La chiesa di S. Maria delle Grazie
Una devozione lunga sei secoli

Fonte immagini: Parrocchia Santa Maria delle Grazie.

 

È la parrocchia del centro città, inteso quello il cui baricentro è Porta Nuova, e che quindi connette l’abitato urbano con quello extraurbano, così come il centro storico antico (Città Alta) con quello moderno (Via XX e Quadriportico del Sentierone), proprio come un doppio cordone ombelicale. Eppure la vediamo ogni giorno distrattamente: dal finestrino dell’auto mentre svoltiamo o dal retrovisore in procinto di sfrecciare verso il colle, rintanata dietro l’edicola ed il fioraio, o frettolosamente quando inforchiamo la pensilina dei bus 1-2-7. La sua entità si perde un poco nella cortina degli edifici a lato, nella sfilza dei negozi che sfilano lungo il lato di viale Papa Giovanni su cui si trovano anche gli accessi al chiostro, all’oratorio e al Teatro delle Grazie, che spesso prevaricano rispetto alla sua essenza di chiesa. Solo il cupolone, se visto a debita distanza, vince su tutta la mole dell’edificio, ma anche in questo caso il complesso dell’istituto bancario che le aderisce, esiguo residuo del monastero dei Minori Osservanti Riformati, la prevarica e la pone in secondo piano. Come riscattarla quindi al di là della sua importanza religiosa? Raccontandone la storia e la bellezza.

 

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Un po’ di storia, dalla fondazione. La chiesa venne consacrata nel 1427, dopo che nel 1422 San Bernardino soggiornò per la seconda volta a Bergamo, intervenendo sulle questioni delle fazioni avverse dei guelfi e dei ghibellini, e ne ordinò la costruzione nei pressi di una precedente intitolata alla Carità (o a Santa Margherita?). Una descrizione di fine Cinquecento narra che la chiesa, dedicata all’Assunzione di Maria, e il convento erano bellissimi, quest’ultimo dotato di biblioteca, studio, spezieria e inserito in un bosco chiuso tra i broli. All’inizio del Settecento, invece, si parla della vastità dei chiostri: ai piani superiori si trovavano i dormitori, al piano terra le camere per il riposo e la meditazione, il refettorio, la spezieria, l’infermeria, i locali per la tosatura dei settanta frati; tutt’intorno si sviluppavano il frutteto, l’orto cinto da mirto, tabacco e ginestra, i pozzi, la stalla e il fienile oltre alla splendida cornice data dal bosco di salici, pioppi, olmi, frassini e querce.

 

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Gli ordini religiosi e le confraternite laiche. I frati celebravano la messa quotidiana, salariati dal vicino Ospedale Grande di S. Marco in cui erano attivi, così come contestualmente nel mercato della Fiera e in Bergamo Alta nel convento di Rosate: per favorire gli spostamenti dei monaci, nel 1628 proprio dirimpetto all’ingresso al convento viene aperto nella cortina delle Muraine medioevali un varco, il portello del Rasulo (corrispondente all’incirca all’attuale passaggio di Via Sora), con ponte levatoio sopra il canale Roggia Serio (fossatum comunis Pergami).

Per la chiesa operava anche la Compagnia della Concezione della Beata Vergine, formatasi nel 1476, dotata di molti privilegi, benefici, indulgenze e con l’incarico di organizzare processioni per tutto il borgo, quindi bel oltre gli attuai confini della Parroccha ovvero dalle odierne vie Tiraboschi/Camozzi fino all’area della FFSS, al limite della Parrocchia di Pignolo poi sdoppiatasi in quella di Sant’Anna.

La soppressione e la ricostruzione. Tutto il complesso venne soppresso nel 1810 e quasi interamente abbattuto nel 1856, per favorire il nuovo assetto urbano della Città Bassa, spalancando il boulevard verso la stazione austro-ungarica nel 1857 e favorire il tracciato della Strada Ferdinandea verso l’abitato antico: la chiesa quattrocentesca fu completamente demolita e ricostruita in forme neoclassiche nel 1875, e dei quattro chiostri ne sono rimasti solamente due ancora visibili, uno di pertinenza della chiesa (pubblico e accessibile da via Papa Giovanni) ed uno dell’istituto bancario (privato in via Gallicioli).

