Cassiglio, la bella danza macabra
e un paio di altri tesori artistici

Chi risale la Valle Brembana seguendo la direttrice della post-medievale via Priula verso il Passo di San Marco incontra, in prossimità dell’abitato di Olmo al Brembo, la deviazione per la Val Stabina che porta fino a Valtorta e da lì alla Valsassina. Lungo questo percorso si attraversa Cassiglio, un piccolo abitato di circa un centinaio di abitanti («Siamo sempre di meno», dice una signora incontrata in una rigidissima mattinata di dicembre), conosciuto agli appassionati di escursionismo in montagna perché da qui parte il sentiero CAI 101. Al turista più attento non sarà sfuggito che sulle facciate di alcune vecchie case del paese fanno bella mostra di se’ alcune figure affrescate che i più conoscono come “la danza macabra” di Palazzo Milesi.

Ma andiamo con ordine, perché questo non è l’unico e più antico tesoro del paese, dato che a circa un centinaio di metri a valle sorge la chiesa parrocchiale intitolata a S. Bartolomeo, consacrata nel 1468 e che, in seguito ad una serie di ampliamenti e rimaneggiamenti, si presentava esternamente sobria e disadorna. Almeno fino all’intervento di restauro di alcuni anni or sono che interessò, in particolare, la facciata prospiciente la strada, dove i tecnici riportarono alla luce un lacerto incompleto di un grande affresco raffigurante una danza macabra. Realizzato certamente nella seconda metà del Quattrocento (verosimilmente nel 1468 o negli anni immediatamente successivi), l’affresco venne nascosto da successivi strati di intonaco.

Che cos’è una “danza macabra. Il nome deriva da maqabir, مَقَابِر, che in arabo significa “cimitero” e s riferisce a un particolare tema iconografico tardo-medioevale nel quale è rappresentata una danza fra uomini e scheletri, solitamente alternati. La prima di queste rappresentazioni sembra sia stata quella, ora perduta, ubicata presso il cimitero dei Santi Innocenti di Parigi, databile all’anno 1424, ma che è stata di ispirazione per tutte le altre danze fiorite ben presto in tutta Europa (Svizzera, Inghilterra, Germania, Bretagna, Scozia, Slovenia, Austria, etc.), tra Quattrocento e Cinquecento, con attardamenti fino al Settecento. Per quanto riguarda l’Italia, il primo ciclo di questo tipo è la Danza Macabra di Saluzzo, datata 1430-1460 mentre particolarmente famoso e oggetto di molti studi è il ciclo di Clusone del 1485, di cui l’affresco di Cassiglio potrebbe essere un predecessore (per un elenco dei cicli di affreschi, qui).

In queste raffigurazioni, solitamente i partecipanti alla danza non erano disposti in ordine casuale ma seguivano una gerarchia; inframmezzati a scheletri e cadaveri danzanti simbolo della morte, venivano le principali figure-simbolo del potere dell’epoca: il papa, l’imperatore, l’imperatrice, il cardinale e il re, il vescovo, il duca e via via nobili, notabili, militari ed ecclesiastici fino a giungere al popolino e ai neonati.

La Danza Macabra di Cassiglio. Anche il nostro affresco segue questa modalità: i personaggi sono disposti su due file sovrapposte. Dapprima (fascia in alto a sinistra) incontriamo la figura del papa affiancato da un personaggio di rango elevato di un ordine monastico. Interessantissimo notare le puntuali corrispondenze tra l’iconografia dell’affresco di Cassiglio con raffigurazioni dello stesso periodo:

Il papa, per esempio, riconoscibile dalla tiara (l’alto copricapo ad ogiva al quale si applicavano dopo il 1314 tre corone), può essere avvicinato alla raffigurazione presente nella carta dei Tarocchi conservata alla biblioteca Pierpont-Morgan di New York e datata 1450 ca. Alla destra viene l’Imperatore con un copricapo con corona ed in mano scettro ed orbe terraqueo simbolo del potere temporale sul mondo e poi una serie di nobili identificati tutti da scettri e cappelli di diverse fogge avvicinabili a raffigurazioni iconografiche coeve. Nella seconda fascia i personaggi sono più rovinati e meno leggibili ma si intuiscono dei personaggi femminili e la presenza di scheletri con lunghe chiome bionde. Queste raffigurazioni macabre avevano lo scopo religioso di ricordare a tutti i fedeli l’ineluttabilità della fine e di mostrare come di fronte alla morte gli esseri umani siano tutti uguali.

L’affresco di Casa Milesi. All’ineluttabilità della morte si rifà anche l’affresco settecentesco di Casa Milesi definito, a torto, come Danza Macabra. In realtà non si tratta di una raffigurazione di una teoria danzante ma di qualcosa di ben diverso e singolare. La narrazione avviene su un unico piano ed è distinta in due parti: sulla sinistra troviamo due musici, un cantante e un suonatore di mandola, intenti a fare una serenata a una dama affacciata alla finestra, per conto di un signore che osserva la scena. I costumi dei quattro personaggi paiono usciti direttamente dalla commedia dell’arte e ci riportano nell’ambiente veneziano del Settecento: lui pomposamente vestito di un abito color porpora, lei con indosso un ricco vestito, parrucca impomatata colta nell’atto di accarezzare il suo animaletto da compagnia.

Se lo sguardo si sposta verso sinistra, la scena cambia radicalmente: ecco che uno scheletro arciere, alle spalle del signore indaffarato nel suo corteggiamento mondano, sta per incoccare la freccia con cui lo trafiggerà. Il movimento è sospeso: non si sa quando questo avverrà se presto o tardi ma potrebbe essere in qualunque istante. Dietro questo simbolo della morte ecco due anziane figure dai costumi dimessi, forse un operaio delle miniere o dei forni o della valle ed una pia donna con in mano un rosario, lo seguono incatenate.

Il motivo iconografico dello scheletro arciere che trafigge i vivi può ricollegare questa raffigurazione, per esempio, al Trionfo della Morte dell’Oratorio dei Disciplini di Clusone, ma non è avvicinabile ad una danza macabra. Siamo bensì alla presenza di un dipinto riferibile al filone del memento mori e della vanitas che diventano popolari nella pittura cristiana della Controriforma, nell’ambito della natura morta di cui l’esempio più tipico è quello di un teschio posizionato accanto a fiori o frutta, ma anche in scene in cui la morte avvicina dei viventi intenti alle loro attività mondane.

Ma le singolarità dipinte sul palazzo Milesi non terminano qui: sul fronte opposto alla strada galline e galli razzolano indisturbati sulla facciata mentre al di sotto della scena del Memento Mori un orso ci guarda da dietro un cipresso, una scimmia è intenta a cogliere dei fiori, mentre un cane, quasi completamente sparito, corre allegramente, mentre una colomba con in bocca un ramoscello di ulivo ed un buffo animaletto bianco fanno capolino dalle finte finestre ovali dipinte sul sottotetto.

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