I Guadalupe Plata suonano al Goisis
Ci portano nei meandri della Spagna

La morsa dell’afa ci fa boccheggiare, ma per fortuna c’è il Goisis. Lì in Monterosso, ai piedi dei Colli che abbracciano la città, dopo il tramonto una brezza leggera accarezza bar e tavoli, dando respiro a tutti. E poi c’è la musica a fare il resto. In particolare il mercoledì, quando i ragazzi di Nutopia e Tassino che gestiscono l’estivo organizzano bellissimi concerti live intimi e imperdibili. I protagonisti di questa sera, 26 giugno, saranno i Guadalupe Plata, trio rock spagnolo dalle sonorità fortemente blues. Nata nel 2008, la band ha pubblicato nel 2018 il suo quarto album (Guadalupe Plata 2018) e parte proprio dalla nostra città per un mini-tour italiano di quattro date che si concluderà a Salsomaggiore sabato 29.

 

 

Intanto abbiamo incontrato i tre ragazzi e abbiamo fatto con loro una chiacchierata, per conoscerli meglio e capire un po’ cosa ci proporranno sul palchetto del chiringuito del Goisis questa sera, a partire dalle 21.30.

Già dal vostro nome, ispirato alla Vergine di Guadalupe (santa di Ubéda), si capisce il forte legame che avete con la tradizione popolare. È un legame evidente anche dal vostro ultimo album, sulla cui copertina avete utilizzato proprio un’immagine della Madonna. È un tratto distintivo della vostra ricerca musicale?

«Siamo molto attratti dalle tradizioni più antiche e profonde del nostro Paese, ma ci piace soprattutto fare interagire queste con le culture che ci circondano, con cui entriamo quotidianamente in contatto, come quella messicana o cilena. Nel caso della copertina del nostro ultimo album, abbiamo unito un ex voto messicano con una scena locale: ringraziamo la Santa di Ubéda per la sua battaglia contro i demoni che tentano di rubarci gli strumenti».

 

I video della vostre canzoni sono molto suggestivi. Penso ad esempio a Qué he sacado con quererte, del 2017. Partecipate attivamente alla ideazione dei vostri video? Perché nella maggior parte dei casi c’è uno strettissimo legame tra lo spirito della canzone e quello del video (cosa che risulta evidente in Esclavo, del 2013, canzone molto “dark”).

«Siamo sempre stati fortunati: abbiamo lavorato con persone che capivano la nostra natura e che hanno collaborato con noi per “catturare” perfettamente in nostro essere dal punto di vista visivo: Miguel Jara (Estudio Pneuma), Jesús Hernández (NYSU Films), Beatriz Sánchez… Ci confrontiamo spessissimo con loro durante il processo creativo e diamo il nostro contributo, anche se alla fine il merito è soltanto loro».

 

 

Qual è la relazione tra la musica e il testo nelle vostre canzoni? Usate strumenti particolari, che hanno un qualcosa di primitivo quasi. Si può dire che sia un aspetto importante della vostra identità?

«Partendo dall’idea di prendere elementi da ciò che ci circonda, ho trovato la chiave guardando una serie degli anni Settanta, Raìces, nella quale il protagonista si recava in questa città sperduta della Spagna a riscoprire suoni e costumi dell’antichità. Lì ho visto che c’era un mondo a molti sconosciuto anche per la musica, con strumenti non più utilizzati. Ad esempio, percussioni legate… alla cucina. Insomma, ho capito che potevamo fare nostro quel concetto, ma attraverso i suoni e gli strumenti della Spagna più autentica».

Il vostro ultimo lavorato lo avete portato a termine in poche settimana; quello precedente in pochi giorni. La ragione è anche un nuovo modo di comprendere il vostro suono e, quindi, la vostra musica?

«Penso che la risposta risieda nella nostra fissazione per Gris-Gris di Dr. John. Anche se andiamo sempre in studio di registrazione senza idee fisse, in questo caso l’influenza di quell’album e l’intenzione di partire da quella base in particolare c’era. Un album che va oltre il blues e il soul, ma che abbraccia anche la musica ritual, voodoo, calypso e che utilizza percussioni di origini africane. È la base da cui poi abbiamo sviluppato le nostre idee, ci siamo presi il nostro tempo, fino a dare vita alle canzoni del nostro ultimo album».

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