Il corniciaio di via San Bernardino
(è il destino ad aver scelto per lui)

Foto di Sergio Agazzi

 

Scena di vita quotidiana: una figura, a passi lunghi, attraversa in diagonale la parte alta della strada. Un gesto di normale ordinarietà, se non fosse che la figura brandisce, ad accompagnare le sue falcate, una grossa poltrona di vimini, corredata di un bel cuscino a fiori. E lo fa con la medesima indifferenza di chi reca con sé un borsello o un mazzo di chiavi o qualsivoglia diavoleria vada ad appesantire le tasche dei pantaloni di un uomo. L’ultimo passo lo porta allo stallo di un parcheggio; assesta la poltrona al centro, siede comodo, incrocia le gambe e sorride. L’attesa sarà breve, ma queste sono le piccole cortesie che accadono nel consorzio umano del Borgo del centro cittadino. L’uomo della poltrona è Giulio Lagetto. Ci attende sotto l’insegna del suo negozio, verde antico e dipinta a mano. In alto, in un bel corsivo elegante, il suo nome e quello della moglie ricordano ai passanti che dentro quelle mura, tra legni e vernici, c’è una bella storia da raccontare.

Corniciaio lo è da sempre, da che quindicenne andò a bottega dai Nespoli, storici artigiani di quella via e sotto la guida severa e attenta di nonno Mauro imparò il mestiere. «Allora il lavoro lo si rubava» dice Giulio, «ma solo con gli occhi. I maestri erano di poche parole e bisognava guardare, attenti, ogni movimento, ogni gesto, per poter davvero imparare». Ma se con gli occhi si assimila la manualità, è con il cuore che si nutrono gusto e talento. Le cornici nascono per mettere al sicuro un bene prezioso. Ci sono gli artisti che cercano spazi di riparo per la propria arte e le persone comuni che portano ritagli di giornale, foto antiche e rovinate, cose spesso di poco valore economico ma dall’inestimabile valore affettivo. Ognuno chiede lo stesso sguardo sensibile e competente.

Giulio è un grande viaggiatore: ha girato in lungo e in largo l’America Latina, poi la sua curiosità lo ha portato nel Sud Est asiatico ed è a Yangon (Rangoon) – capitale della Birmania fino al 2005 – che in qualche modo si decide il suo destino. Qui conosce Thandar Kyi, l’amore della sua vita, che a Pasqua dell’anno seguente diventerà sua moglie. «Arrivò in Italia il giorno di Santa Lucia, sotto una bella nevicata», racconta Giulio senza nascondere un gran sorriso. Era la prima volta che Thandar vedeva la neve. «Ho ancora in mente la smorfia di dolore misto a meraviglia nel suo volto quando la toccò». Da allora è al suo fianco, nella vita e nel lavoro. Thandar è dotata di una manualità sorprendente e porta con sé la creatività e la capacità di risolvere problemi tipiche del suo popolo. «Non a caso certi lavori rognosi li affido a lei», dice Giulio con soddisfazione.

Entrambi condividono l’importanza di continuare a imparare; mentre lui si aggiorna su nuove tecniche e materiali, lei prende il diploma di stilista e avvia un suo atelier di moda sopra la bottega di cornici. Hanno imparato che la vita regala percorsi inattesi e che questi, spesso, celano il meglio per sé. Così camminano uno accanto all’altra e oggi, tenendo per mano anche i loro due primi nipoti Gabriele e Samuele, guardano avanti con serenità e fiducia. Ciò che succederà, sarà per loro, così com’è stato fin qui. C’è solo una cosa sulla quale Giulio non è propenso a cambiare idea: i quadri vanno appesi ad altezza degli occhi. Solo così te li godi appieno.

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