9 bellissime ville liberty a Bergamo

Floreale, art nouveau, jugendstil, secessione, modernismo, modern style… Chiamatelo come volete, ma il fascino di questo stile rimane immutato, che lo ammiriate nelle inconfondibili stazioni del metrò di Guimard a Parigi oppure nella Casa Batlló di Guadì a Barcellona. E, perché no, possiamo goderne anche a Bergamo dove, se pure in declinazioni meno appariscenti e innovative, gli esempi di architettura liberty sono assolutamente degni di nota. La nostra città offre infatti un campionario di architetture che spazia dalle ville sontuose agli edifici residenziali, dalle case popolari alle stazioni ferroviarie, in un intreccio di fantasia ed eleganza che è espressione del nuovo gusto nato a cavallo fra Ottocento e Novecento.

Partiamo allora alla scoperta di trifore curvilinee, decorazioni floreali, cementi modellati, vetrate dai colori accesi, orientandoci, per scelta, verso l’architettura residenziale, che di questo stile fu certamente una delle espressioni privilegiate, in un ipotetico percorso che si snoda dalla stazione dei treni e arriva fino in Città Alta. Con un finale d’eccezione per riscoprire un edificio spesso “visto” ma mai veramente “guardato”.

 

1) Casa Palenti
(via Novelli 4B, angolo viale Papa Giovanni XXIII)

Casa Paleni si affaccia su quella che un tempo si chiamava Strada Ferdinandea (poi Viale Roma, oggi viale Papa Giovanni XIII), l’arteria realizzata nel 1838 in occasione della visita a Bergamo dell’imperatore austriaco, inaugurando il nuovo sviluppo urbanistico della città: il novello visitatore non appena sbarcato a Bergamo dopo la costruzione della “via ferrata” (1857), si trovava così di fronte il maestoso viale alberato che, con una lunga visuale, correva dritto verso porta Sant’Agostino passando per Porta Nuova.

La casa fu commissionata da Enrichetta Zenoni Paleni a Virginio Muzio (1902-1904). Il prolifico architetto bergamasco declina qui il suo eclettismo in una più esplicita adesione alle forme floreali, che si manifestano soprattutto nelle trifore curvilinee, che decorano tutto il primo piano, e negli ornati che donano un movimento vivace alla superficie della facciata. Queste decorazioni sono tutte in cemento – materiale innovativo tanto amato in questo periodo di sperimentazioni – realizzate dalla stessa ditta Paleni che si occupò anche della decorazione della chiesa di Santa Maria delle Grazie. Il risultato è un intreccio di gusti differenti che, accanto ai dettagli floreali di balconi, finestre e sottogronda, accosta le testine femminili delle lesene d’angolo, tipicamente secessioniste, alle scene con puttini nella fascia centrale che hanno invece reminiscenze cinquecentesche.

 

2) Villa Schubiger
(via Paleocapa 9)

Nei primi decenni del secolo, via Paleocapa presentava molti più villini liberty di quanti ne possiamo immaginare oggi. La villa al numero 9, tradizionalmente conosciuta come Villa Schubiger, è uno degli edifici sopravvissuti, risalente agli 1905-1910: accanto, fino al 1967, sorgeva Villa Tadini (al numero 11) e, poco più lontano, Casa Zanchi, progettata da Ulisse Stacchini, rappresentante di spicco dell’architettura liberty a Milano. Avendo subito vari rimaneggiamenti nel corso dei secoli, ha perso il suo carattere spiccatamente modernista, ora rintracciabile in alcuni dettagli architettonici (gli archi ribassati delle finestre, la veranda d’angolo sovrastata da una loggetta, la torretta sulla sinistra, i motivi floreali intorno alle finestre, il cancello d’ingresso in ferro battuto). Il pezzo forte, purtroppo visibile soltanto entrando al suo interno, è la vetrata collocata a mezzo piano sullo scalone principale: uno dei pochi esempi rimasti in città, rappresenta una Flora in bilico tra neoclassicismo e liberty, circondata, negli antelli circostanti, da magnolie e ortensie, in un tripudio di fiori, foglie, racemi e nastri che giocano sui toni freddi del verde e dell’azzurro in contrasto con i gialli e i rosa dei petali. L’opera è stata realizzata dal laboratorio Fontana & C.:  fondato a Milano nel 1887 da Luigi Fontana, poi fusosi con la Bottega di Pietro Chiesa nel 1933, la bottega sarà di lì a pochi anni attiva anche al Casinò di San Pellegrino Terme, dove ha realizzato l’altrettanto celebre Primavera.

