I luoghi di piacere di Bergamo
nelle epoche passate e lontane

Il termine “piacere” potrebbe forse essere frainteso, rimandando ad argomentazioni morbose o maliziose. Invece, per “luoghi di piacere” a Bergamo si intendono tutti quei luoghi, quei locali e quelle attività che nei secoli hanno portato letizia ed effetti piacevoli, allietando la vita quotidiana dei nostri concittadini passati. Non solo osterie, case da gioco, case licenziose e di tolleranza, ma anche semplicemente i giardini e i salotti dei palazzi nobili o le frasche dei Colli alla portata di tutti. Per i ceti sociali più agiati potremmo anche citare gli oggetti da toilette, i profumi e gli accessori (ventagli, guanti, scarpe, ecc.), così come le prelibatezze giunte dalla laguna o importate dalla cultura francese che circolavano e conquistavano la nostra città, rendendola sempre più raffinata e in tutto e per tutto all’altezza della Serenissima. Ma andiamo con ordine.

 

 

I Colli di Bergamo, ieri come oggi, spaziano dalla città alle pendici meridionali di molte località inserite a pieno titolo nel parco omonimo, e l’ampio paesaggio che li circonda regala da sempre una serenità incredibile. Basta insinuarsi tra un muretto a secco e l’altro, avvistare alte o basse fronde, intercettare viottoli e scalette su cui molti han transitato nei secoli e da subito si è catapultati in un’altra dimensione, quasi non fossimo in città; per non parlare delle ville padronali, dei cascinali, dei pergolati e degli eremi che punteggiano il panorama a medio e lungo raggio, dove ancora riecheggiano allegre e scanzonate merende tra i filari della vite e gli alberi da frutto. In una dimensione molto più intima e domestica, la stessa atmosfera la si respirava anche nei broli e negli orti contadini, mentre nei giardini privati, che abbracciavano signorili abitazioni di città o imponenti ville di campagna, si intrecciavano animatamente i pergolati a vite insieme ai rami di glicine e di gelsomino: questi, con i profumo dei roseti, dei gigli e dei garofani, rendevano più ariose le ordinatissime siepi di alloro e di bosso, che con i loro filari ordinati e regolari contribuivano a dare quel senso di perfezione tanto caro all’animo.

Il mondo vegetale tornava in auge anche in cucina grazie alle spezie d’importazione o alle nuove esperienze sensoriali che vennero concesse alle nostre papille gustative: il sapore amaro o acre, dolce o salato, fino al piccante con retrogusto dolciastro, vede protagoniste, a pari merito, l’erba cipollina, lo scalogno, il timo, la menta e la maggiorana, che non scalzarono i grandi classici della nostra cucina ma, al contrario, li arricchirono; e ancora: noce moscata, cannella, pepe, anice, vaniglia, spezie a cui non spetta più l’ingrato compito di “occultare” i sapori naturali, mitigandoli con altri, ma di farli risaltare, per la gioia del palato più genuino e in perfetta condivisione della natura circostante. La stessa cucina viene, a mano a mano, influenzata dalla vicina cultura francese, che ha coinvolto tutti gli aspetti della vita quotidiana, soprattutto delle classi più agiate, le quali come segno distintivo elessero il francese come loro lingua parlata, scritta e musicata, optando anche per cuochi, governanti, sarti e parrucchieri francesi per il loro aspetto.

 

[In via San Lorenzo c’erano tre bordelli (foto Mario Rota)]

 

Di piacere si deve poi parlare ricordando il ricco mondo dei “giochi”, che si dividevano tra le stamperie, i locali in cui si giocava al lotto, le bische e le private lotterie, che mettevano in palio ogni tipo di mercanzia in base a come ruotava la giostra della fortuna: talvolta queste pratiche erano proibite, poi furono tollerate, poi di nuovo condannate e infine legalizzate e reintegrate dato l’alto gettito che apportavano al fisco veneziano. Più innocui, invece, risultavano i giochi con la palla (pallone toscano a cordino con bracciale in legno usato come un tamburello o similmente ad una racchetta) che si svolgevano nei campi di Sant’Agostino e sotto i portici di Palazzo della Ragione in Piazza Vecchia. Molto del proprio tempo libero, però, nelle epoche passate lo si trascorreva tra osterie e taverne, concentrate soprattutto in Città Alta nella zona attorno a Piazza Vecchia, da secoli fulcro della vita sociale della nostra città: qui il popolo e i diversi viaggiatori accolti negli alberghi, sia che fossero mercanti, pellegrini, avventori o soldati di ventura, diventavano un tutt’uno.

E a pochi passi dalla piazza, occultato da palazzi governativi e da chiese vicinali e parrocchiali, acquattato verso le vie Rivola (foto in apertura di articolo) e San Lorenzo, stava il postribolo cittadino, ovvero il “locho publico” gestito dal Comune, che spesso sconfinava la sua attività nei luoghi adiacenti. Infatti, nonostante fossero luoghi adibiti a funzioni sacre, il cimitero e la chiesa di San Michele all’Arco spesso e volentieri diventavano un luogo di amore, contrabbando e dormitorio per ubriaconi. Insomma, ciò che oggi viene comprensibilmente definito “degrado”, allora avveniva proprio nel cuore pulsante della città. Tant’è che, come spiegato proprio in un articolo pubblicato da BergamoPost, nel 1561 il bon ton cittadino non ce la fece più a reggere e, per sopravvenuta decenza, si obbligò il parroco della chiesetta a tener chiusa la porta che guardava versus pratum pustribuli almeno durante le funzioni religiose, «per evitare che sospiri e lamenti disturbassero il corretto e mesto andamento delle funzioni». Il nome di “locho publico”, quindi, indicava il pubblico bordello di proprietà comunale, che dal 1497 aveva imposto di confinare le meretrici, fino ad allora libere professioniste sparse per le case e le strade della città.

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