Due poltrone del Donizetti in casa
La felicità scritta sul velluto rosso

Son lì, mano nella mano, identiche, come le gemelle di «Shining». Meno inquietanti, certo, ma coi fantasmi c’entrano. Fantasmi benigni delle emozioni vissute: delle lacrime nascoste, rimosse non appena spuntate, delle risate fragorose, dei sorrisi accennati nell’ombra, dei sogni di chi su quei velluti ci ha schiacciato un pisolino perché no, Kafka dopo uno giornata storta di lavoro non si può. E c’è chi c’ha fatto pelo e contropelo, a quei velluti, preda della noia, perché tirarsela per forza e accostarsi a un concerto di free jazz, di cui non si sa nulla, è masochismo. Non riesco a distogliere lo sguardo da queste due poltrone del Donizetti che mi sono accaparrato per 50 euro, come centinaia di bergamaschi, scrivendo una mail alla direzione del teatro. Ce le ho da pochi giorni nel salotto e sembrano essere sempre state lì, vicino alla finestra, in attesa di qualcuno che abbassi la seduta girevole e si metta comodo a guardare la tivù.

Il velluto è perfetto, solo un po’ più chiaro dove schiene e natiche si sono appoggiate migliaia di volte, con la trepidazione tipica di attende l’abbassarsi delle luci e l’apertura del sipario. Il legno meno perfetto. Il numero sullo schienale è superiore al cinquecento, cioè il fondo della platea. Non erano dei posti ambiti, lontano dal palco. Niente vip o signore impellicciate in sfilata, quindi, li hanno calcati. Ma al Donizetti l’acustica è perfetta, non si perde una parola, una nota, un sospiro dell’attore. Neppure a fondo sala. Quel sospiro risuona ancora, qui, ora, nel mio salotto.

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