Martinengo, da non perdere

Grazie alle Giornate castelli aperti, sette comuni della pianura bergamasca, ogni prima domenica del mese, apriranno congiuntamente le porte dei loro castelli, palazzi e borghi medievali (qui il sito ufficiale). Domenica 3 maggio è il terzo appuntamento dell’iniziativa, inaugurata due mesi fa. Ecco cosa scoprire a Martinengo.

 

Martinengo, di origini romane, dopo aver visto sfilare sulle sue terre longobardi, franchi, guelfi e ghibellini, nel corso del Trecento, come altri paesi della bassa bergamasca, passò nelle mani dei Visconti. I signori milanesi ingaggiarono ben presto un lungo conflitto con la Repubblica di Venezia, che terminò con la pace di Ferrara (1428). Il borgo transitò allora nell’orbita della Serenissima, la quale diede in concessione i territori comunali a Bartolomeo Colleoni. Ed è proprio il celebre condottiero che ne segnò in modo decisivo lo sviluppo, scegliendo Martinengo come luogo di residenza prima di trasferirsi a Malpaga.

La cinta muraria e il fossato. Colleoni rafforzò la cinta muraria e il fossato che circondavano il paese, di cui rimane traccia nel canale che racchiude oggi il centro storico, seguendo il quale si percorre una piacevole passeggiata tutt’intorno, tra il verde degli alberi e le anatre che ne animano le acque. Nel cuore del paese, all’altezza dell’attuale via del Castello, era collocata la costruzione fortificata più antica, la cui fondazione risale al X secolo: sede delle principali istituzioni per tutta l’epoca medievale, fu lo stesso Colleoni a dotarla di una sopraelevazione più snella, trasformandola in una sorta di casa-torre, oggi purtroppo non accessibile.

La Casa del Capitano. La sua indole di uomo di guerra si espresse in un’altra opera difensiva, comunemente chiamata Casa del Capitano. Rocca trecentesca costruita in epoca viscontea per rafforzare le mura cittadine e il relativo fossato, mantenne a lungo l’impianto originario, con un ingresso dotato di ponte levatoio (a est, verso il centro), mura merlate e un suo fosso difensivo, fino all’acquisto da parte del Colleoni, che lo trasformò in abitazione privata per la moglie Tisbe Martinengo e le sue celebri otto figlie. La campagna di costruzioni promossa da Bartolomeo Colleoni non ebbe solo carattere militare, ma interessò anche i luoghi di culto, a partire dalla promozione della nuova chiesa dedicata a Sant’Agata (anche se il rifacimento ottocentesco ha quasi totalmente annullato l’originario stile tardo gotico lombardo).

Il monastero delle Clarisse. Il monastero della Clarisse, con l’annessa chiesa di Santa Chiara, fu invece fondato per esaudire un voto espresso dalla moglie, morta nel 1471. Il complesso, oggi sede di una scuola statale e di associazioni culturali, ha avuto vicissitudini storiche complesse, che lo hanno portato a perdere quasi completamente la sua aura spirituale, soprattutto nel chiostro interno, che dovremmo immaginare aperto e loggiato. Tutta la bellezza del luogo si respira ancora entrando nella piccola chiesa, nonostante il suo interno versi in gravi condizioni di abbandono. Il ciclo di affreschi visibile sul tramezzo centrale (la parete che divideva l’aula della chiesa dedicata alle suore di clausura da quella pubblica) è attribuito a un ignoto autore chiamato “Maestro di Martinengo”, esponente di una cultura pittorica quattrocentesca vicina a Mantegna. La parete guardata dai fedeli narra le storie di Santa Chiara, poco leggibili, mentre il lato opposto, destinato alla meditazione delle religiose, è dominato dalla Crocifissione e dalla Deposizione dalla Croce. Grandi riquadri centrali all’interno di finte cornici (ai lati si riconoscono l’Annunciazione nei registri superiori e i santi Francesco e Gerolamo in quelli inferiori), la cui narrazione gioca sulla forte espressività emotiva dei personaggi, secchi e spigolosi come l’arido paesaggio che li circonda.

