L’Ardesia di Branzi, una ricchezza

Foto in apertura di Val Brembana Web (foto Galizzi)

 

Durante il nostro viaggio alla (ri)scoperta delle pietre bergamasche, che dura ormai da quale settimana, abbiamo toccato quasi tutto il territorio: dalla Val Cavallina (pietra di Zandobbio) alla Val Seriana (pietra Cote), dalla Valle Imagna (pietra di Berbenno) fino alla città di Bergamo (arenaria di Castagneta e di Sarnico). Oggi è il turno della Val Brembana.

 

 

Estrazione. Il Porfiroide Grigio viene estratto in alta Val Brembana, tra il paese di Branzi e quello di Carona, ed è noto ai più con il nome di Ardesia di Branzi. Attualmente l’unica cava dove si coltiva è quella “storica”, nota con il nome di Piodera, collocata proprio lungo la strada che collega Branzi con Carona, a una quota di circa mille metri. Dato il rigido clima di media montagna, la coltivazione si concentra su archi stagionali di sei, otto mesi, generalmente da marzo/aprile fino a ottobre/novembre, in funzione delle temperature e delle precipitazioni nevose. L’abbattimento del materiale dal fronte cava avviene mediante l’utilizzo di esplosivo che permette di sfruttare le discontinuità naturali della roccia senza causare eccessiva frantumazione: inizialmente si praticano dei fori allineati sulla parete per delimitare la porzione di roccia da distaccare e poi vi si colloca l’esplosivo. I blocchi così abbattuti hanno forme e dimensioni variabili e vengono lavorati dai “piöder” nei laboratori siti in prossimità del fronte cava.

Formazione. Le rocce denominate in commercio Porfiroide Grigio fanno parte della Formazione di Collio, dove costituiscono massicci montuosi come il Pizzo Redorta, il Pizzo Coca, il Pizzo Diavolo di Tenda, il Cabianca, il Gleno e buona parte della Val Trompia, al cui interno sono presenti rocce laviche e sedimenti accumulati nell’arco di una decina di milioni di anni. Questa formazione, oltre a fornire le pregiate piöde (QUI), ospita anche i famosi giacimenti di uranio di Novazza. Le rocce della Formazione di Collio, infatti, affiorano in vaste aree delle Orobie, ma solo nei pressi di Branzi possiedono caratteristiche strutturali, volumetrie e condizioni di giacitura tali da rendere redditizia l’estrazione a livello industriale. La tessitura del Porfiroide Grigio presenta «allineamenti di minerali color bruno arancio (fillosilicati), lungo i quali si sono ricristallizzati i cristalli durante gli eventi di compressione metamorfica». Il colore è grigio-azzurro, variabile da toni chiari a toni scuri, e alla differenza di colore è associata una differenza nella dimensione delle particelle: più queste sono fini, più il colore diventa scuro, con talvolta presenti alcune venette bianche di quarzo.

 

 

Origine. L’origine della roccia risale a circa 280 milioni di anni fa (Permiano) quando l’area lombarda si trovava a una latitudine prossima all’equatore ed era coperta da un vasto bacino lacustre, in cui le acque fluviali trasportavano depositi detritici. Vicino a questi acquitrini vivevano i primi animali “terrestri”, i tetrapodi (lucertoloni anfibi simili alle iguane), che usciti dall’acqua andarono a “colonizzare” le terre emerse; le orme delle zampe e della coda sono visibili ancora oggi nei reperti esposti al museo di Scienze Naturali Enrico Caffi di Bergamo o, con un pizzico di fortuna, si possono trovare sulle rocce delle Orobie. Dopo milioni di anni, i depositi di sabbia e limo sono diventati rocce molto compatte: le sabbie si sono trasformate in arenarie ed i limi in peliti (o siltiti).

Proprietà tecniche. Le elevate proprietà tecniche del Porfiroide Grigio sono testimoniate da antiche costruzioni tuttora in uso e dall’utilizzo secolare in aree di aIta montagna, dove le condizioni del clima sottopongono la pietra a severe prove di resistenza. Il Porfiroide Grigio mostra elevati valori per ciascuna proprietà; nel dettaglio, sono significativi i valori di resistenza a flessione, al gelo e all’usura, dovute all’abbondante presenza del quarzo, minerale molto resistente e difficilmente alterabile. Ciò induce ad impiegare il materiale in esterno, tanto per coperture quanto per pavimentazioni di vario tipo (zoccolature, pavimentazioni ad intenso traffico sia pedonale sia automobilistico, ecc.); i modesti valori di usurabilità e alterabilità, infatti, indicano un’ottima durevolezza e, una volta posato, il materiale non necessita di grandi interventi di manutenzione. Di effetto e pregio sono le pavimentazioni realizzate combinando formati diversi, che esaltano l’unicità della pietra e l’originalità di una realizzazione esclusiva.

Lavorazione. La sua elevata resistenza ai carichi, all’alterazione e agli effetti del gelo sono caratteristiche note sin dai tempi antichi, tanto che l’estrazione e la lavorazione di questa pietra brembana rappresenta da oltre quattro secoli un’importante voce dell’economia locale: il valore che la pietra vantava in passato era elevato e giustificava le grandi difficoltà e il durissimo lavoro necessari per l’estrazione, la lavorazione e il trasporto, cui contribuiva tutta la forza lavoro della zona. La lavorazione dell’ardesia è completamente artigianale e viene tuttora eseguita a mano, secondo una gestualità che è rimasta immutata nel corso dei secoli: la sequenza di pochi colpi netti e precisi riduce un blocco in tante piode sottili e lastriformi.

Impieghi. L’utilizzo più tipico del Porfiroide Grigio è quello per copertura, distinta in base all’area geografica d’impiego:

  • Copertura “alla bergamasca”: è la tecnica di posa tipica delle nostre valli, dove le lastre quadrangolari dai bordi smussati vengono posate a corsi orizzontali (esempi sono la Basilica di Santa Maria Maggiore di Bergamo o l’insediamento dei “Pagliari” a Branzi in valle Brembana).
  • Copertura “alla valdostana”: le lastre (le “lose”) hanno forma irregolare, dimensioni e spessore maggiore rispetto a quelle normali e vengono utilizzate per coperture molto rustiche e nell’ambito dell’architettura alpina (ad esempio per la Chiesa di Santa Maria di Branzi).
  • Copertura “alla svizzera”: le lastre hanno una rifinitura tonda a coda di rondine, il cui risultato finale presenta il caratteristico aspetto a squame, destinato ad interventi che richiedono un effetto estetico di pregio ed eleganza.
  • Copertura “alla francese”: le lastre sono quadrate e a spigoli vivi e sono posate lungo corsi diagonali paralleli (Università di Bergamo e facoltà di Ingegneria a Dalmine).
  • Copertura “alla piemontese” o “tipo montagna”: le lastre quadrangolari a spigoli martellinati sono posate lungo corsi orizzontali paralleli e sono utilizzate per coperture molto sobrie e robuste.

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