista da sotto in su, grazie a una sagace consapevolezza architettonica. Del resto, l’edificio fu progettato dal grande architetto bergamasco Pietro Isabello, allora non ancora così conosciuto, ma artista già di notevole statura, ed è evidente la sua somiglianza con altre opere dello stesso, come il chiostrino di San Benedetto, palazzo Grataroli in via Pignolo e l’abside di San Pietro ad Alzano.

Il cortile. Ma entriamo ora in questo grazioso scrigno. L’androne, un tempo affrescato con soggetti di storia romana, conduce nel cortile lastricato in pietra, che non ha portici né loggiati, ma, su tutti quattro i lati, una balconata sostenuta da mensoloni curvi, e, più in alto, un giro di piccole finestre tonde. Anche qui, porte e finestre sono circondate da cornici marmoree.

Le sale interne. Sulla destra del cortile vi sono poi le scale che conducono ai piani superiori, che una volta ospitavano il Museo Diocesano di Bergamo e oggi accolgono il Dipartimento di Lingue e letterature straniere dell’Università di Bergamo. Anche se colonizzate da scrivanie e sedie contemporanee (piuttosto stridenti col contesto), le sale interne conservano tre curiosi tratti affrescati raffiguranti composizioni paesistiche di fantasia, con case, chiese, torri, elementi collinari e di verde, laghi e barche, da far risalire quasi sicuramente al periodo settecentesco di proprietà Fogaccia.

E sempre alla volontà della famiglia Fogaccia va attribuito il complesso decorativo di alcuni decenni più tardi, con due salette a volta: la prima a sedici spicchi dipinti con fregio, la seconda rettangolare con motivi ornamentali neoclassici (tra gli altri, il grazioso motivo di un tempietto a colonnette e festoni che richiama una fontana). Anche un altro locale, decorato con mazzi di fiori e draghi alati, è di gusto neoclassico, seppur di epoca più tarda, così come tutta la parte dell’edificio che sta tra il cortile interno e via Donizetti, le cui decorazioni risalgono ai primi decenni dell’Ottocento.

In una delle sale, ad effetto particolarmente grandioso, operò il più grande artista del tempo: Vincenzo Bonomini. Qui, colonne corinzie, profilate contro il fondale di cielo chiaro, reggono una trabeazione a finte mensole con fregio. E, in tre riquadri decorativi a figure in chiaroscuro, vengono evocati antichi episodi di vita romana, del tutto affini a quelli che si possono ritrovare nel salone del fu Conservatorio Musicale.

Nota di bellezza finale: oggi la dimora espone anche quadri di Moroni, sculture di Fantoni e disegni di Manzù.

I proprietari. Si è detto, nel Seicento-Settecento la casa era di proprietà della famiglia Fogaccia. Prima è difficile avere nomi e date certi: si sa soltanto, grazie a documenti d’archivio, che i clusonesi Fogaccia la acquistarono da tal Francesco Arici nel 1675. Per poi essere consegnata agli arcipreti nell’Ottocento.

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