Le opere conservate alla Carrara
realizzate dagli “amici” del Botticelli

È bello passeggiare tra le vie della nostra città immaginando che il grande maestro fiorentino Botticelli l’abbia visitata in un tempo lontano, ma è ancor più intrigante quando ti porti nella nostra maestosa pinacoteca, l’Accademia Carrara, e scorri le sale tutte d’un fiato, con i dipinti e gli artisti, tra i quali alcuni suoi coevi: ci piace fantasticare nel vederli disquisire davanti alle rispettive opere, confrontarsi e indagare dati tecnici o materici per noi oggi incomprensibili. Il primo piano del museo si presta molto bene a questo tipo di percorso. E noi non vogliamo essere da meno. Per cui, senza alcuna presunzione critica ma solo per entrare in empatia con i protagonisti della mostra su Botticelli allestita nelle sale 9-10-11 dell’Accademia Carrara, alcuni ritrovatisi dopo ben 150 anni, osserveremo in questa sede solo le opere che il maestro fiorentino avrebbe potuto ammirare durante i suoi viaggi.

Eccoci quindi nella sala 1, dove una volta incontrati i Signori Estensi, Gonzaga e Sforza, al pari dei Medici, sfilano avanti ai nostri occhi le Madonne di Bellini (padre), Mantegna, Crivelli e Cosmè Tura, in un tripudio di gote timidamente arrossate e di colori sfavillanti, che tanto ricordano il gusto delle singole corti feudali e borghesi con tutti i loro vezzi, vizi e virtù, declinato in quel mecenatismo che tanto li rendeva unici e senza pari.

Proseguendo in sala 2, eccoci fare un tuffo in laguna in compagnia delle botteghe dei Santacroce, Carpaccio e Bellini (figlio), “padre” per antonomasia della pittura veneziana, senza dimenticare gli attardati Vivarini, che con i loro personaggi fuori tempo, dall’aspetto legnoso e compassato, fagocitano forse poco un idillio mentale rispetto al mondo incantato da cui proviene l’angelo annunciante maestri brembani (Santacroce) o gli interni principeschi in cui si muovono con mestizia le balie di Maria e di Sant’Anna dipinte da Carpaccio e bottega. Ambientazioni queste, si crede, che di poco si scostavano da quelle fiorentine.

In sala 4 ci accoglie Firenze, con i suoi cassoni nuziali quattrocenteschi, le storie marinaie di Tobiolo e l’angelo e la nuova parete dirimpetto, riallestita temporaneamente per l’assenza dei tre dipinti protagonisti del focus espositivo, ma secondo un percorso a tema e molto suggestivo per rimandi storici e tecnici. Poco oltre, fa sempre capolino lui, Raffaello con il suo San Sebastiano, protagonista assoluto e serafico del nostro museo, recentemente riportato agli onori della cronaca per la monografica della scorsa primavera in GAMeC dedicata agli anni giovanili.

 

[Tobiolo e l’angelo]

 

Entrati in un piccolo antro dal sapore magico per le luci soffuse, che fanno virtuosisticamente emergere dalle pareti le opere d’arte scelte dai conservatori, eccoci di fronte ai tarocchi viscontei e agli esiti tardivi della scuola giottesca, con quel gioco di ori e di preziosi cesellati che ancora oggi rimanda a una dimensione ultraterrena, tra angeli tubicini, abiti bordonati e mantellette mosse con brio da una leggera brezza che spira da Eden incantati ricchi di fascino senza tempo.

Quindi superati i nostri tre Botticelli “maturi” con i rispettivi pendant – Giuliano, Cristo e Virginia – ogni volta ricchi di nuovi spunti, scorci, particolari e spazi magistrali che ci portano ad indagare dentro e fuori il capoluogo toscano ricco di tangenze romane, ci si dirige nella barchessa occidentale, dove in carrellata unica e contigua scorrono dinanzi i nostri occhi diversi artisti attivi in Lombardia, in Piemonte e in Emilia a cavallo dell’arrivo di Leonardo da Vinci a Milano al servizio del Moro; l’intento di queste sale è proprio quello di stimolare il confronto tra aree geografiche e culture diverse, ognuna unica proprio per le sue caratteristiche e priorità, anche se in questo caso Firenze la fa da padrona, dato che Leonardo e Botticelli furono compagni nella bottega del Verrocchio.

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