Ecco il progetto dei bergamaschi
per rilanciare il centro piacentiniano

Era l’inizio del ‘900 e Bergamo, per la prima volta nella sua storia, decise di rifarsi il look. Non con una cosa da poco: si decise, infatti, di ripensare la Città bassa con un progetto che doveva imprimere una svolta decisa all’’area sino ad allora occupata dall’impianto settecentesco della Fiera di Sant’Alessandro. Insomma, l’obiettivo era dare un nuovo cuore a Bergamo, che non fosse soltanto lo storico e “arroccato” centro di Città Alta. All’idea, nel 1906, seguirono ben due concorsi. Alla fine a vincere fu il progetto di Marcello Piacentini e Giuseppe Quaroni, sebbene non mancarono le proteste e le polemiche. Il lavoro dell’architetto e dell’ingegnere si sviluppò lungo l’Asse Ferdinandeo, l’’ottocentesco viale della stazione che venne tracciato dirigendolo verso la Porta di San Giacomo di Città Alta e fu rielaborato più volte negli anni successivi. Alla fine, però, Bergamo ottenne ciò che voleva e, soprattutto, una serie di bellissimi palazzi e strutture che ancora oggi rappresentano il fulcro della città bassa: la Torre dei Caduti, il Sentierone e il Quadriportico, la Banca Bergamasca, il Credito Italiano e il Palazzo di Giustizia.

 

centro piacentiniano dall'alto

 

L’impegno della Giunta Gori. A distanza di oltre un secolo da allora, nonostante la maestosità e la bellezza del centro piacentiniano non siano mai state messe in discussione, Bergamo si trova nuovamente ad affrontare il problema. La crisi che nell’ultimo decennio ha colpito città bassa, infatti, è ormai conclamata. Attività in fuga, cittadini che preferiscono andarsene, assenza di luoghi di ritrovo: una difficoltà evidente, a cui ancora nessuno è riuscito a mettere fine. I motivi di questa crisi sono molteplici e, per certi versi, difficili da analizzare complessivamente. Altrettanto complicato è capire le contromosse adatte. Tutte le sporadiche e temporanee iniziative messe in campo fino ad oggi, infatti, si sono dimostrate inutili: al di là di qualche raro e ricorrente evento, Bergamo bassa è rimasta un “non-luogo”. Un esempio sono i flop dello spazio estivo pensato l’estate scorsa dall’Amministrazione comunale come anche, in parte, della Domus posizionata in piazza Dante in occasione dell’Expo e ancora lì nonostante le tante polemiche che ha suscitato. La vera novità è che la Giunta Gori, per la prima volta, ha concretamente affrontato la questione negli uffici di Palazzo Frizzoni, provando a trovare una soluzione. La strada è complicata, ma il sindaco è sempre più convinto che sia necessario muoversi. E infatti il Comune bandirà (non si sa ancora quando) il concorso internazionale sulla base degli esiti del programma di analisi e partecipazione svolto nei mesi scorsi.

 

 

Visioni Possibili, un progetto popolare. Un progetto del genere, però, non può essere totalmente a carico delle istituzioni. I primi a doversi muovere sono proprio i cittadini. Lo sanno bene gli ideatori di Visioni Possibili, una proposta di rilancio e rivitalizzazione del centro piacentiniano di Bergamo redatta da un gruppo di cittadini coalizzati attorno ad associazioni ambientaliste e comitati di quartiere. Non solo fumo, ma anche tanto arrosto, come dimostra il fatto che Visioni Possibili sia stata selezionata per la 53° edizione del Congresso internazionale IFLA (International Federation of Landscape Architecture), in programma a Torino dal 20 al 22 aprile col titolo “Tasting the Landscape”. Ad esporre le linee guida della proposta è stata l’architetto Mariola Peretti a Il Giornale dell’Architettura. La professionista, infatti, è la presidente della sezione bergamasca di Italia Nostra, un’associazione di volontariato culturale che, sin dal 1955, organizza iniziative tese a diffondere nel Paese la «cultura della conservazione» del paesaggio urbano e rurale, dei monumenti e del carattere ambientale delle città. La sezione di Bergamo di Italia Nostra, attiva dalla fine degli anni ’50, può contare oggi sul sostegno di circa 100 soci iscritti presso la sede di via Ghislanzoni e sull’impegno attivo di un certo numero di loro che dedicano parte del loro tempo a proporre, programmare e seguire le diverse attività.

In cosa consiste. La Peretti, innanzitutto, spiega che Visioni Possibili (QUI potete consultare la presentazione del progetto) è «un percorso di cittadinanza attiva, di progettualità volontaria e auto-organizzata, per verificare un modello avanzato di partecipazione su temi di scala vasta che interessano l’insieme dei cittadini, in un rapporto d’interlocuzione costruttiva con le istituzioni». Il motivo della crisi di città bassa, secondo gli autori di questo progetto, sono sostanzialmente due: «Innanzitutto il centro è attualmente “inabitabile” per molti cittadini a causa dei costi troppo alti degli spazi, sia per quanto riguarda la residenza che per il commercio e le attività lavorative: possiamo girarci intorno ma è evidente che categorie di soggetti fondamentali per la vitalità dei luoghi si sono spostate altrove. In secondo luogo, è palese un netto sfasamento tra l’hardware e il software del centro piacentiniano: la città fisica è bella e compiuta, ricca di stratificazioni e spazi interessanti. Il tema è quello di lavorare sulle funzioni, sui valori e sul senso dei luoghi: fondamentale è un approccio spazio-temporale che consenta una ridefinizione vitale degli usi e dei flussi nell’arco dell’intera giornata». Quello che intende dire la Peretti è che, attualmente, il centro piacentiniano è per lo più composto da edifici pubblici, che a causa della crisi economico e politica che sta vivendo l’Italia, sono attualmente male utilizzati e sottoutilizzati. È necessario dunque riorganizzare questi spazi e non si può pensare che siano sempre i privati a farlo.

 

visioni possibili 1

 

In particolare, Visioni Possibili «focalizza l’attenzione sul recupero pubblico dei piani terra che attualmente vivono un processo di svuotamento e sottoutilizzo patologico – spiega l’architetto -. L’invito, sostenuto dalle diverse suggestioni elaborate, è di riconsiderare i piani terra degli immobili pubblici come luoghi privilegiati per l’insediamento di attività sociali, creative e intergenerazionali, capaci di generare nuovi flussi vitali e di riverberare effetti positivi anche sugli spazi aperti limitrofi, sulle strade, sulle piazze e sui cortili che rappresentano un tema particolarmente interessante per la rivitalizzazione della città. Sosteniamo inoltre la necessità di ripensare agli spazi verdi immaginandoli come “salorti”, luoghi entro i quali attivare nuove forme di agricoltura urbana, di socialità e di educazione ambientale, simili a quelle che abbiamo studiato in molte realtà europee e in continuità con la vocazione agroambientale del territorio bergamasco nel suo complesso». Il fulcro attorno a cui ruota l’intero progetto è che «la costruzione fisica della città non può prescindere dalla costruzione della polis»: Visioni Possibili, dunque, non è altro che un punto di partenza fondamentale per aprire un dialogo utile e necessario tra cittadinanza e Amministrazione. La vetrina del Congresso internazionale IFLA, da questo punto di vista, sarà importantissima. Poi la palla tornerà in mano al Comune, che dovrà dimostrare di saper fare tesoro di una tal risorsa utilizzandola per dare finalmente vita a un progetto serio e organico. Le fondamenta ci sono già.

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