 

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L’oratorio adiacente del Santo Jesus. Le Grazie per diversi secoli hanno condiviso broli e orti con altri due edifici sacri: la chiesupoletta dedicata a Santa Margherita (demolita) e l’oratorio del Santo Jesus (demolito nel 1889), sorta di cappelletta votiva, costruita nell’aprile del 1577 dopo l’apparizione miracolosa del Cristo, che risaliva il Calvario. Il fatto fu all’origine di molti atti devozionali, testimoniati dai numerosi ex-voto che vi erano appesi, così che l’oratorio nel tempo fu interessato da lavori da rimaneggiamenti e ampliamenti, per garantire riparo a chi volesse sostare a pregare stando all’esterno. A braccia lo si potrebbe collocare nel punto in cui la via Taramelli si immette in via Camozzi, in corrispondenza dell’antico angolo nordorientale del muro di cinta di rispetto delle Grazie (da fonti iconografiche), posto direttamente su strada, con accesso su via Camozzi. Sopra l’altare vi era una nicchia chiusa da un vetro e un’inferriata, voluta per proteggere l’immagine dipinta del Santo Jesus, strappata e tuttora conservata nella Cappella del Santo Jesus della nuova chiesa delle Grazie; un’altra raffigurazione del Santo Jesus, prima del miracolo del 1608, era collocata sulla facciata della cappella ed ora conservata nei depositi dell’Accademia Carrara.

 

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Il Cavagna e la sua sepoltura. Il più importante dei nostri artisti controrifomati, dopo l’astro di Giovanni Battista Moroni (1520 circa-1577), è Giovan Paolo Cavagna (1556-1627), che nacque, visse e lavorò alacremente nel borgo di San Leonardo per quasi tutta la sua vita, sicuramente fino alla morte. A lui dobbiamo moltissime pale d’altare in città e nelle chiese della Diocesi ed è lui che 400 anni fa vinse la gara indetta dalla MIA di Bergamo, per dipingere la cupola della Basilica di Santa Maria Maggiore in Bergamo Alta. Tuttavia pare che, in prossimità della morte, ebbe delle accese scaramucce con il suo parroco, colui che reggeva la Chiesa dei suoi natali, quella di Sant’Alessandro in Colonna, forse per delle contestazioni sorte sulle pale sue e dei colleghi-concorrenti Enea Salmeggia e Francesco Zucco, disposte a distanza di secoli nel coro del tempio. Cavagna, dunque, con tono di accesa ripicca, scelse di farsi seppellire invece che nella parrocchia natia in quella delle Grazie, nella chiesa madre, che, pur rinnovata in fogge neoclassiche, ha conservato un suo bellissimo dipinto. Purtroppo le sue spoglie sono andate perse durane i lavori di rifacimento del tempio, ma il destino non è stato benevolo neppure con i suoi antagonisti, le cui tombe vennero letteralmente spazzate via dai lavori di arretramento della facciata della Basilica di Sant’Alessandro in Colonna.

 

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Gli affreschi. Come in quasi tutte le chiese sono le sacrestie a custodirne i tesori più pregevoli, ma solitamente questi sono ben chiusi a chiave e spesse volte inaccessibili. Le Grazie, invece, vi sorprenderanno, perché nell’antisacrestia, aperta al pubblico tutti i giorni e con accesso libero proprio lungo viale Papa Giovanni, è possibile ammirare gli affreschi quattrocenteschi (24) con le Storie di San Francesco, recuperati dalla Provincia di Bergamo dieci anni fa circa sul mercato antiquario e a suon di quattrini: un tempo ornavano la cappella della Trinità, i cui committenti che vi riposarono erano i mercanti Cassotti de’ Mazzoleni, gli stessi che poi avrebbero ingaggiato Andrea Previtali per la pala della Trasfigurazione, oggi a Brera, per la stessa cappella e che compaiono con lui nel dipinto della Carrara e Lorenzo Lotto, una volta giunto a Bergamo. L’autore del ciclo è stato individuato in Jacopino Scipioni di Averara, dato che i documenti contabili citano un saldo a suo favore nell’anno 1507.

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