Santuario di Sombreno, la rinascita

Foto di Mario Rota

 

Appare dal nulla, nel cielo, proprio quando dalla Dalmine-Villa d’Almè si imbocca la Val Brembana o si torna verso Bergamo. Oppure si staglia in lontananza quando dal colle della Madonna del Bosco si scende a Valbrembo e poi si lambisce la strada ai piedi di Fontana e della Madonna della Castagna. O, ancora, quando dai sentieri del Parco dei Colli, provenendo da Valmarina o dalle sponde del Quisa, si intravede la statua della Madonna in cima al campanile. Ma la via più suggestiva per raggiungerlo, quella più originale e storica al contempo, è la salita che si imbocca dal parcheggio di Villa Pesenti Agliardi: un primo tratto morbido, un paio di curve, poi una ripida scalinata affiancata da moderne cappelle devozionali dedicate ai Dolori della Vergine, risalenti agli anni Venti del Novecento (con opere datate 1989 di Maribea Bonzani, Angelo Capelli, Calisto Gritti, Mino Marra, Simon Morelli, Franco Normanni, Alessandro Verdi) e con alle spalle un bellissimo panorama; in men che non si dica si è in “vetta”, sulla collina di Breno, dove un portale d’accesso immette al pianoro terrazzato con archi in cemento armato del secolo scorso che ruotano attorno al complesso degli edifici sacri. Questi sono costituiti dal Santuario dell’Addolorata (già Chiesa Santa Maria) e dalla Chiesa della Natività di Santa Maria Santissima, che coprono un arco temporale di quasi un millennio: dall’XI al XX secolo. Insieme danno vita al bellissimo luogo noto col nome di Santuario di Sombreno.

La prima citazione del sito risale al X secolo, quando ancora era in forma di fortificazione proprietà dei Conti Calusco e Carvico per poi passare, entro la fine del XII secolo, agli Albertoni legati alla famiglia Vertova e dal 1267 alla Chiesa di Bergamo. Al castello di Breno era annessa, come di rito, una cappella dedicata a Santa Maria, che in seguito diviene la parrocchiale di Paladina, di Ossanesga (fino alla metà del XVI secolo) e, naturalmente, di Breno. Attualmente è dedicata all’Addolorata, si presenta in forme barocche e affianca l’attuale santuario, ma del passato mantiene le murature e alcuni affreschi datati XV secolo. Proprio alla fine del XV secolo, dopo che i parrocchiani presentano una supplica alle autorità veneziane a lavori già iniziati, si pongono fondazioni e pilastri per un nuovo edificio, recuperando materiale dal vecchio fortilizio ormai inservibile dopo l’annessione dei territori alla Serenissima, che nel contempo aveva spostato i confini verso il fiume Adda. L’autorizzazione alla costruzione arriva nel 1493 ed entro i primi quattro decenni del nuovo secolo si eleva il nuovo edifico sacro e lo si riveste lungo le pareti di affreschi votivi: Madonne con bimbo, il polittico suddiviso in nove pannelli realizzato da Giovanni di Santacroce (di cui lo scomparto con il Padre Eterno è conservato in Parrocchiale, quello con Maria e bimbo dai conti Agliardi, Fermo e Rustico in Accademia Carrara, già dei coniugi Asperti di Boccaleone), la vasta Crocifissione, che ora riaffiora da dietro la pala d’altare, e i santi titolari dei due altari laterali (Rocco e Caterina), ritratti in compagnia di altri santi e martiri e attribuiti a pittori della cerchia di Andrea Previtali o seguaci di Lorenzo Lotto.

L’edificio, dedicato alla Natività di Maria Santissima, presenta una sola navata, scandita da due archi ogivali che dividono l’aula in tre campate coperte da travetti in legno e piastrelle in cotto. L’abside è voltata a botte e costituisce l’area che durante gli ultimi restauri, di natura strutturale e conservativa, ha restituito più testimonianze del passato: grazie all’utilizzo di cerniere mobili che permettono di muovere i supporti dei dipinti su tela, manovrabili solo dal personale autorizzato dalla Parrocchia, oggi sono godibili da tutti coloro che lo desiderino e che alla vista ne restano senza dubbio esterrefatti, per la gioia dei colori, per la raffinatezza dei volti, per la bellezza del contest entro cui ancora possono respirare dopo anni di “copertura”. L’attuale foggia barocca dell’edificio è connotata dagli stucchi barocchi eseguiti sia dai fratelli Porta (navata e Padre Eterno sul portale d’ingresso al sito) che Sala (ancona dell’altare maggiore) del Canton Ticino, a cui seguono gli affreschi di Pietro Baschenis nella vota del presbiterio (Storie di Maria), l’Annunciazione del 1660 di Caro Ceresa nell’arco dello stesso e la decorazione delle due cappelle lungo la navata, con opere di Carlo Ceresa (Madonna del Rosario con San Pietro e Santa Caterina, San Nicola e Sant’Antonio, San Rocco e Sebastiano, Misteri del Rosario – Cappella del Rosario, famiglia Corna Pesenti) e di Carl Loth e Gregorio Lazzarini (Gesù Crocefisso, Resurrezione figlio vedova di Naim, Resurrezione di Lazzaro – Cappella dei Morti, famiglia Carminati). La pala dell’altare maggiore, Natività di Maria di Antonio Zanchi, viene posta sull’altare nel 1672, grazie alla rimessa da emigranti dei mercanti Carminati in Venezia. Altre opere arricchiscono la navata e la controfacciata e sono state realizzate tra il XVI e il XVIII secolo, mentre l’organo è un Serassi del 1736. Affascinante, poi, anche la leggenda legata allo strano osso abitualmente qui conservato e ora al Museo Caffi di Città Alta per essere sottoposto ad accurate analisi scientifiche. La potete leggere e scoprire QUI.

Per il campanile servirà attendere il settimo decennio del Cinquecento (la cuspide con la statua è del 1879), mentre già nel XVI secolo era stata consacrata la nuova chiesa al piano, l’attuale Parrocchiale dedicata ai santi Fermo e Rustico, più comoda da raggiungere e più a diretto contatto con le località su cui affaccia rispetto a quella sul monte: gli abitanti di Sombreno la considerarono tale ancora prima della sua ufficializzazione, avvenuta solo nel 1806 e tuttora in essere.

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