Palazzo della Libertà, che destino?

Il destino del Palazzo della Libertà è ancora tutto da scrivere. Comune, Provincia, Prefettura, Demanio, si muovono ormai da anni in un giro di valzer, a intermittenza, per trovare una soluzione che non scontenti nessuno. L’edificio in marmo di Zandobbio, progettato nel 1936 dall’architetto Alziro Bergonzo, come sede dell’allora locale partito fascista, si incastona in una delle più belle piazze della Città bassa (con il dubbio della fontana) ed è a tutt’oggi di proprietà del Demanio (tranne l’Auditorium, che è del Comun, e l’ufficio esecuzioni penali esterne, che fa capo al Ministero della Giustizia).

L’ipotesi per la sede della prefettura. Dopo vent’anni di noncuranza e disinteresse, nel 2013 prese piede l’idea dell’ex Palazzo Littorio come unica sede prefettizia, ma l’ipotesi non scaldò gli animi e rimase tra i desiderata, soprattutto dell’allora prefetto Camillo Andreana. Qualcosa riprese a muoversi quando la Provincia, stanca di battere cassa per gli affitti arretrati della Prefettura, che lì risiede, avanzò un’ipotesi: quella di cedere al Demanio la metà del palazzo di via Tasso, nella quale sarebbero stati accorpati tutti gli uffici prefettizi, diventando a sua volta proprietaria degli 8.800 metri quadrati del Palazzo della Libertà. Con un’unica condizione però, quella di poter passare subito il Palazzo al Comune di Bergamo, in cambio di denaro (circa 14 milioni di euro).

 

 

Uffici pubblici o una casa delle arti? L’amministrazione della città, un po’ per le casse vuote, un po’ perché l’edificio, per quanto lo si neghi ufficialmente, è ancora (purtroppo) carico di una storia che suscita repulsione, ha lasciato il disegno incompiuto. Timidi sopralluoghi, nessuna passione per sbloccare lo sbloccabile. E comunque, per le potenzialità del palazzo, l’ipotesi di insediare uffici pubblici nella Casa della Libertà aveva e ha il sapore di una resa. Nel frattempo, una proposta per la rinascita del palazzo era stata indicata dagli architetti Angelo Colleoni e Melania Licini, autori di un progetto che ridisegna gli interni per renderli adatti a mostre, convegni, proiezioni. Una Casa delle arti destinata a fare da quartier generale per le associazioni culturali della città. Ma anche questa proposta è rimasta solo sulla carta.

 

 

Perché non un Museo del Novecento. A suscitare un nuovo interesse si è fatto avanti, a maggio di quest’anno, un manipolo di uomini e donne di buona volontà che hanno dato forma ad un’associazione con l’obiettivo di «evidenziare l’opportunità, la necessita e l’urgenza del recupero architettonico, edilizio e urbanistico del Palazzo della Libertà». Il cuore di questo appello è la realizzazione del Museo del XX Secolo, in quello che è il vero monumento alla storia del «Secolo breve» a Bergamo, perché per dirla con le illuminanti parole di Gustav Mahler: «Tradizione significa conservare acceso un fuoco, non adorarne le ceneri». L’idea è bastata per rianimare un dibattito garbato e sostanziale sull’ipotesi di ospitare nelle sale dell’imponente palazzo la memoria di arti applicate e ingegneristiche, o così come auspicato da uno dei soci fondatori, Ferdi Baleri: «Per una sezione dedicata a una collezione permanente del design, che sottolinei la capacità italiana nel corso del Novecento di adottare correnti interdisciplinari, dove l’arte ha contagiato il design».

Un progetto culturale e multidisciplinare. Ma tra i fondatori dell’associazione «Museo per il XX Secolo», c’è chi come il musicista Claudio Angeleri, del Cdpm, intravede anche «un progetto multidisciplinare, che faccia incontrare la musica con la letteratura, la fotografia con la cinematografia, così come accade oggi in molte realtà espositive europee». Una casa che accolga e faccia dialogare le tante realtà musicali della nostra città, dunque: un luogo dove si dia vita a una contaminazione musicale, culturale e umana. Un posto dove si vada per far musica, con una sala d’incisione per i giovani che desiderano registrare le loro produzioni. Una sala concerti nel cuore della città (e con un parcheggio sottostante), che faccia rinascere il grigio e buio auditorium.