 

3 e 4) Casa Alessandri e Casa Regazzoni
(via Garibaldi 20 e 19)

Spostandosi più a est, nel quartiere di Santa Lucia, nato tra il 1905 e il 1906 in una zona prima interamente occupata da orti, la concentrazione di case d’abitazione borghesi assimilabili alla nuova temperie artistica di inizio secolo è decisamente di rilievo. Su via Garibaldi, costruita nel 1908 per unire borgo San Alessandro con via Santa Lucia Vecchia (attuale via Nullo), abbiamo scelto due edifici, quasi uno di fronte all’altro, che bene esprimono le varietà che l’architettura di inizio secolo può esprimere.

Casa Alessandri è riconoscibile per le superfici chiare e i volumi aggettanti, che hanno nelle terrazze laterali la sua idea più innovativa. La suddivisione in tre piani del corpo centrale è scandita in facciata da un piano inferiore marcato da fasce orizzontali e tipiche finestre stondate, e nei piani superiori da trifore centrali e balconi. Ovunque il cemento, lavorato come pizzo bianco, ingentilisce i parapetti, le aperture e le immancabili sottogronda, accentuando l’eleganza leggera dell’edificio. Una delle prime case costruite sulla nuova strada, era stata voluta e progetta dall’ingegnere Alessandri per la sua famiglia (1910).

Sul lato opposto si erge un edificio tradizionalmente chiamato Casa Regazzoni (1908 circa), arretrato rispetto al rettifilo e circondato da un piccolo giardino. Oggi vi si entra superando una cancellata caratterizzata da due ingressi separati, che confermano l’originale funzione di casa d’affitto. Organizzata su tre piani e con una semplice pianta a T, presentava due appartamenti per ogni piano. Tutta la decorazione è concentrata sulla facciata che dava sulla vecchia via Mazzini, tripartita verticalmente con un’accentuazione della parte centrale leggermente rientrante e incorniciata da lesene più chiare: al portico con i quattro pilastrini al piano terra si sovrappongono il terrazzo sovrastante e il balcone con un piccolo loggiato. L’aspetto serioso viene addolcito dagli elaborati capitelli con testine che spuntano da elementi fitomorfi, dalla protome femminile da cui partono nastri e racemi sulla sommità del loggiato e dall’arioso ferro battuto dei balconi e delle piccole rampe di scale che dal piano terra raggiungono il giardino.

 

5) Villa Bracciano
(via Nullo 28)

Imboccando via Nullo, si impone per la sua bellezza Villa Bracciano, probabilmente la prima a essere costruita nel 1905-1906 nel nuovo quartiere di Santa Lucia. Fu commissionata da Carlo Bracciano all’architetto Luigi Bergonzo, padre del più conosciuto Alziro. L’edificio, pur avendo una semplice pianta rettangolare, presenta un aspetto movimentato dalla presenza di due volumi che fuoriescono sul lato ovest: la terrazzina e l’inconfondibile torretta, la cui facciata è abilmente coperta da decorazioni in cemento in contrasto con l’intonaco più scuro. I suoi tre piani sono individuati dalle rispettive aperture (nei piani inferiori le bifore quadrate, in alto la trifora affiancata da lesene sfrangiate e tondi applicati), alle quali si  alternano placche decorative con puttini classici e la scritta LABOR OMNIA VINCIT in tipici caratteri Liberty, motto virgiliano che ben esprimeva l’etica del lavoro tanto caro alla borghesia bergamasca. I motivi morfologici dei tondi con frange si ritrovano a coronamento di tutte le finestre del piano superiore della villa, insieme alla fascia floreale affrescata che corre sotto i cornicioni  aggettanti.

 

6) Villa La Bassiana
(via Nullo 50)

Procedendo in via Nullo, è un continuo susseguirsi di villini e case d’affitto con caratteri floreali più o meno spiccati: il quartiere divenne velocemente residenza della media e alta borghesia del tempo, desiderosa di rendersi riconoscibile attraverso un gusto e una cultura ben definiti. Ma l’edificio più bizzarro si trova senza dubbio in cima alla strada, occupando l’ampio cuneo tra via Nullo e via Albricci: la villa, detta La Bassiana dal nome del suo proprietario e committente Bassano Gabba, avvocato, uomo politico e senatore del Regno nel 1924. L’opera era stata commissionata ad Angelo Sesti, architetto di grande fascino che ha lasciato in città numerose testimonianze e che lavorò a lungo sulla progettazione di questo edificio, come testimoniano i numerosi disegni e prospetti oggi conservati presso la Biblioteca Angelo Mai.

Terminata nel 1916, data che compare due volte all’esterno, si tratta di una struttura di grande respiro, dalla pianta singolare, che si sviluppa intorno ad un piccolo cortile centrale: dall’alto sembra quasi un castello medievale con quattro bastioni angolari. All’esterno dominano volumi diversi, quadrati, tondeggianti, poligonali (come nella punta di fondo che guarda verso la galleria Conca d’Oro), racchiusi in un lungo muro che come una carena protegge un’alternanza di pieni e di vuoti, fatta di loggiati, terrazze, finestre di ogni genere, colonne binate, pergolati. Il muro è rivestito da una fascia di bugnato rustico e da una di ciottoli bicolori agglomerati, movimentando la superficie esterna insieme alle delicatissime figure femminili che mollemente incorniciano i due portali principali.

