Il successo di Moroni a Londra
e il libretto se ve lo siete perso

Tre mesi giusti di apertura, 90 giorni che alla fine avranno richiamato 90mila persone (gli organizzatori si dicono convinti che domenica, ultimo giorno, verrà superata quella soglia). Giambattista Moroni a Londra è andato oltre le più rosee aspettative. Ha conquistato una città ostica, abituata ai grandi nomi alla moda, non ai rocciosi maestri venuti da province lontane.

Gli elogi della stampa inglese. Ha strappato titoli pieni di meraviglia anche ai compassati giornali britannici. Per il Telegraph la mostra è stata «a great show» (un grande show, ovvero: uno spettacolo!). Il sempre sobrio Times si è lasciato scappare persino un punto esclamativo: «Holy Moroni! This is fine painter» (Accidenti Moroni! Questo un bravo pittore). L’Indipendent lo definisce ammirato come un artista che, nei suoi lavori, rivela  «psychological insight – as well as his eye for fashion» (un’intuizione psicologica – così come buon occhio per la moda», nel senso dei vestiti).

Ma la più clamorosa è la definizione del Financial Times: «One of the greatest painters of the 16th century». Uno dei più grandi del suo tempo. E l’Evening standard si chiede, a tal proposito, come sia stato possibile sottovalutare così un maestro del valore di Moroni. Il più spiazzante e il più imprevedibile è però il titolo che l’ascoltatissimo Jonathan Jones ha messo alla sua recensione scritta per The Guardian: «Quietly magical and erotically charged». Dove a Moroni si attribuisce – appunto – un silenzio magico (e qui c’eravamo), carico di erotismo (e questa sottolineatura è francamente nuova). Questo vuol dire che guardando Moroni di vede un pittore dalla psicologia molto moderna.

 

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Il libretto per chi si è perso la mostra. Del resto, il grande bergamasco alla Royal Academy ha dovuta vedersela, in quanto a concorrenza, con uno dei mostri sacri dell’arte contemporanea, quell’Anselm Kiefer che suggestiona con i suoi quadri immensi e carichi di attualità e che ha esposto nella stessa sede in questi mesi. Ma fra quattro secoli Kiefer sarà capace di riscuotere lo stesso successo che oggi Moroni ha dimostrato di saper raccogliere?

La domanda spiritosa e provocatoria se l’è posta Simone Facchinetti, curatore della mostra insieme ad Arturo Galansino, in un bel libretto appena pubblicato (lo trovate qui), una sorta di diario di lavoro tenuto attorno al cantiere dell’esposizione moroniana. Il libretto, molto agile, è stato anche pensato per pubblicare le foto dell’allestimento, realizzate da Lidia Patelli, e per risarcire i tanti che avrebbero voluto essere a Londra in questi mesi all’appuntamento con il grande bergamasco ma non hanno potuto recarsi nella capitale inglese. Funziona un po’ come una videocamera che percorre sala per sala, spiegando le ragioni delle scelte allestitive, degli accostamenti.

C’è anche spazio per l’osservazione molto emozionata dei primi visitatori, per verificarne le reazioni e capire se la mostra riusciva a fare breccia in un pubblico così diverso. Facchinetti ha modo di trovare immediate conferme, perché il commento più frequente fa capire che la distanza geografica e temporale non viene assolutamente avvertita: «Sembra un pittore dell’Ottocento». Cioè uno molto più avanti rispetto al suo tempo.

Ma c’è un altro aspetto che spiega il successo di un artista come Moroni: ed è il fascino che i suoi personaggi, grazie a lui, riescono a comunicare. Lo capì bene un grande studioso svizzero come Jacob Burckhardt, la cui citazione, relativa al ritratto del vecchio Piero Spino, chiude giustamente il testo di Facchinetti: «Guarda sereno e ben disposto fuori dal dipinto […] ha l’espressione di un’esperienza di vita immensa».