I funghi li si trova anche in città
Bisogna andare in via Spaventa

Foto di Sergio Agazzi

 

Il piccolo negozio in via Spaventa fu aperto nel 1943 dalla signora Rosa Nespoli e divenne presto un punto di riferimento nella vendita di funghi e primizie. Fu il primo posto dove si potevano trovare kiwi e banane nel dopoguerra. È negli anni Settanta che le figlie della signora Nespoli decidono di dedicarsi esclusivamente alla vendita di funghi e tartufi e che il marchio diventa una garanzia di qualità. La famiglia Moscheni subentra nel 1996, dopo una lunga esperienza del signor Giampietro e di sua moglie Lidia nella gestione di ben tre attività diverse in Città Alta: prima il Caffè Donizetti e poi due negozi di frutta (il primo sotto la Torre del Gombito, il secondo noto come “il Bottegone” in via Colleoni) e decide di onorare il lavoro svolto e lasciare il marchio storico. Oggi è Michela Moscheni, nei suoi quasi quarant’anni di frizzante passione, ad aver ereditato l’attività, non prima di diversi anni di gavetta con mamma e papà, iniziati poco più che bambina «spelando limoni nel negozio di frutta». Michela è esuberante e travolge con i suoi racconti farciti di competenza e ironia. Ogni tanto sgrana gli occhi senza però spazientirsi davanti alle solite domande di avventori inesperti: è perito micologo e per lei i funghi non hanno segreti.

«Oggi i clienti sono diventati più attenti e vogliono sapere. Vanno in un certo modo addomesticati!». E – prima che si crei un malinteso – spiega che intende il termine come lo usa Antoine de Saint-Exupéry ne Il Piccolo Principe: «Significa creare legami con le persone attraverso la cura che abbiamo di loro. Così siamo certi che torneranno». Il cuore del lavoro sta proprio nella costruzione di fiducia con i clienti e soprattutto con i fornitori, con i quali c’è un rapporto di continuo scambio di conoscenze. Poi ci pensa l’esperienza a fare il resto. I loro funghi, belli grandi e gustosi, entrano nelle case, nei ristoranti e anche nella grande distribuzione. Ognuno ha una richiesta speciale: chi li vuole con un diametro preciso, chi solo porcini cresciuti sotto al castagno e chi li chiede secchi, ma sa – grazie all’insistenza di Michela – che vanno conservati rigorosamente nel freezer. Lei annota tutto e sa esattamente cosa le chiederanno alla prossima chiamata.

Uno degli obiettivi di Michela è quello di demolire una serie di false credenze del passato: «Non è detto che i funghi siano tossici se il cucchiaino d’argento a contatto con questi diventa nero o se cambia colore in pentola. Ancor più sconsiglio di far provare i funghi al gatto… che crudeltà!». Ciò che dicevano le nonne non sempre aveva fondamenta scientifiche, per questo Michela ha dovuto studiare molto per guadagnarsi il riconoscimento di esperta del settore. «Ho iniziato a 15-16 anni e dovevo stare zitta. Spesso i clienti entravano e mi passavano davanti per rivolgersi ai miei. Ho potuto iniziare a parlare solo intorno ai 26 anni», dice sogghignando sotto lo sguardo divertito di mamma Lidia. Michela, mamma di due ragazze, non nasconde le fatiche di far convivere famiglia e lavoro: «È difficile – dice facendosi seria – ma io ho già programmato tutto: mamma e papà dovranno aiutarmi ancora per una decina d’anni, poi subentreranno le mie figlie e loro potranno finalmente godersi la pensione. Ora non se ne parla!». Mentre Michela parla, la signora Lidia lavora incessantemente alla cernita manuale e all’insacchettamento dei funghi. Silenziosa, non si ferma un attimo se non, di tanto in tanto, sollevando lo sguardo intenso verso sua figlia.

A Michela i genitori hanno insegnato dedizione e sacrificio e lei ci ha aggiunto tanto studio e una straordinaria voglia di fare. In negozio si occupa dei clienti, degli ordini, della contabilità, delle leggi, del marketing e dell’insacchettamento dei funghi secchi, il tutto prendendo nota di qualche svista in un “Diario degli errori” sul quale segna meticolosamente le cose da non fare. Stupiti da tanta capacità le chiediamo: «C’è qualcosa che non sai fare?». Ci pensa un attimo, guarda la mamma e risponde schietta: «Stare zitta». Guardiamo l’orologio – sono passate due ore – lei toglie il silenzioso dal telefono, saluta svelta e inizia a parlare con qualche cliente lasciato troppo in attesa.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.