 

7) Villa Rina
(Viale Vittorio Emanuele)

Nel nostro percorso non può di certo mancare la zona collinare che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, è stata oggetto di un notevole sviluppo residenziale prevalentemente a uso delle classi agiate, desiderose di possedere abitazioni di villeggiatura in località gradevoli e immerse nella natura.

Prima di oltrepassare le mura, merita una sosta Villa Rina, situata in viale Vittorio Emanuele sotto al bastione di San Andrea, in posizione sopraelevata. Tra gli esempi più interessanti del modernismo in città, è facilmente riconoscibile dal raffinato portale floreale in cemento modellato e ferro battuto, sul quale è riportato in caratteri liberty il nome della villa, e dall’altrettanto grazioso ingresso dell’autorimessa. Ugualmente felici sono le decorazioni tondeggianti in cemento, che incorniciano le finestre superiori e che trovano la loro migliore espressione nelle aperture a trifore curvilinee.

Il medesimo gusto doveva formare anche la decorazione interna, non solo per la qualità dei dettagli dell’arredamento ma anche per gli affreschi di alcune stanze, realizzati da Rinaldo Agazzi, cugino del committente. La villa era infatti di proprietà di Celso Agazzi, industriale bergamasco allora residente a Milano, che si rivolse a uno studio milanese d’ingegneria e d’architettura per la sua progettazione e realizzazione. Pur avendo subito diversi rimaneggiamenti nel corso degli anni, il carattere articolato dei suoi volumi architettonici rimane il tratto forte dell’edificio, ben visibile osservando la villa dalle mura.

 

8) Ex ristorante Belvedere
(via Sudorno 22)

Veniamo infine a Città Alta, dove la piacevole passeggiata, che da Colle Aperto procede verso via Sudorno e via Torni, svela interessanti esempi. Anche qui è d’obbligo camminare naso all’insù, dalla scuola materna San Vigilio con il fregio vegetale di Giuseppe Rota che celebra gli uomini illustri bergamaschi fino a casa Maffettini, all’incrocio delle due vie all’altezza del Tempio dei Caduti.

Poco prima si staglia sullo skyline di Bergamo bassa il portale in ferro battuto dell’ex ristorante Belvedere, risalente ai primissimi anni del Novecento. L’architetto Virginio Muzio venne incaricato di ricostruire e ampliare ad uso di ristorante e albergo un edificio preesistente, avendo così l’occasione di sperimentare per la prima volta nella sua città il nuovo gusto, ravvisabile, oltre che nell’elegante arcata dell’ingresso, dalle tettoie vetrate e dalle inferriate di finestre e terrazze.

 

9) Villa Neri
(via Torni 12)

Su via Torni ci soffermiamo su Villa Neri, riconoscibile per le eleganti figure femminili di gusto preraffaelita e le fasce floreali dipinte in facciata, probabilmente opera di Achille Filippini Fantoni, tipologie figurative assai diffuse nella produzione grafica coeva (si pensi a Emporium). L’architettura in sé non ha niente di assimilabile al liberty, confermando come tale stile fosse spesso più una semplice ricezione della moda del tempo che una convinta adesione a moduli realmente innovativi: in questo caso affreschi, cementi decorativi e delicati ferri battuto sono funzionali a infondere un aspetto più moderno e vivace ad un edificio alquanto banale.

 

10) Ex-biblioteca Tiraboschi
(via San Giorgio 19)

Torniamo infine sui nostri passi e terminiamo il nostro itinerario con un edificio che ha ospitato a lungo la biblioteca Tiraboschi: il vecchio mercato ortofrutticolo, il cui inconfondibile profilo è visibile già chi, con il treno, arriva da Milano. Progettato da Ernesto Pirovano nel 1910 e costruito qualche anno dopo (1913-16), presenta una singolare pianta ellittica costituita da più corpi di fabbrica che formano una specie di anfiteatro (una metà è stata demolita nel 1970  e ne sopravvive oggi solo una parte). Il corpo principale, di forma rettangolare – dove, prima della costruzione della nuova biblioteca per opera di Mario Botta, hanno trascorso il loro tempo generazioni di studenti e lettori – ospitava originariamente gli uffici di controllo, i depositi delle merci e un’osteria. Ai lati i due porticati, ariosi e ampli, sostenuti da colonne semplici e binate, sono sopraelevati rispetto al giardino: qui, al coperto, si svolgeva il mercato. Ci piacerebbe che questo edificio, testimone dell’antica vitalità del quartiere, fosse finalmente oggetto di restauro, diventando nuovamente luogo frequentato e vivace.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.