Com’era una volta Piazza Carrara
appena rinata e inaugurata

Un altro spazio restituito alla città, riqualificato e messo al servizio degli edifici che vi si affacciano, risvelati nelle loro forme e dimensioni. È quello che accade oggi, martedì 19 dicembre, alle 10.30, con la presentazione ufficiale dei lavori, durati cinque mesi e terminati prima di Natale come promesso, per il riallestimento di Piazza Giacomo Carrara, le cui alberature non permettevano di contemplare appieno il fronte della nostra pinacoteca.

Ovvero del palazzo dell’Accademia Carrara, sorto in fogge neoclassiche per volontà del conte Giacomo Carrara al fine di custodire al suo interno la scuola (piano terra e primo), l’accademia appunto, e la sua ricca collezione d’arte (secondo piano), poi implosa di lì a pochi decenni per l’alto numero di opere donate da altri collezionisti. Per questo e altri motivi l’edificio principe che troneggia sulla piazza fu destinato esclusivamente a sede museale, mentre la nuova scuola prese forma sul retro nel 1912: celata dalla mole primigenia, si presenta in forme un poco anonime, vivacizzate solo dalle pareti esterne, rivestite della policromia dei lavori degli allievi della scuola di pittura, per la verità un pochino smunti e ormai ridotti ad ombre di loro stessi.

Il restyling dell’area non apre un sipario solamente sulle nostre due pinacoteche civiche, Carrara e GAMeC, ma anche su tutta una serie di altri edifici secolari, le cui funzioni erano totalmente diverse da quelle a cui sono stati destinati nei secoli, e che hanno fatto muovere lungo il borgo San Tomaso tutta una serie variegata di personaggi, tra cui monache, donne dimesse, confratelli, sacerdoti, cavalieri, signori e signorotti, dato che si era nell’antico cuore del Borgo Pignolo. Per cui la nuova piazza ha il pregio di aver allestito una nuova quinta architettonica, il cui arredo urbano non è costituito solo da alberature, panchine o da tutto quello che prevedono i canoni delle discipline dell’architettura del paesaggio o dei giardini, ma di più: si svelano scorci medioevali (le Muraine), vicoli e viottoli dal sapore veneziano (via della Noca) e cannocchiali visivi, che connettono nuovamente il borgo di San Tomaso con quello di Santa Caterina.

 

Accademia Carrara
(ora pinacoteca dell’Accademia Carrara)

L’edificio sorge al posto della locanda Campana e degli orti annessi, acquistati dal conte Giacomo Carrara nel 1775, in virtù della decisione di donare alla città la propria raccolta d’arte e di fondare una scuola di disegno. I lavori furono affidati all’architetto Costantino Gallizioli – fautore dell’ampliamento della Maddalena in Bergamo Bassa e dell’ex Ateneo sopra il Fontanone in Bergamo Alta – ma una volta compiuti nel 1781 si rivelarono insufficienti a contenere raccolte e spazi di lavoro ed espositivi; quindi si previde quasi subito un ampliamento, per il quale furono interpellati gli architetti Leopoldo Pollack e Simone Elia, il primo maestro dell’altro a Brera. Vinse l’Elia che realizzò il suo progetto tra il 1807 e il 1813, sebbene sul frontone sia riportato ACCADEMIA CARRARA MDCCCX.

 

Chiesa di San Tomaso della Gallinazza
(demolita)

Nominata a partire dal 904 insieme a un ospedaletto, assume le forme di un piccolo oratorio nel tardo Trecento. Alla confraternita dei Disciplini vanno attribuiti il suo mantenimento e un primo restauro, compiuto nel 1525, oltre alle attività condotte per animare il borgo, soprattutto in tempo di Quaresima, Pentecoste e Avvento, insieme alla festività del santo patrono. Quando la chiesa diviene parrocchia nulla o poco cambia, dato che secondo le fonti non pare avesse decorazioni e arredi di particolare pregio. È stata demolita durante il XIX secolo (1865?), per permettere l’apertura nel 1868 proprio della piazza dell’Accademia Carrara terminata nel 1868. Le uniche testimonianze iconografiche sono una fotografia in bianco e nero e un disegno a colori, che permettono di notarne le modeste dimensioni e il fatto che si trovasse proprio sotto la salita della Noca.

