Le grandi firme e le belle storie
del Caffè del Tasso, un’istituzione

Foto di Sergio Agazzi

 

«La cosa più bella della nostra storia è che è nata del tutto per caso». È con queste parole che Marcello Menalli – gestore, insieme al fratello Massimo, del Caffè del Tasso – ci spalanca le porte del suo mondo, fatto di aneddoti racchiusi in fotografie appese con orgoglio e di messaggi lasciati sulle pagine di un libro considerato un tesoro. Fu davvero il caso, nel 1989, a condurre la famiglia Menalli in visita a Bergamo, e fu ancora il caso che portò papà Giuseppe, mamma Erminia, Marcello e Massimo – il primo ex barman delle navi Costa Crociere, il secondo fresco di diploma alberghiero – sui mattoncini rossi di Piazza Vecchia. «Una volta lì, ci dissero che il locale del Tasso era in vendita – racconta Marcello -, ma, ad essere sincero, io non volevo proprio saperne. Sapete, Città Alta non era come oggi, non c’erano tutti questi turisti. Avevo paura della solitudine», ci confida. Ma il signor Giuseppe, che non era affatto nuovo alla gestione dei bar, e soprattutto alle sfide, compensò con fiducia e audacia le remore del figlio e una settimana dopo, senza dire nulla a nessuno, senza nemmeno aver mai visto l’interno dell’immobile, decise di consegnare un acconto per il suo acquisto. «Probabilmente siamo l’unica famiglia della storia ad aver comperato un locale senza averlo visionato». Marcello ride al ricordo. «Fu l’insegna a conquistare mio padre!».

Ma gli eventi del primo periodo d’attività non contribuirono certo a smussare la diffidenza di Marcello: anzi, tra gli ingenti lavori di ristrutturazione e la clientela difficile o addirittura assente – complice la chiusura delle strade di Città Alta durante le sere dei weekend -, il ragazzo trascorse i primi mesi a cercare di convincere la famiglia a vendere. «Mio padre diceva di avere fede, ripetendomi che più si vieta a una persona di fare qualcosa e più questa persona sarà invogliata a farla». E così accadde anche con la chiusura del centro storico: ci volle solo un po’ di pazienza prima che i turisti cominciassero a sentirsi attratti dalle misteriose Mura Venete. E, pian piano, gli affari iniziarono a girare. «Alla fine, ha avuto ancora ragione lui», dice Marcello, con gli occhi pregni di gratitudine. Fu solo l’anno dopo, però, che il giovane Menalli si convinse davvero di voler restare: quando Renzo Arbore, in concerto in Piazza Vecchia insieme all’Orchestra Italiana, scelse di suonare all’interno del “Tasso”, commuovendo tutti i camerieri e gli avventori, stipati dietro al bancone per lasciarlo passare. «In quel momento, capii che ne valeva la pena. E guardate qui – aggiunge, indicandosi il braccio -, a raccontarlo mi viene la pelle d’oca».

E di momenti “da pelle d’oca” ce ne sono davvero tanti, tutti documentati da fotografie e dediche incorniciate con cura: da Ricky Tognazzi, che ringraziò il Caffè del Tasso per avergli permesso di calpestare le orme del padre – infatti, nel 1970, Ugo Tognazzi era stato lì per le riprese di Cuori solitari -, a John Nash, il quale si mise a dormire su una delle poltrone del bar attirandosi il disappunto di Marcello, che per svegliarlo fece partire il rumoroso macinino da caffè («Non l’avevo mica riconosciuto!», confessa imbarazzato); da Francesco Nuti, che scrisse “Grazie per la fiducia” dopo aver pagato delle grappe con un assegno, a Dennis Hopper, che pur di sostare al “Tasso” attese che si liberasse un tavolo per ben quindici minuti; dal ministro Giovanni Tria, che affermò di aver bevuto il caffè più buono di Bergamo, a Charlton Heston, che rimase nel locale fino a tardi, raccontando aneddoti che non aveva condiviso nemmeno con i giornali. «Sono cose che rimangono nel cuore», mormora Marcello, vibrante d’emozione. «È il bello di gestire un bar: davanti a un caffè la gente si apre e ti parla di tutto». E, sfogliando con tocco leggero le pagine del libro, continua: «Quando sono giù di morale, nulla mi fa tornare il buonumore come leggere i pensieri che i clienti ci dedicano ogni giorno».

Prima di salutarci, Marcello ci fa notare come il gradino in pietra dell’ingresso sia consumato da tutti i passi che l’hanno calpestato durante gli anni. «Sono queste le storie che bisogna raccontare», esclama. «Le storie delle persone che qui ci hanno lasciato un pezzettino di sé. Anche se ci sono arrivate per caso».

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