Il centro di Bergamo senza traffico?
L’Europa dice che il futuro è lì

Quarantasettemila persone hanno affollato il centro cittadino per la Donizetti Night. Una grande festa che potrebbe essere considerata anche una prova generale. Sì, perché la chiusura alle auto dell’asse da piazza Pontida a piazzetta Santo Spirito è sembrata riconciliare i bergamaschi con la loro città. Allora perché non ripeterla tutti i fine settimana? Perché non immaginare una Bergamo possibile in cui sia la gente, e non le macchine, a essere protagonista? Ne abbiamo parlato con l’architetto Alberto Soci, di Bonate Sotto, dottore di ricerca in Composizione Architettonica al Politecnico di Milano e di Ingegneria Edile-Architettura all’Università di Brescia.

Architetto, la chiusura progressiva del centro potrebbe essere una buona idea?
«Tutte le città si stanno muovendo bene o male in questa direzione. Nel Nord Europa fa ormai parte di una consolidata cultura, come anche nel Sud Europa dove, con tempi differenti, si stanno cominciando ad attuare piani per rivedere in modo critico le politiche urbanistiche degli ultimi trent’anni. Bergamo in Italia potrebbe diventare in tal senso una città all’avanguardia, un esempio, un modello. Se fossi un amministratore comunale, prenderei in considerazione questa ipotesi di sviluppo. Alcune città straniere che per dimensioni possono essere paragonabili alla nostra hanno raggiunto risultati impor tanti».

 

Alcuni dei 47mila partecipanti alla Donizetti Night

 

A chi sta pensando?
«Alla città spagnola di Pontevedra, in Galizia. Conta 83mila abitanti e in maniera graduale ha liberato tutto il centro dalla presenza delle auto, rivedendo la viabilità urbana e studiando attentamente le zone dove intervenire. I viali sono diventati boulevard per passeggiate, i controviali spazi dedicati agli esercizi commerciali che possono espandersi verso l’esterno. Bar, ristoranti e negozi sono usciti dal confine dei muri perimetrali dando vita a un nuovo rapporto con la città. Questa operazione è stata premiata a livello internazionale nel 2013 con l’Onu Habitat per la qualità urbana e le politiche dell’accessibilità».

A Bergamo sarebbe possibile una soluzione simile?
«Assolutamente sì, certamente non in modo estemporaneo, ma mediante un’attenta, coordinata e condivisa programmazione multidisciplinare. È un percorso, questo, per restituire la città a coloro che la vivono. Bergamo si presterebbe perché per dimensioni, struttura urbana e storia potrebbe benissimo sostenere un’operazione simile. Se la stessa cosa dovessimo farla a Milano, Roma o Torino sarebbe tutto molto più complicato: in questi casi o lo si impone o non si riesce».

Quali vantaggi vede?
«Liberare il centro dalle auto potrebbe voler dire riappropriarsi di una parte di città che nel tempo i cittadini di Bergamo hanno vissuto, o meglio subìto, in maniera diversa. Il fatto di riportare la gente in centro, e farlo rivivere, restituisce alla città la sua dimensione più vera».

 

Foto Bergamopost/Devid Rotasperti

 

Oggi il centro città si è spostato nei centri commerciali.
«Appunto, chiudere il centro al traffico vorrebbe dire anche andare controcorrente rispetto ai grandi poli esterni, che sono diventati oggi, a tutti gli effetti, dei centro città – forisburgus –, ma estraniati dal contesto e dalla tradizione. Se uno entra in un centro commerciale a Bergamo o a Torino troverà ambienti molto simili. Invece la vera ricchezza sta nella singolarità delle nostre città».

Come andrebbe fatta la chiusura?
«Deve essere congegnata e ponderata da un punto di vista urbanistico sostenendo la viabilità e garantendo comunque una fruibilità della città» .

