Cosa fecero i caravaggini
per avere il campanile più alto

Cosa non si fece per avere quegli otto metri (e qualcosa in più) per strappare il primato di altezza di campanile ai vicini trevigliesi! Ma alla fine Caravaggio la spuntò e nella Bassa (ad esclusione di Cremona) poteva vantare la torre campanaria più alta. E fu cosa decisamente importante. Perché il campanile, allora, era edificio desiderato, e ambito, e prestigioso. Tanto che si era disposti a pagare dazi per poter avere una torre campanaria da guardare dal basso della propria piazza e da avvistare da lontano, dalla strada che portava verso casa. E pensare che Caravaggio, fino al 1500, anno in cui fu posta la prima pietra da Giovanni Antonio Dandolo – allora prefetto di Caravaggio sotto la repubblica di Venezia – non aveva un campanile. Ma diamo un po’ di contesto.

Siamo nei pressi della chiesa parrocchiale della città, quella dedicata a San Fermo e Rustico e collocata nel cuore del paese, a fine XV secolo e inizio XVI, appunto. Il governatore veneziano Dandolo, in carica da appena dieci mesi, era intenzionato a dare alla comunità un campanile degno di tale nome, che sostituisse quello esistente (per alcuni all’epoca posizionato fra la cappella di Sant’Ambrogio e la sagrestia, mentre per altri era esattamente dove si trova quello attuale). I lavori iniziarono con i migliori propositi, secondo gli schemi architettonici di chiaro taglio bramantesco, ma furono interrotti per l’arrivo dei Francesi, lasciando l’edificio a mezza altezza, precisamente a 48 metri (come testimonia il diverso colore dei mattoni). Poi si riprese nel 1515, ma, arrivati al piano delle campane, ci si fermò ancora una volta.

Passati sotto il controllo di Milano, i caravaggini chiesero a Ludovico il Moro di poter riprendere la costruzione del campanile, proponendo pure di pagare dazi su vino e pane pur di avere la propria “vetta” campanaria. Fatto sta che però non se ne fece nulla e, mentre i secoli passavano, Caravaggio si trovava ancora senza il proprio “faro”, una mancanza che infastidiva non poco gli abitanti del borgo. Sì, ci furono modesti interventi di ritocco fino al 1710, anno in cui poi si arrivò al parapetto della cella campanaria, in un susseguirsi di aggiuntine e rialzi. Ma l’opera pareva non compiersi mai.

Nell’Ottocento, l’architetto Lewis Gruner, a quota 54 metri, fece coprire la torre con un tetto e quattro spioventi pensando così di interpretare l’idea dell’antico costruttore. Ma si dovette aspettare la fine del secolo, l’anno 1894, quando Angelo Bedolini, molto attento a non disturbare l’armonia delle altezze già esistenti in paese, presentò il suo progetto: un cornicione classico con balaustra che doveva sovrastare la cella campanaria e una cupola ottagonale sormontata da un cupolino e da una croce. Questi ultimi lavori avrebbero decretato il compimento del campanile. Il progetto era stato approvato dal soprintendente Luca Beltrami, Luigi Cavenaghi caldeggiava l’impresa, sostenuta anche dall’arciprete don Leone Leoni. La cosa restò però ferma negli archivi per 38 anni. E tutto fu nuovamente punto a capo.

La svolta finalmente arrivò nel 1932 quando, come un coniglio dal cilindro, saltò fuori il vecchio progetto di Bedolini del 1894 e, in men che non si dica, fu ripreso dal figlio Carlo, e portato a termine all’attuale altezza di 71 metri. La mole si alzava così per quattro piano bramanteschi che poggiavano su base solida. Purtroppo l’edicola sovrapposta a coronamento della torre, nonostante le sue eleganze viste in particolare, apparve subito discordante allo stesso Bedolini, che propose un elemento di raccordo a foggia di tamburo con balaustrata per alzare la torre nascondendo parte dell’edicola. La correzione non fu realizzata: poco importava se l’insieme non fosse poi così armonico, la cosa fondamentale erano quei 71 metri finali, che superavano i 62,42 del campanile di Treviglio.