La riscoperta del Carloni, un grande artista

L’artista settecentesco Carlo Innocenzo Carloni è tornato recentemente in auge dopo il recupero dello splendido apparato decorativo a fresco della ex Chiesa di San Michele all’Arco in Piazza Vecchia, all’angolo con via Rivola in Città Alta, adibita da diversi decenni a deposito della Biblioteca Civica Angelo Mai. La notizia è che con il trasferimento nella vicina Casa Suardi dei preziosi materiali custoditi nella ex chiesa, l’aula potrà finalmente liberarsi e divenire fruibile come spazio della biblioteca per conferenze e incontri. Se così fosse, sarebbe un vero incanto pensare di assistere in quella cornice a una delle importanti attività che da qualche anno caratterizzano il palinsesto della Civica Mai; altresì si spalancherebbe un altro angolo di Bergamo, sconosciuto ai più. Per questo, si devono ringraziare tutti i sostenitori dell’iniziativa, a partire dai promotori, l’associazione Italia Nostra, così come i restauratori dello Studio Baldis di Bergamo.

 

Foto di Mario Rota

Ma chi è l’artista che ha decorato gli interni della chiesa? Se ne era già parlato qualche tempo fa e si era anche accennato ai suoi interventi in città e in provincia. Carlo Innocenzo Carloni, nato a Scaria in Valle d’Intelvi (CO) nel 1686 e lì deceduto nel 1775 (sepolto nel cimitero contadino, a fianco del fratello Diego), era figlio d’arte: la famiglia, sia paterna che materna, praticava architettura e scultura da generazioni, ed è proprio alla famiglia che deve l’esperienza acquisita in vari cantieri. Ma anche alla formazione avuta nella bottega di un conterraneo negli anni 1702-1706, quel Giulio Quaglio che tanto operò anche a Bergamo (Chiesa di Sant’Agata, Domus Magna, Chiesa parrocchiale San Paolo d’Argon, per citare alcuni suoi lavori) e che con il Carloni opera a Lubiana (oggi capitale della Slovenia); molti dei soggetti della volta della Cattedrale li ritroviamo riprodotti a Bergamo, nei locali attigui la navata, oggi occupati dalla pizzeria del Circolino di Sant’Agata. Secondo le fonti, Carlo dalla Baviera viene a Venezia e a Roma, per poi rendersi autonomo entro il 1710. Sempre grazie alla famiglia, si trasferisce a Vienna, dove, sposatosi con una conterranea da cui nasceranno otto figli (nessuno seguirà con successo le orme familiari), lavorerà alacremente: nella capitale austroungarica decora il castello del Belvedere inferiore e del Belvedere superiore per poi trasferirsi a Linz. Nel 1717 si porta a Praga (Palazzo Gallas), mentre nel 1729 si trova nuovamente in Germania, stavolta nella parte sudoccidentale del Wuttenberg, per decorare i castelli di Ludwisburg e di Ansbach entro il 1735. L’ultima trasferta tedesca avverrà nel 1750 per gli affreschi del castello del principe elettore Clemente Augusto a Bruhl.

Rientrato in Italia e ristabilitosi definitivamente a Scaria, lavora in Lombardia (Lodi, Monza e Varese negli anni 1738-1744 e Bergamo) e Piemonte (cattedrale di Asti). A Bergamo lo troviamo dapprima a Calusco d’Adda (Villa Colleoni), a Castelli Calepio nella frazione di Tagliuno (chiesa parrocchiale San Pietro) e Grumello del Monte (chiesa della Santissima Trinità). A Bergamo città, oltre a San Michele all’Arco, un altro intervento “sacro”, uno spettacolo a cui assistere, lo si ha nella poco nota Chiesa di San Marco, che a dispetto di molti altri edifici vanta una triplice denominazione: per i bergamaschi è nota come Santa Rita per la tradizionale benedizione delle auto, ma in realtà la chiesa è dedicata ai patroni veneziani, ovvero alla Vergine (con cui Venezia supponeva di condividere i natali) e a Marco. L’intervento è datato 1747, l’anno dopo la canonizzazione di San Camillo, protettore con Sant’Antonio degli ordini ospedalieri, e dato che la chiesa era annessa al complesso dell’ospedale, la commessa si articola con un San Camillo in gloria (catino e cappella sinistra), Glorificazione di Sant’Antonio abate e San Camillo (volta), San Camillo assiste gli ammalati e Tentazioni di Sant’Antonio (medaglioni monocromi della navata), Eucarestia adorata dagli angeli (volta), I quattro evangelisti (pennacchi della cupola), Vergine assunta (catino cappella destra). A Bergamo lo troviamo anche nella Cattedrale, precisamente sul presbiterio: San Giuseppe col Bambino e i santi Adelaide e Antonio da Padova del 1757, già in San Michele all’Arco, l’unico olio su tela nella nostra città, e Sant’Alessandro che guada l’Adda del 1762, posto nella terminazione dell’abside in asse con la pala d’altare.

 

[“San Giuseppe e Santi”, Cattedrale di Sant’Alessandro, Bergamo”

 

Chiaramente, alle commesse sacre alterna anche quelle profane e private: la prima è a Mapello in due salette di Villa Antonia Traversi (Zefiro e Flora e Venere e Cupido) e nella cappella di famiglia (San Giuseppe in gloria), l’altra invece è in Palazzo Mosconi, ora Agliardi, in va Pignolo a Bergamo nelle volte di due sale (Apollo e Aurora e Diana ed Endimione). Manca all’appello la decorazione di Palazzo Solza, demolito per la costruzione del Seminario. Il suo maggiore campo d’azione erano le grandi superfici, quindi volte, cupole, navate, che vivacizzava con figure leziose, dense di colorismo, e “spiritose”, in pieno stile barocchetto, ma sempre rispettando la coerenza prospettica.

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