Mario Benedetti in via Pignolo 11
Dentro il laboratorio di un incisore

Via Pignolo 11. Un primo portone di legno. Qualche passo e si arriva in una corte con una grande porta di vetro, che va richiusa alla spalle con gentilezza perché non vada in frantumi. Ha la sua età. Ancora qualche passo lungo un corridoio disegnato da un pavimento di mattonelle rosse alternate a quadrati bianchi, ed ecco un cortile che si apre così, improvvisamente, come un’onda di luce inattesa. Da qui  si accede allo studio dell’artista Mario Benedetti, incisore, scultore e pittore, artista di fama. Lo studio, un enorme laboratorio composto da tre grandi stanze, racconta la vita e le passioni di questo artista nato a Terni nel 1938 e residente a Bergamo da almeno quarant’anni: innanzitutto vi è un disordine prezioso, fatto di una scrivania colma di fogli sparsi, almeno una trentina di matite dalla punta grassa e tre o quattro pipe radunate tutte nello stesso piatto. Si respira un’aria di trementina e tutto è inondato da una luce morbida e serena. Una vecchia tavolozza, accanto a una sedia improvvisata, accoglie i resti materici di tempera seccata dall’aria, che si è compattata diventando essa stessa una singolare scultura dai colori vibranti. Il muro è invece tappezzato da enormi quadri, tornati da qualche emozionante mostra di Milano o da Città del Messico.

Mario Benedetti si rifugia qui, dove lavora accompagnato da un leggero sottofondo musicale, mescolando segatura e tempera nera, per dar vita a quadri emozionali di cui i segni grafici scavati in un cielo nero sono protagonisti assoluti. Il colore? No, grazie. Perché distrae, deconcentra, porta altrove l’attenzione. Il nero invece è lì, forte e concreto come una roccia, ed è perfetto per disegnare quelle presenze che l’artista anima sulla superficie morbida di una carta spesso di importanti dimensioni. Fin dall’inizio della sua carriera erano talmente grandi, quelle incisioni, che per farle stampare l’artista si era dovuto recare a Copenaghen, dallo stampatore N.B. Jensen, o in Germania, ad Hannover.

«Quando dipingo un quadro, quando realizzo un incisione, voglio trasmettere emozioni. Anche negative, ma emozioni. Non amo il decorativismo, spesso il colore mi distrugge l’idea e la dimensione stessa di un’opera può diventare un problema. Non amo vantarmi, ma è una realtà che io, Mimmo Paladino e alcuni altri fummo i primi in Italia a fare incisione su grandi formati. L’incisione è una tecnica che io applico volentieri, anche se spesso è di maggior fatica rispetto ad un quadro, e i miei soggetti sono frutto di memoria di cose viste. In Messico, per esempio, ho vissuto esperienze che mi hanno coinvolto emotivamente e con la memoria non faccio altro che riportarle sulla carta – spiega Mario Benedetti, con voce pacata -. L’incisione è sempre stata vista come un fatto intimistico, da osservare con la lente, da vicino. Lavorata su grandi dimensioni invece è un coinvolgimento di tipo fisico e tattile, che ti pone però davanti ad un problema di realizzazione. Devi avere un torchio importante e feltri grandi. Inoltre va considerato un altro fattore: che è si può andare avanti, ma è difficile tornare indietro. Nel momento in cui io faccio un segno, quello rimane e diventa una presenza. C’è da dire una cosa però. Che spesso nell’incisione, cosa che mi affascina moltissimo, un errore può diventare una cosa meravigliosa. Allora la questione diventa la capacità di ripetere l’errore stesso. E si deve stare attenti a tutto, anche al tempo atmosferico, perché se piove, per esempio, l’acido reagisce in modo diverso, se c’è clima secco è più veloce. Poi dipende molto dai metalli. Col ferro si può evitare l’acqua tinta, perché la superficie del ferro è porosa. Ci sono un’infinità di situazioni, di fattori che determinano la riuscita dell’opera».

Numerose le tecniche utilizzate dall’artista per realizzare le sue opere d’arte: dalle sue mani dalle dita a tratti tinte di nero, nascono quadri di acquaforte con acquatinta e acido diretto su rame, acquaforte e acquatinta su ottone, oppure acquatinta, acido diretto e modeling paste su ferro. E ancora, eliografia, acquatinta e punta secca su rame, oppure ossidazione naturale, acido diretto e carborundum su ferro. Benedetti è stato professore di Tecniche dell’Incisione all’Accademia di Belle Arti di Brera. Viaggia spesso in Paesi al di là dell’Atlantico, come il Messico ed il Brasile, per rassegne internazionali. È costantemente presente con la sua attività espositiva in gallerie e musei, sia in Italia che all’estero e anche nel 2014 le sue opere sono state protagoniste di un’installazione alla Fondazione Mudima, di Milano. L’artista, tra gli altri, ha esposto al Museu de Arte Sao Paulo, al Museo Civico Ala Ponzone di Cremona, nella Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea e nella Ex-chiesa S. Agostino a Bergamo, nella Galeria-Quetzalli di Oaxaca in Messico, al Museu de Arte Moderna di Rio de Janeiro, e al Museo Nacional de la Estampa di Città del Messico.