La musica come soluzione. «È un’idea bellissima – dice Emanuele Beschi, direttore dell’Istituto Musicale Donizetti -. Sono a Bergamo da quattro anni e il mio compito è stato sin dall’inizio anche quello di dare opportunità ai ragazzi che vogliono fare della musica la loro professione. I Conservatori, in Italia come nel resto d’Europa, stanno iniziando ad aprirsi verso esperienze musicali diverse, noi abbiamo avviato, con una buona risposta, corsi di jazz con una curvatura rock. Certo, l’idea di un palazzo prestigioso e facilmente accessibile, come quello della Libertà, che faciliti l’incontro e l’ascolto, il confronto e lo scambio, è una scommessa entusiasmante».

 

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Anche un altro protagonista del panorama culturale bergamasco, come l’avvocato Ettore Tacchini, che da anni promuove giovani interpreti di talento con i calendari di musica classica della Sala Greppi, mentre confessa di continuare a sognare l’aeroplano di Locatelli all’entrata del Palazzo, la trova un’ipotesi stimolante: «Come tutte le idee che promuovono la musica è una bella sfida. Penso alla Maison des Musique di Bruxelles o all’auditorium Parco della Musica di Roma. Penso soprattutto all’auditorium del Palazzo, che andrebbe completamente rifatto, sia da un punto di vista sonoro, sia per gli ambienti, oggi lugubri e tristi».

È un viaggio che affascina quello di un luogo, un unicum dove gli artisti mischiano, abbracciano, sperimentano, sulle note che vanno da Bach a Haendel, da Mozart a Petrucciani, fino ai Pink Floyd e oltre. «Quando avevo 15 anni – racconta Vittorio Scotti, presidente del Jazz Club Bergamo – partecipai ad un concorso per giovani musicisti, ricordo che il telo verticale e nero del palco dell’auditorium , attiguo al Palazzo della Libertà, aveva due buchi dove si infilavano le dita per tirare la tenda, ecco oggi quella tenda e quei due buchi ci sono ancora. La dice lunga sulle condizioni dell’auditorium da cui si dovrebbe partire per immaginare un luogo che raccolga le eccellenze e le esperienze musicali bergamasche. È un’idea bellissima quella di una casa della musica, pensare alle sonorità che si contaminano, dare la possibilità di registrare le produzioni ai musicisti in erba, una vera occasione. La cultura, e quindi anche la musica, ha bisogno di luoghi dedicati, perché anche il luogo crea il rispetto e l’attenzione, che non si possono avere a forza di gazebi, o commistioni commerciali infelici, che portano via l’attenzione, sviliscono le prestazioni artistiche. L’idea è vincente, pensare agli spazi del Palazzo Libertà dove disseminare, contagiare, passando da Beethoven a John Coltrane, perché la musica alla fine ha un sapore unico».

 

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Foto di Moltefedi.it

 

Immaginare il Palazzo della Libertà finalmente vivificato dal vai e vieni dei giovani, con i loro strumenti, con i sogni raccolti in uno strumento e in sole sette e infinite note. «È un sogno che farebbe bene a Bergamo – dice Stefano Monatanari, violinista specializzato nella prassi esecutiva barocca, che ha diretto l’orchestra La Fenice di Venezia, e concerti al Massimo di Palermo, al Maggio musicale fiorentino, al Donizetti a Bergamo, all’Op era di Lyon, all’Opera di Amsterdam, all’Opera di Anversa, al Bolshoi di Mosca, a ll’Opera di Karlsruhe e all’Opera di Roma. Insomma uno che di musica ne sa e ne fa -. Vivo a Bergamo dal ’95 e purtroppo ho sempre riscontrato grande difficoltà nel collaborare con altri, ad avere un’unità d’intenti. Una Casa della Musica aiuterebbe a mettersi in relazione, perché cooperare, soprattutto quando ti occupi di arte e cultura, non è mai limitare i propri spazi. Ho sempre pensato che la Musica sia una forma d’arte che dovrebbe essere resa obbligatoria sin dalla nascita, e invece sappiamo tutti come viene trattata in questo Paese e nelle scuole dell’obbligo. Pensare ai ragazzi, ai miei figli che possano avere un luogo dove comporre, ascoltare, incontrare gente che fa musica è un sogno».

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