I commercianti sarebbero i primi a opporsi…
«Se è un’operazione meccanica di chiusura di spazi, gli esercenti hanno tutto il diritto di alzare le barricate. Serve una progettualità e non è solo una questione di carattere urbanistico, ma politico e strategico. Il centro città non può rimanere una terra di nessuno destinata ai pedoni, ma deve avere una definizione di nuove funzioni. La cosa più importante è che tutto venga messo a sistema: al tavolo si devono sedere la parte urbanistica, la parte economica, quella progettuale, se vogliamo anche quella architettonica, perché anche solo la questione dell’urban design diventa decisiva».

 

Foto Bergamopost/Devid Rotasperti

 

Non bastano le transenne, insomma.
«Far piovere le cose dall’alto non ha mai funzionato. Mettere delle transenne e dire che da lì in poi non si passerà più non è chiudere il centro, ma creare quella che gli urbanisti chiamano una “discrasia urbana”. Che non funzionerà. Se invece i commercianti avranno l’opportunità di utilizzare più spazi anche all’esterno del negozio, di una maggiore vivibilità e sicurezza, si otterrà un risultato capace di accontentare tutti. I grandi cambiamenti necessitano di una concertazione fra tutte le parti in causa. Creare un luogo a Bergamo in cui tutto questo venga messo sul tavolo penso sia possibile. Semplice non lo so, ma di sicuro è possibile».

Bergamo è una città particolare, ha due centri.
«Sicuramente. Ha un polo storico, Città Alta, e un polo di natura commerciale, nato in un secondo momento intorno alla grande fiera di Sant’Alessandro. Una dualità che la rende molto stimolante. Henry Pirenne, storico, sociologo ed economista a cavallo tra l’Otto e Novecento, ha elaborato il concetto di “poleogenesi” della città. Egli affermava che gli antichi borghi-città fortificati erano per natura il polo governativo, dell’amministrazione politica e spirituale. Bergamo Alta era antiquus burgus. Dopodiché la necessità di creare un luogo per i liberi scambi commerciali ha portato alla costruzione di una città bassa. Col passare del tempo Città Alta si è, per così dire, musealizzata (col rischio di allontanare i bergamaschi dalla loro città), mentre Città Bassa ha assunto la valenza di vera e propria città, di luogo dello stare e del vivere. La struttura e il fascino di Bergamo è in questa dualità».

 

Foto Bergamopost/Devid Rotasperti

 

E chiudere il centro di Città Bassa che cosa significherebbe?
«Da un lato poter restituire un’importante parte della città alla vita collettiva, quello che nell’antica Grecia era l’agorà, dall’altro lato poter pensare che nel tempo si possa salire dal centro alla parte storica in un continuum totalmente pedonale: dalle porte di Città Bassa al cuore di Città Alta. Ma questo deve essere un percorso graduale e da verificare con la dovuta attenzione».

A sentir lei sembriamo quasi in ritardo.
«Tenga presente che è dal 1926 che si parla di pedonalizzazione delle città. La prima è stata Essen, in Germania. Già allora il fine era quello di rafforzare il centro rispetto a uno spostamento delle funzioni vitali verso la periferia. Fu un’operazione che diede buoni risultati. Nel ‘53 ci fu Rotterdam che decise addirittura di chiudere totalmente il centro storico».

Non mi sembra che Rotterdam si possa paragonare a Bergamo.
«No, ma non mancano le analogie, proprio per la dualità polare nella costruzione della città. Da un lato c’è il porto, uno dei più importanti al mondo, e dall’altro la città storica. Con la pedonalizzazione, il centro è tornato a essere utilizzato dai cittadini e anche gli esercizi commerciali sono rifioriti, mentre prima si tendeva ad andare a investire sulle zone limitrofe al porto. Negli anni Settanta Copenhagen ha fatto un’operazione simile arrivando in pochi anni a centomila metri quadrati pedonali in centro. Oggi in questa direzione si stanno muovendo grandi città come Napoli e Parigi. La capitale francese sta investendo circa quaranta milioni di euro per rivedere l’impianto viabilistico e pedonalizzare tutta la parte che va dal Museo d’Orsay al Ponte dell’Alma. È così che si restituisce alla città un’autentica dimensione di città».

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