Il Galgario, meraviglia riscoperta

Foto di Mario Rota

 

Da diversi anni, ormai, siamo abituati a posare malinconicamente lo sguardo su quell’angolo di Bergamo dove sorgono edifici che dopo un passato monastico o conventuale sono stati forzatamente adibiti a ricoveri militari o a caserme, fino a tutta la metà del secolo scorso se non addirittura oltre: è il caso del complesso Montelungo-Colleoni, che cela nelle sue fondamenta le chiese delle Orfanelle e della Maddalena, poco distanti dall’ex monastero di San Raffaele, e del Galgario, che è stato sede della Questura fino a che non venne costruita la nuova negli anni Ottanta. Eppure quell’angolo di “deflusso” dalla città, che si imbocca talvolta vorticosamente nella sua curva quasi a gomito diretti al Rondò delle Valli o anche per raggiungere più agevolmente la stazione ferroviaria, l’aeroporto e l’autostrada, racconta una storia millenaria, dovuta alla presenza di uno dei beni più importanti per la quotidianità, allora come oggi: l’acqua.

Ed è proprio l’acqua che cinge l’ex convento del Galgario, scorrendo nel torrente Morla e nel Canale Serio e intersecando (il primo) le attuali vie Suardi e Galgario e procedendo parallelo a via Suardi (il secondo), a creare un’ansa semicircolare entro cui sorge l’antico complesso, una cui importante parte è stata appena ristrutturata e riportata al suo antico splendore dalla Caritas di Bergamo grazie all’aiuto della Fondazione Cariplo. Il Galgario è composto da diversi corpi di fabbrica pertinenti a diverse proprietà, occupati prima dall’Ordine degli Umiliati e poi da quello dei Paolotti, devoti a San Francesco di Paola, fino al 1803. Gli Umiliati – così chiamati per la loro dedizione al Vangelo, alla preghiera e allo svolgimento di lavori molto dimessi ma nel tempo altamente redditizi – si insediarono a Bergamo negli ultimi decenni del XII Secolo e praticarono dapprima la follatura della lana, poi anche la cardatura e la pettinatura, per poi completare il ciclo produttivo con la filatura, la tessitura e addirittura la tintoria. Alcune loro case in città sono state rintracciate dalla studiosa bergamasca Maria Teresa Brolis lungo il corso degli antichi acquedotti e delle loro diramazioni, partendo da via Vagine in Bergamo Alta e fino in Borgo Pignolo nelle vie Noca, San Tomaso, Masone e Piazza Giacomo Carrara. Al Galgario (termine che, storpiato, rimanda alla “calchera”, dove si produceva la calce per il grado di calcare presente nei corsi d’acqua) giunsero tra il 1211 e il 1221 grazie al vescovo Giovanni III Tornelli e vi rimasero fino alla loro soppressione, avvenuta nel 1570 per volontà di papa Pio V. Agli Umiliati si devono diversi interventi strutturali attestati dalle fonti, che portarono al recupero della primitiva chiesa del SS. Salvatore, ai suoi ampliamenti, alla realizzazione della canonica e del primo chiostro fino al riuso di stabili adibiti a mulino, calchera e produzione della polvere da sparo.

Passato in commenda al cardinale Albano e alla famiglia Tassi, il Galgario venne ceduto ai Paolotti solo nel settembre del 1668, dopo diverse suppliche datate a partire dal 1580/’90 e dopo aver sostenuto a proprie spese importanti interventi edilizi e anche decorativi, la cui paternità è indicata dalle fonti coeve. E sono proprio questi ad essere sorprendentemente riemersi durante gli ultimi interventi di restauro, restituendo alla città un prezioso contenitore storico e il ricordo di quello che fu il suo più illustre ospite dai natali bergamaschi in Borgo San Leonardo: Frà Galgario, ovvero frate Vittore Ghislandi, figlio di Domenico e fratello di Defendente, rispettivamente il più importante ritrattista lombardo della prima metà del XVIII secolo, il più importante quadraturista locale del XVII secolo (Palazzo Terzi e Palazzo Moroni a titolo di esempio) e, meno famoso, un artista di cui è riemersa l’opera nel 2014/’15 con il cantiere di Astino. A Domenico Ghislandi si devono le modanature barocche del loggiato del chiostro del Galgario, i mezzi busti dei papi tra gli spicchi degli archi della porzione settentrionale, così come le lunette interne del braccio nord del chiostro e i peducci, seppure di debole fattura, delle colonne dei bracci nord e sud che raffigurano frati e monache dell’Ordine, ognuno corredato da didascalia che ne connota le sofferenze e le astinenze o i digiuni a cui si sottoposero, in ottemperanza alla regola abbracciata. A Vittore, invece, si deve la devoluzione al convento dei proventi di molte sue opere, che servirono per edificare la Cappella dei Morti (distrutta nel XX Secolo), il ponte sul torrente Morla e il nuovo braccio occidentale entro cui fu ricavato il secondo (si presume) refettorio, che a sua volta ha restituito una Ultima cena datata 1668 e parzialmente restaurata. A Defendente, per ora, nulla di certo, ma resta il dubbio che possa aver in qualche modo partecipato all’impresa.

Dopo la soppressione per volontà napoleonica, l’edificio ha subito diverse e snaturanti destinazioni d’uso, fino a diventare oggetto di una convenzione stipulata tra il Comune di Bergamo e la Parrocchia del Duomo (per quanto riguarda la chiesa, mentre il convento, nella sua porzione appena restaurata, è stato dato in comodato a Caritas). Il recupero del primo lotto è stato finanziato dalla Fondazione Cariplo, che ha sostenuto il progetto di Caritas Bergamo per adibire i locali a dormitorio per i poveri. Speriamo, dunque, che giungano nuovi fondi per proseguire i lavori e recuperare così molte altre testimonianze della nostra storia, artistica, sociale e umana, che sicuramente il Galgario ancora cela a nostri occhi.

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