 

Chiesa e Monastero di Santa Maria degli Angeli del Paradiso
(ora GAMeC)

La presenza delle monache Servite, facenti capo all’Ordine dei Servi di Maria – il cui corrispettivo al maschile era il Convento di San Gottardo in Via Sudorno, ora gestito dalle Madri canossiane – è attestata a partire dall’anno 1498. Vi rimasero fino al 1810, quando la soppressione napoleonica non lasciò loro scampo, così come per le madri Dimesse nell’adiacente monastero. Secondo i dettami napoleonici il complesso divenne una caserma, che ebbe diversi ospiti e sempre nuove denominazioni: i Croati nel 1816, il 68° e 78° reggimento fanteria nel 1868, intitolata a Gabriele Camozzi nel 1921, al V Alpini nel 1923, fino a che vi si stabilirà la Milizia Fascista.

Le fonti non sono generose a riguardo, anche se il perdurare della presenza delle monache lungo quattro secoli avrebbe dovuto restituirci un edificio integro o per lo meno riconoscibile nei suoi aspetti più salienti, ma la ristrutturazione della fine degli anni Ottanta l’ha tramutato in un blocco unico, privo di anima e snaturato nelle porzioni interne, avulso dal contesto che lo attornia; se si pensa che a pochi metri ci sono gli orti di San Tomaso, le Muraine, i corpi interni degli alzati del borgo, la roggia (dietro il bar), un non so che di malinconico e sconsolato ci assale. Se in più si dà credito alle fonti iconografiche, che rivelano di come il monastero fosse molto ampio, dato che occupava tutta la porzione meridionale del borgo, e che la sua ortaglia fosse molto più vasta di quella delle vicine Dimesse, non vi è più alcuna speranza di poterlo ricostituire anche solo mentalmente.

 

Chiesa di Santa Maria Immacolata Concezione
e convento per donne dismesse
(ora abitazioni private)

Il primitivo monastero era posto un poco più a monte del borgo, annesso alla chiesa dedicata a San Pietro in Bianzana, e ospitava monaci benedettini della congregazione degli Umiliati. L’Ordine, fondato nel Milleduecento, viene soppresso per ordine papale nel 1570: gli edifici passano in commenda ai Cavalieri di Malta, che vi istituiscono un collegio femminile retto da pie donne, vedove o laiche che anche senza prendere i voti si comportavano come delle consacrate (Dimesse). L’alto numero delle ragazze ricoverate e note per un’attivissima Scuola di Ricamo, porta le Dimesse a trasferirsi poco più a valle dell’edificio originario, in corrispondenza dell’attuale civico 51 di Via San Tomaso. Le pie donne si organizzano attorno a un vasto cortile con portici e logge rivolti a sud, attraversato da un lungo viale che sconfinava fin negli orti di San Tomaso, divisi da un muro di cinta.

Nel 1619 si edifica la chiesa dedicata all’Immacolata Concezione, che era piccola e con un solo altare, poi ricostruita con pavimenti in marmo, copertura a cupola, un vasto coro con quaranta scranni lignei e un accesso riservato ai sacerdoti, che potevano accedere per seppellirvi i morti. Come per le vicine Servite anche le Dimesse periscono con le armate francesi e purtroppo si vedono distruggere la chiesa di cui non resta traccia. Oggi varcato l’ingresso del nuovo stabile si scorgono avanzi di affreschi nell’androne, si riconosce il cortile con portico su due lati e i loggiati riferiti dalle fonti anche se malamente tamponati.

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