Tracce di Santo Stefano a Bergamo
(Storia di un antico monastero)

[In copertina, Lapidazione di santo Stefano (predella della Pala Martinengo), Lorenzo Lotto, Accademia Carrara.]

 

Santo Stefano, ebreo di probabile origine ellenica, visse durante il I secolo in Palestina e, come primo diacono nominato dagli apostoli, fu incaricato della distribuzione quotidiana del cibo, in particolare alle vedove. La sua iconografia ce lo restituisce come un giovane con dalmatica o camice e stola indossata di traverso, con o senza tonsura, su cui è poggiata una pietra a ricordo del martirio, che subì per lapidazione: per questo motivo è invocato contro l’emicrania e la buona morte. Venne condannato dopo una disputa nel Sinedrio, dove lo si accusò di aver pronunciato parole blasfeme contro Mosè e Dio, dato che gli Ebrei non volevano ancora riconoscere lo Spirito Santo e il Messia.

Il monastero domenicano. Anche per noi Santo Stefano è stato “lapidato” e abbattuto, nel senso che, fino al 1561, ai piedi della Porta di San Giacomo in Bergamo Alta, sorgeva un imponente complesso monastico maschile retto dall’ordine dei Domenicani, gli Inquisitori papali, dedicato ai Santi Stefano e Domenico: nulla resta di quello splendido edificio, abbattuto per dar spazio alla costruzione di un corpo di difesa avanzato delle mura veneziane, a protezione dello spalto di San Giacomo, lo sperone che fu da sempre il vero tallone d’Achille del fortilizio, ma – ironia della sorte – questo corpo è ad oggi inesistente.

I Domenicani arrivarono nel 1226, provenienti dalla chiesa di San Vigilio sui colli, e il complesso che occuparono venne totalmente riedificato dal 1244 in più corpi di fabbrica, retti da due terrapieni, l’ultimo terrazzato, contenuti in una doppia muratura di sostegno. La prima chiesa contava già ben 5 altari, divisi da un pontile, così che fedeli e consacrati non entrassero in contatto gli uni agli altri. La seconda, consacrata l’11 ottobre 1489, ne aveva addirittura 8.

 

Porta San Giacomo - Giovanni Maffioli

 

Il convento era superbo: a sud della chiesa, sempre divisa in due sezioni destinate ai fedeli e ai monaci, vi erano due chiostri. Il primo accoglieva la portineria del convento, la sagrestia, il capitolo e il parlatoio al piano inferiore, il dormitorio al superiore. Il secondo, invece, le cucine, la dispensa con la legnaia, la biblioteca, l’ospizio e l’infermeria. Tutt’attorno orto e brolo. A monte della chiesa vi era il cimitero grande e, a fianco dell’ingresso, la casa dell’Inquisizione con tribunale, celle e forse altri vani “di servizio”.

Quando la ragion di Stato vinse, i Domenicani furono costretti a trasferirsi dapprima nella chiesa di San Bernardino in borgo San Leonardo e poi, dal 1571, presso l’attuale complesso di San Bartolomeo e Stefano sul Sentierone, concesso da papa Pio V dopo che ebbe sloggiato gli Umiliati.

[La Pala Martinengo con le sue tre predelle, Lorenzo Lotto]

Quel che resta. Ma non resta proprio nulla di quella stupenda costruzione? In effetti qualcosina è sopravvissuto:

  • La Pala Martinengo, dal nome del suo committente, Alessandro Martinengo Colleoni, pronipote del condottiero Bartolomeo, opera di Lorenzo Lotto del 1516, che campeggia tuttora nel coro di San Bartolomeo.
  • Le tre predelle conservate in Accademia Carrara (II piano, sala 15 entrando a sinistra) e la sua cimasa purtroppo finita al museo di Budapest.
  • Il coro ligneo cinquecentesco di fra Damiano de Zambelli, dove si può rinvenire la tarsia Ordalia eucaristica in cui si racconta la leggenda medioevale del cadavere a cui venne fatta rigettare l’ostia consacrata impartitagli dal demonio, ma soprattutto riconoscere in primo piano il cimitero della chiesa e, sullo sfondo, la facciata a capanna, le pareti esterne e il campanile.
  • Sull’area ora sorge il cosiddetto Fortino, ovvero Villa Bizioli, edificata alla fine dell’Ottocento e così soprannominata per la sua foggia turrita e leggermente avanzata, attorniata dal parco con grandi alberi. Sulla cinta esterna, in fronte alla chiesa del Giglio, restano due lapidi a ricordo delle secolari presenze, quasi illeggibili, in quanto un pochino nascoste dalla vegetazione in estate e smunte dal muschio in inverno.

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