Il convento francescano. Il convento francescano di Santa Maria Incoronata, l’altro edificio sacro colleonesco, fu fatto costruire fuori dalle mura intorno al 1475. Gemello di quello cittadino per la presenza della chiesa, del chiostro grande e del campanile a cuspide conica, è l’attuale sede della Congregazione della Sacra Famiglia, che vi ha fondato un’istituzione scolastica. Oltre al chiostro, rifatto nell’Ottocento ma nel quale ancora si respira l’atmosfera placida della vita francescana, è possibile visitare la chiesa, che presenta una semplice facciata a capanna. L’interno è diviso in due parti da un tramezzo: la zona pubblica destinata ai fedeli, verso la porta d’ingresso, e la seconda aula, destinata ai frati francescani, prossima alla zona presbiteriale. La parete, forata da tre arcate a sesto acuto, è stata affrescata da Pietro Baschenis, tra il 1623 e il 1627, con i momenti salienti della Passione di Cristo. È ancora una volta l’imponente Crocifissione il perno portante della narrazione, animata da figure sacre e cavalieri disposti secondo schemi convenzionali tipiche della bottega dei Baschenis. Lo stesso autore decorò anche soffitto e sottarco della prima cappella a sinistra, dedicata a San Francesco.

Stazionando nell’aula sacra, la cui a crociera è dipinta con un cielo stellato risalente agli inizi del Novecento, si possono ammirare gli affreschi della zona presbiteriale, più antichi. L’Annunciazione dell’arco trionfale è stata attribuita allo stesso Maestro di Martinengo attivo presso le Clarisse: l’Angelo annunciante sulla sinistra e la Madonna sulla destra sostano in due ambienti prospetticamente definiti, su cui si snoda una nitida città medievale. Nella zona absidale si trova invece il ciclo più antico, attribuito a un artista riconducibile alla cerchia dei fratelli Bembo, attivi a Cremona e a Brescia nel Trecento, caratterizzati da un gusto gotico cortese. Nello spicchio centrale del catino absidale si osserva l’affresco che dà il titolo alla chiesa stessa: l’Incoronazione di Maria, attorniata dai cori angelici. Completano la decorazione i Dottori della Chiesa con gli Evangelisti (crociera sopra l’altare maggiore) e una serie di sante francescane (primo sottarco).

Il Filandone. Se ci si vuole davvero vantare di aver visto Martinengo, non si può infine assolutamente perdere la visita del Filandone.  La storia più recente, anch’essa ormai quasi dimenticata, rivive in questo valido intervento di recupero. Lo stabilimento di lavorazione e filatura della seta, eretto tra il 1872 e il 1876, portò un grande impulso lavorativo alla semplice economia rurale del paese. L’elegante stile neogotico gli ha valso il nome di “cattedrale del lavoro”. Dismessa negli anni Cinquanta, dopo un lungo periodo di abbandono, la filanda è stata finalmente acquistata dal Comune (1982), che si è impegnato nel restauro. Ne è risultato un recupero funzionale di forte impatto che, se ha restituito gli spazi alla comunità (con la creazione di un polo culturale che comprende biblioteca comunale, sala consiliare, una sala espositiva e l’archivio storico), allo stesso tempo è stato capace di mantenere inalterato quel fascino che solo l’archeologia industriale sa esprimere.

Non è un caso che Ermanno Olmi, nel 1977, vi girò alcune scene del suo L’albero degli zoccoli. E se chiedete in paese, troverete sicuramente qualche persona di mezza età che, proprio in quell’anno, vestiva il grembiulino della scuola e, insieme ai compagni e alla maestra, ha avuto la fortuna di trascorrere una giornata in compagnia del maestro vincitore di una Palma d’oro.

[Foto ©Arianna Bertone]