La cupola di Santa Maria Maggiore
(400 anni ma non li dimostra)

Abituiamoci a guardare un poco più all’insù, mentre camminiamo o passeggiamo e visitiamo le città d’arte, soprattutto se si parla della nostra bella Bergamo, che non manca mai di stupirci. Naturalmente stando ben attenti a non inciampare, mi raccomando.

 

 

La stessa raccomandazione vale per quando entriamo in edifici storici quali cappelle, chiese e cattedrali: varchiamo i portali d’ingresso, diamo uno sguardo d’insieme e poi via a cercare le opere più note in cui perderci strabiliati, nascoste tra l’apparato decorativo interno fatto di affreschi, dipinti, arazzi, intarsi e intagli. Un esempio calzante di tutto questo è la nostra Basilica di Santa Maria Maggiore, in Città Alta, dove diventa realtà quanto qui sopra scritto e immaginato: non c’è turista che superato il protiro nord o sud, non “ostacoli” involontariamente il passaggio agli altri visitatori, rimanendo immobile e a bocca aperta sotto un “cielo” inaspettato tempestato di stucchi, cornici modanate, cartigli e affreschi, in un caleidoscopio cromatico in cui è piacevole perdersi. Ma non lasciamo solo ai forestieri questo piacere, riprendiamocelo e impariamo a gustarci le bellezza della nostra città.

Sta a noi concentrarci e puntare l’attenzione, ad esempio, sulla cupola del nostro tempio cittadino, che lo scorso 2016 ha compiuto ben quattrocento anni di vita ma il cui compleanno centenario è passato un po’ troppo in sordina. I lavori strutturali del tetto della campata centrale vennero completati nel 1614 su progetto di Francesco Maria Richini, preparando così le superfici all’impresa decorativa, che per l’ultima volta nel cantiere della MIA vide in campo i tre più grandi pittori bergamaschi del tempo: Giovan Paolo Cavagna, Enea Salmeggia e Francesco Zucco. Le successive “danze artistiche”, infatti, verranno fatte aprire (e talvolta non son state neppure concluse) da maestranze straniere o comunque non bergamasche (tranne per qualche piccola opera artigianale data, ad esempio, alla bottega dei Cima di Bergamo).

I fatti narrano di una sorta di bando pubblico a cui i tre artisti parteciparono, ognuno con il proprio saggio, per uno dei riquadri che ancora oggi contornano il dipinto centrale con l’Incoronazione della Vergine da parte della Trinità. Vinse il Cavagna, il più anziano dei tre, monopolista della scena per quei tempi, ma ai due sconfitti, quale sorta di premio di consolazione (ma forse anche per non sprecare opere di tale livello), venne concesso di inserire i rispettivi elaborati nella cupola. Gli angeli di Francesco Zucco ed Enea Salmeggia sono ravvisabili, in seno orario, rispettivamente nel penultimo spicchio – tre angioletti di cui il centrale reggente uno spartito – e nel sesto – sempre tre angioletti con strumenti musicali, tamburello e violino, e bocche aperte intente a intonare canti melodiosi. A Cavagna venne comunque dato il compito di coordinare l’impresa, coadiuvato dal giovane figlio Francesco, soprannominato in seguito il Cavagnolo per le “copie espresse” realizzate da cartoni di dipinti del padre, ma che non saranno mai in grado di calcare il successo della bottega paterna.

 

 

La decorazione dell’intero impianto venne conclusa nel 1616, anno in cui è attestato il pagamento dell’impresa ai pittori. Dal grande riquadro ottagonale centrale con l’Incoronazione, si diramano quattordici spicchi entro cornici a stucco sagomate (opera degli stuccatori di Porta di Osteno in Canton Ticino) che ospitano Angeli Cantori e Angeli Musicanti. L’impianto delle figure è grandioso data anche la superficie da ricoprire; i colori sono brillanti e pacati allo stesso tempo; le immagini sono tutte ben distinguibili nonostante l’altezza e questo grazie alla maestria dell’artista. Oltre al dipinto centrale e alla corona degli angeli, lungo il tamburo Cavagna e figlio hanno rappresentato anche dieci profeti: Davide, Salomone, Isaia, Daniele, Geremia, Aggeo, Malachia, Ezechiele, Zaccaria e Giobbe. L’effetto rende a pieno titolo la volontà della committenza, che a quei tempi in Basilica vantava “solo” i resti degli affreschi alle pareti delle navate e del coro, le tarsie del Lotto sull’altare maggiore e gli arazzi fiorentini di Alessandro Allori. Vengono quindi a crearsi due cieli in cui perdersi, quello degli angeli e quello dei profeti, e speriamo che a breve anche la balaustra della cupola diventi accessibile dall’interno, così da poter ammirare tutto l’impianto dell’edificio da un diverso punto di vista: dal basso verso l’alto, ma anche viceversa, per restarne sempre piacevolmente sbalorditi.

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