L’Homus Selvaticus, lo Yeti delle nostre montagne

Leggenda o verità non è dato saperlo, ma si dice che vivesse anche sulle nostre montagne, e le “prove” si troverebbero dalle Alpi fino ai Pirenei. In Italia lo conosciamo come l’Homus Selvaticus, in Himalaya (sarà sempre lui?) lo chiamano Yeti, in Nord America è invece Big Foot. E dato che questa leggenda trova riscontri in tutti gli angoli del globo, ci piace pensare che abbia un fondo di verità. A Bergamo e provincia possiamo trovarlo rappresentato su rocce e caverne, case e chiese, e tante volte la sua storia viene narrata ai più piccoli prima di dormire, come favola della buonanotte. Fa parte dei racconti popolari da generazioni. Andiamo a riscoprirli.

 

[L’Homus Selvaticus dipinto a Sacco, in Valtellina]

 

L’Homus Selvaticus. La storia di questo strano essere umano, dai tratti selvaggi e dal carattere piuttosto burbero e solitario, è sopratutto parte delle regioni montane e boschive. Viene spesso descritto come un grande uomo ricoperto di pelo, armato di clava o bastone (necessario per cacciare e difendersi dagli animali), la cui figura in Italia è associata a diversi racconti che lo vedono come un personaggio semidivino che ha scelto di vivere lontano dalla città. In numerose favole appare come un maestro dell’arte casearia, una figura che insegna agli uomini l’arte del burro e del formaggio. Il suo “insegnamento”, però, si interrompe sempre prima di rivelare un ultimo segreto del mestiere, in genere quello di trarre la cera dal siero del latte. A Lucignana, per esempio, si racconta che il Selvaticus, dopo aver insegnato a fare il burro, stava per andarsene, ma gli uomini insistettero tanto che si fermò a insegnar loro anche a fare il cacio. Fece per andarsene una seconda volta, ma ancora fu fermato, e così spiegò come produrre la ricotta. A questo punto lo lasciarono andare e lui, salutando, fece sapere che si erano persi un’ultima lezione: «Se mi ci tenevate anche un po’, vi c’insegnavo a levare anche l’olio» (Umberto Cordier, Guida ai draghi e mostri in Italia, 1986).

In provincia di Sondrio. Nella vicina Valtellina, più precisamente nell’abitato di Sacco, all’inizio della Val Gerola, si trova un edificio che riporta una preziosa testimonianza del XV secolo ancora perfettamente conservata. L’Homo Selvadego (cosi conosciuto in terra valtellinese) è rappresentato nella Camera Picta, accanto alla porta d’ingresso di un antico edificio oggi adibito a museo. È facilmente riconoscibile dal folto pelame che gli ricopre il corpo, tiene tra le mani una clava e il suo aspetto minaccioso si esplicita nella frase che pronuncia: «Ego sonto un homo selvadego per natura, chi me offende ge fo pagura». La camera presenta anche decorazioni floreali stampigliate e cartigli con preghiere e proverbi. Una delle tre Leghe Grigie, quella delle Dieci Giurisdizioni, pose l’uomo selvatico nel proprio stemma, motivando tale scelta col fatto che rimanderebbe agli albori del carattere nazionale e a quei sentimenti spirituali infusi negli abitanti della valle prima del Cristianesimo. In Valtellina le testimonianze orali che riguardano direttamente l’Homo Selvadego sono scarse, eppure il personaggio è una maschera del Carnevale di Gordona, in Valchiavenna, oggi purtroppo andata estinta.

Nella nostra terra. Le rappresentazioni figurative di questo personaggio non mancano e si possono trovare in diversi luoghi della Bergamasca. Molto spesso viene associato alle figure degli eremiti di Sant’Antonio Abate o Sant’Onofrio, rappresentati coperti di pelle di animali e che ben si adattavano a essere confusi con l’Homo Selvadego proprio per il tipo di vita che conducevano. Successivamente, in tempi a noi più vicini, anche San Cristoforo, venerato nelle vallate alpine, abitante dei boschi, venne identificato in questa figura. In Val Brembana lo troviamo nel borgo di Oneta, dipinto sopra le scale di ingresso di Palazzo Grataroli. La funzione attribuitagli era quella di proteggere e difendere i padroni di casa. A Santa Brigida, presso la parrocchiale, assume invece le sembianze di Sant’Onofrio, a opera dei pittori Baschenis. Altre testimonianze le troviamo a Nembro, in via Giuseppe Mazzini, e a Bergamo, in via Sant’Onofrio, dove si trovano altre due possibili raffigurazioni. Sempre a Bergamo, in via Porta Dipinta, nel teatro della cripta della parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo, si trova un uomo ricoperto di peli e con fattezze scimmiesche raffigurato in posizione seduta, con la mano destra appoggiata al davanzale mentre con la sinistra regge uno specchio. In Città Alta, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, è raffigurato un eremita che rimanda all’Homo Selvadego, mentre in Piazza Vecchia la biblioteca civica Angelo Mai conserva un Homo Selvadego disegnato sul Taccuino dei disegni di Giovannino de Grassi, che lavorò nel cantiere della fabbrica del Duomo di Milano tra il 1390-1398. Non ultimo, l’Homo Selvadego viene ricordato anche nella nostra provincia con il famoso Carnevale di Valtorta.

 

[Due esemplari di “uomini selvatici” bergamaschi]

 

Conclusioni. Ormai tutti ci poniamo una domanda: e “l’Om Selvàdéc” delle Orobie? Non sappiamo se dobbiamo alle sue tecniche casearie il segreto del formaggio Branzi o del famoso Bitto Valtellinese. Ma una cosa la sappiamo: probabilmente lo conosciamo e l’abbiamo visto tutti. Se ci pensiamo bene, noi bergamaschi siamo tutti un poco selvatici e gelosi, sopratutto delle nostre belle valli e montagne. Saranno forse i geni dell’antico Homo Selvatico?

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