La Pietra Cote, tascabile e utilissima

Foto in copertina di bergamasca.info

 

Continua il nostro viaggio alla scoperta delle pietre originali della bergamasca, che nelle puntate precedenti non ha mancato di regalarci curiosità e sorprese circa la loro origine, il loro aspetto, la loro presenza nell’edilizia strutturale comune, antica e recente, oltre che il loro uso in ambito ornamentale.

Take away, nel cudèr. Di tutte quelle fino ad ora analizzate, nessuna custodisce un segreto dal sapore quasi esoterico, nessuna è talmente maneggevole da essere impiegata nei piccoli lavori manuali e soprattutto nessuna può essere utilizzata take away, caratteristica questa che vanta la protagonista di oggi: la Cote. Questa pietra, una volta estratta, viene sagomata in panetti di forma ellittica, che si rendono così facilmente trasportabili e che si caratterizzano per dimensioni quasi “tascabili” (circa cm 20×60); ancora oggi i contadini che usano la Cote per affilare e molare altre pietre o metalli la custodiscono nel cudèr, un astuccio legato alla cintura dei pantaloni, entro cui viene volontariamente inserita dell’acqua, per sciogliere il cemento calcareo che lega i frammenti silicei: in questo modo e in maniera del tutto spontanea affiorano dei nuovi granuli, che poi vengono reimpiegati per l’affilatura.

Ed eccone svelato il segreto: la Cote è la pietra locale da secoli utilizzata per abradere e affilare altri oggetti, soprattutto metallici (come lame di falci, falcetti, coltelli, forbici), quindi ciò lascia intendere di come il suo impiego risalga a tempi antichissimi, addirittura preistorici, nonostante la prima menzione scritta la si ha solo nel I sec. d.C. con Plinio nell’opera Naturalis Historia.

 

 

Le proprietà. La pietra si presenta grigia e ruvida comunemente a tante altre già viste o comunque comuni: trattasi di calcari di età Giurassica della Val Seriana (fanghi costituti principalmente da gusci e scheletri di organismi risalenti a 180 milioni di anni fa) e dei Flysch Cretacici della Val San Martino (rocce detritiche deposte da correnti di torbida tra 80 e 60 milioni di anni fa); gli strati cavati sono delle arenarie, cioè sabbie ricche di quarzo legate da cemento calcareo.

Le proprietà abrasive delle rocce da cui si ricava la Cote sono legate principalmente alla loro composizione: molti dei minerali che le compongono presentano una durezza maggiore di 6.5 (valore maggiore di quello dell’acciaio), uniti ad altri che se pur di durezza inferiore ne garantiscono una forte coesione. Un altro aspetto molto particolare è il loro potere abrasivo, tanto maggiore quanto più ridotte e omogenee sono le singole pietre, “le quali devono preferibilmente avere forma spigolosa o allungata e distribuzione omogenea”: infatti, al microscopio ottico la Cote si presenta in minuti aghetti di quarzo (le spicole in grigio scuro), che “galleggiano” nel cemento calcareo quasi bianco.

 

 

L’affilatura. Come appena raccontato, in passato la Cote veniva ampiamente utilizzata nell’ambito delle attività quotidiane e agricole, in questo secondo caso per incrementare la resa delle operazioni di raccolta manuale delle messi e dei foraggi; tuttora l’impiego delle pietre coti resta fondamentale nell’ambito delle piccole coltivazioni e la sua trasportabilità gioca a suo favore: si pensi che l’utilizzo della falce fienaia è ancora legato alla preparazione della lama, che prima del taglio viene battuta e affilata con la Cote, al fine di mantenere la lama efficiente e longeva molto più a lungo rispetto agli abrasivi sintetici ampiamente in commercio. L’affilatura delle lame con le pietre Cote si ottiene sfregando la costa della cote sulla lama: osservando gli artigiani o anche i contadini al lavoro si nota di come la gestualità sia molto elementare, tanto da far parere possibile che tale operazione sia praticabile da tutti, ma la manualità nei tanti movimenti fluidi e morbidi si acquisisce solo in anni e anni di pratica e di esperienza.

Dove si trova. Nel 1924 si distinguevano due qualità di coti: di Pradalunga, Albino e Nembro (circa 900.000 pezzi all’anno) e di Foresto Sparso, Grone e Palazzago (circa 1.200.000 pezzi all’anno). Le cave in totale erano 15 e si distribuivano in 8 comuni (Rapporto Economico sulla provincia di Bergamo della CCIAA, 1924), ma le fonti ne ricordano molti di più, tra cui Adrara, Almenno San Bartolomeo, Calolzio, Foresto Sparso, Gavarno, Monte di Grone, Palazzago, Pontida, S. Antonio d’Adda, Sarnico, Torre de’ Busi, Viadanica. Oggi la pietra coti la si lega principalmente alle località di Pradalunga, al punto che “la Pradalunga” è il nome commerciale di una delle più rinomate pietre coti, e a Palazzago; questo è giustificato dal fatto che per diversi secoli, Pradalunga ha visto impiegato tutta la forza lavoro della sua comunità attorno alla produzione delle coti, dagli uomini alle donne: i primi la estraevano e la lavoravano, mentre donne e bambini si occupavano della rifinitura e dell’imballaggio dei prodotti. Addirittura per questi due ultime categorie di persone era possibile lavorare “a domicilio”, così da permettere contemporaneamente la custodia della casa e la cura dei figli.

 

 

L’esportazione. Date le loro proprietà, le pietre coti di provenienza orobica si diffusero ad ampio raggio anche al di fuori dell’area padana; infatti, oltre all’epoca romana, numerose sono le testimonianze del loro impiego fin dal Medioevo, destinate tanto al settore agricolo, quanto a quello metallurgico, come materiali per rifinire manufatti metallici.

I principali paesi importatori sono stati la Germania, che fino alla II guerra mondiale era uno dei maggiori importatori, le Americhe e anche l’Australia, dato che le coti spesso seguivano i flussi migratori dei bergamaschi, questi emigrando verso nuove terre in cerca di fortuna, portavano con loro le proprie tradizioni e consuetudini, fra le quali figurava anche l’utilizzo delle Coti.

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