Cosa c’era alla Montelungo
prima che fosse la Montelungo

Nelle ultime settimane, la caserma Montelungo è tornata alla ribalta grazie all’annuncio del progetto vincitore destinato alla sua riqualificazione. Una notizia magnifica, che si inserisce in un’opera molto più ampia, che ha visto la ristrutturazione di Astino e della chiesa di Sant’Agostino (ora Aula Magna universitaria) e le migliorie all’illuminazione di Santa Maria Maggiore. Si attendono invece – dopo l’Epifania – il completamento dei lavori alla Biblioteca Angelo Mai e – nei prossimi anni – l’intervento sugli Ex Riuniti.

Ma, prima di dare il via ai lavori, scopriamo cosa celano le ormai fatiscenti mura della Caserma (eretta nel 1816). Si tratta di edifici che precedettero la Montelungo, dacché si trovavano nel luogo poi adibito ad uso militare. Erano l’antico convento di San Raffaele, la Casa delle Dimesse e delle Convertite dedicata, con la propria chiesa, a Santa Maria Maddalena e l’Orfanatrofio femminile su cui vegliava la chiesa di Santa Maria Annunziata; tutti già in parte cadenti, a causa delle soppressioni napoleoniche, quando furono distrutti per far spazio alla Caserma.

 

Montelungo

 

La Casa delle Dimesse e delle Convertite. Del convento di San Raffaele poco si sa, qualcosa in più invece degli altri due edifici. La Casa delle Dimesse sorgeva dirimpetto al parco Suardi, quasi al termine dell’attuale Via San Giovanni e a ridosso dell’orfanatrofio femminile, da cui era divisa da un muro interno. Quando venne destinata ad ospizio per questa particolare categoria femminile, le Dimesse lasciarono le Domenicane claustrali di Matris Domini, dopo aver abbracciato una specie di vita religiosa e aver convissuto con loro. Ospizio e chiesa, dedicata a Santa Maria Maddalena, erano posti in un andito, che prospettava su di un porticato. Dietro vi erano gli orti e i giardini, che venivano coltivati e curati in comunità con le vicine orfanelle di Santa Maria Annunziata. Le fonti descrivono la chiesa come un «locale angusto, a volta, con due portelle d’ingresso e un solo altare, povero ma degnamente ornato» e ne incensano la ricchezza delle reliquie.

Del luogo si dice che desse asilo alle «peccatrici e alle penitenti, […] vedove maritate e giovinette», riconoscibili in pubblico per le colpe commesse e proprio per questo mantenute dalle elemosine versate da quei gentiluomini «colpevoli della loro condizione» o raccolte grazie ai lavori di ricamo e di cucito. Nel 1596 le ospiti erano quarantaquattro, mentre nel 1720 il numero si ridusse a diciassette. La loro condotta e le spese per il loro sostentamento erano a cura dell’amministrazione del Consiglio degli Orfanotrofi, la cui sede era in San Leonardo.

 

 

L’Orfanotrofio femminile. L’orfanotrofio femminile si trovava al limite dell’attuale Vicolo San Giovanni, tra la chiesa e il convento delle Convertite di Santa Maria Maddalena e il cimitero e la chiesa di San Giovanni Battista “dell’ospedale” riemersi con diversi resti (umani e architettonici) alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso e ricordati nell’attuale toponomastica. Venne fondato dal padre somasco Girolamo Emiliani (detto Miani, Venezia 1486 – Somasca 1537) e diretto spiritualmente dallo stesso Ordine, la cui sede era sempre in San Leonardo: alla fine del Cinquecento contava quaranta ospiti e vi erano già annessi la chiesa e il monastero intitolati all’Annunciazione di Maria. La chiesa, dalle fonti, risulta ben tenuta, con arredi di pregio e un bell’altare: il Sacramento era esposto il primo giorno dell’anno, il 25 marzo (festa dell’Annunciazione della Vergine) e il 15 agosto (festa dell’Assunzione della Vergine), mentre due volte al giorno si celebrava la messa. L’ospizio era grande e il cortile era lastricato in pietra e porticato sul lato di sud-est.

Le orfanelle avevano garantiti vitto, alloggio e divisa, composta da una gonna color ocra (lo stesso colore delle braghette degli orfanelli di San Martino, la cui casa era in Via Masone), un corpetto con laccetti e un copricapo bianco: questo tipo di abbigliamento le rendeva distinguibili tra le fanciulle che elemosinavano per la città e per tale mansione uscivano sempre in coppia, al fine di ridurre i rischi di soprusi o aggressioni. Inoltre venivano chiamate a cantare durante i funerali, mentre al rientro in orfanatrofio trascorrevano tutto il loro tempo a cucire, rammendare e ricamare: potevano concedersi una sola ora di autonomia al giorno, dedicata a realizzare manufatti in proprio, così da poterli vendere e poter accantonare un tesoretto di risparmi, riscuotibile a fine anno. Come per le Convertite anche il numero delle orfanelle scese a ventuno da quaranta: nel conteggio, oltre alle fanciulle, vi erano anche le “zitelle”!

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