Cento affreschi: i tesori sconosciuti
sui muri di Palazzo della Ragione

Foto ©Bergamopost/Mario Rota

 

Nel cuore di Bergamo Alta – all’interno del Palazzo della Ragione in Piazza Vecchia e lungo le pareti dal Salone delle Capriate – giace silente dalla fine degli anni Novanta una selezionata raccolta di strappi di decorazioni murali, recuperata dai contenitori storici della nostra città e della nostra provincia. Sono circa un centinaio di pezzi, sebbene non tutti esposti, divisi tra il salone e l’attigua Sala de Giuristi, l’Ufficio Tecnico del Comune di Bergamo e altri vani attrezzati per conservarli come meritano: considerando l’epoca della loro esecuzione (dal Trecento al Cinquecento) coprono un arco cronologico di circa tre secoli, quindi hanno superato, piuttosto malconci ammettiamolo, oltre sette secoli.

Tesori sconosciuti. Sta a noi ora preoccuparci della loro conservazione. Già, ma la conservazione e valorizzazione di un bene poggia sulla sensibilizzazione, o perlomeno sulla consapevolezza dell’esistenza. Comunque, ora, dopo oltre due decenni di dimenticanza e complici diversi eventi contigui, sembra che il Comune di Bergamo abbia predisposto un calendario di mostre ed eventi, che permetterà l’accesso al salone e finalmente concederà la facoltà di scorrere le belle pareti ed accorgersi del vasto patrimonio che conservano.

L’allestimento e la sala. I criteri dell’allestimento puntavano inizialmente a diversificare i pezzi facenti capo al Comune di Bergamo a alla pinacoteca dell’Accademia Carrara, distinti tra soggetti sacri e profani, ma alla fine si è ragionevolmente deciso di raccogliere le opere per nuclei attinenti l’edificio di appartenenza. L’allestimento risale agli inizi degli anni Novanta, curato dall’architetto Sandro Angelini e dal figlio Piervaleriano, insieme alla supervisione dell’allora direttore dell’Accademia Carrara, il dottor Francesco Rossi.

Ecco, quindi, che entrando nella grande aula quasi quadrangolare (26×24 metri circa) si resta piacevolmente sorpresi dal gioco delle sette capriate lignee, che da sole reggono gli spioventi del tetto del Palazzo della Ragione e scaricano il peso ingente lungo le pareti, che a loro volta rilasciano la mole dell’edificio romanico a terra, grazie al portico sottostante di isabelliana memoria. Ma oltre alla magnificenza strutturale, scandita dai leggeri apparati del nuovo allestimento, affiorano dalle pareti colori, volti, posture, tratti lineari di preparazione nera e rossa tesi a sottolineare volti, gesti, abiti, che insieme animano scene, a testimonianza della devozione popolare dei nostri avi, quella vera, quella sentita, quella a cui le generazioni passate si affidavano quale loro unica e ultima speranza, certe che santi e Madonne avrebbero ascoltato le loro invocazioni e preghiere di speranza.

Gli affreschi e la loro provenienza. Da sinistra, avanzando in senso antiorario, incontriamo i lacerti provenienti dall’ex monastero domenicano di Santa Marta in Città Bassa, tre dei diciannove rinvenuti nel 1915 all’atto della penosa demolizione dell’edificio per far sorgere il nuovo Centro Piacentiniano. Gli altri reperti, invece, sono conservati negli uffici e nel chiostro dell’Ubi Banca in Viale Roma.

Seguono i numerosi strappi provenienti dalla chiesa di Sant’Antonio in foris di Borgo Palazzo, sconsacrata nell’Ottocento e da allora adibita ad attività commerciale, i più antichi esposti e tra i più remoti presenti nei numerosi cantieri di città e provincia, che giocano una partita alla pari con la chiesa di San Michele al pozzo bianco di Via Porta Dipinta, il Museo della Cattedrale e la chiesa romanica di San Giorgio ad Almenno San Salvatore nel parco del Romanico.

È poi il turno della ex chiesa di Santa Maria Maddalena in borgo Sant’Alessandro con uno dei più deliziosi cicli pittorici ispirati alla Legenda Aura di Jacopo da Varagine, dove si sostiene che la peccatrice in realtà sia da identificarsi con Maria di Magdala, sorella di Marta e Lazzaro (il resuscitato da Cristo), protagonista della spedizione a Marsiglia in Francia.

C’è poi una porzione di parete condivisa tra più edifici ubicati sia in Bergamo Bassa che Alta, su cui trovano posto strappi provenienti dalla chiesa paolotta del Galgario, dalla prima chiesa di Santa Maria delle Grazie in Porta Nuova, da quella una volta intitolata a Sant’Agostino alla Fara e di Sant’Agata nel Carmine lungo la Corsarola.

Si prosegue con i locali dell’ex convento francescano di Piazza Mercato del Fieno, oggi sede degli uffici della Fondazione Bergamo nella Storia, che restituiscono i pezzi meglio conservati, per poi spalancare la scena ai lacerti dell’urbinate Donato Bramante datati 1476-77, originariamente disposti sul fronte del Palazzo del Podestà veneziano su Piazza Vecchia. Incredibile pensare che l’edificio, oggi ridotto a un’anonima facciata monocroma, vantava ben sei strati affrescati, sfogliatisi uno con l’altro durante il restauro degli anni Cinquanta del secolo scorso e che hanno rivelato oltre alle finte architetture prospettiche anche lacerti opera forse del pittore bergamasco Giovanni de Busi detto il Cariani. Chissà come si presentava quella facciata, chissà che colori sfoggiava, chissà che sogno per le delegazioni veneziane giunte a Bergamo dopo un lungo viaggio – dalla SS. del Tonale, lungo Borgo Palatium, Borgo Pignolo, Via Porta Dipinta, Piazza Mercato delle Scarpe, Via Gombito – affacciarsi sulla Piazza Vecchia con quel caleidoscopio di colori che rivestivano gli abiti dei sette sapienti dell’antichità greca con motti tratti dalle opere di Seneca.

L’esposizione termina con affreschi sparsi provenienti da palazzi nobili bergamaschi – scene cortesi, angeli e vergini, Madonne e santi – e uno stupendo tondo iridato con una Madonna e Bimbo proveniente dall’esterno dell’absidiola di nord-est della Basilica di Santa Maria Maggiore, opera di Pacino da Nova, forse, dati i pagamenti “in porta” documentati nel 1383, sintomo di quelle sofisticate maestranze cortesi che dobbiamo, nostro malgrado, alla presenza della nefasta corte viscontea a Bergamo dal 1331 al 1428. Forse la stessa che agevola l’arrivo a Bergamo e l’affermazione di altre maestranze, tra cui il Maestro del 1336, il Maestro dell’albero della vita, il Maestro di San Nicolò dei Celestini o delle Storie della Maddalena, pittori che si ritrovano, oltre che nel museo dell’affresco, in tutti i maggiori cantieri trecenteschi della nostra città.

Un fantomatico museo. A questo, dunque, deve servire questo fantomatico museo – non inserito nell’elenco dei musei civici di Bergamo o della Fondazione Bergamo nella Storia o di Donizetti, ma che rientra a pieno titolo nel contesto dell’Accademia Carrara – a creare rapporti visivi ordinati e ben disposti per formulare ipotesi, teorie di confronto e riproporci un reportage della pittura murale in città, prima del sopravvento delle opere mobili, dai polittici alle pale d’altare.

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