Il “marmo” bianco di Bergamo
(con cui è costruita mezza città)

Dopo aver conosciuto o riscoperto pietre note o meno note, legate al marchio della CCIAA, oggi è la volta di quella forse più raffinata e a noi più cara, quella che per certi versi ci rende noti in ambito lombardo, quella che ci piace chiamare “marmo bianco di Zandobbio”, ma che in realtà è un calcare bianco; infatti «non si tratta di un marmo in senso stretto, bensì di una dolomia cristallina compatta, con tessitura saccaroide, conosciuta in letteratura con il nome di Dolomia di Zandobbi». Poco importa, per i bergamaschi è il loro marmo, che rivedono trionfante nel Palazzo Medolago Albani lungo le mura o nella Porta di San Giacomo, e diffuso tra lapidi e targhe, cornici e portali, elementi di arredo urbano pubblico e privato, quali fontane, balaustre, terrazze, tavoli, panche e fioriere, stipiti di porte e finestre, cordoli stradali e paracarri, nonché lastre lucide per pavimentazione, scalinate, rivestimenti parietali d’interni e soprattutto d’esterni, oltre a epigrafi, lapidi e manufatti dell’arte sacra e funeraria.

 

 

Cave ed estrazione. La sua estrazione e conseguente utilizzo sono noti almeno dal I secolo dopo Cristo e il suo giacimento di età giurassica affiora nella fascia collinare pedemontana della bassa Val Cavallina, tra i Comuni di Trescore Balneario e Zandobbio, da cui il nome. Il fatto che molti reperti archeologici conservati nei nostri musei, provenienti da diversi scavi eseguiti in Bergamo e in molte località della provincia, siano stati realizzati con tale tipo di calcare, testimonia di come il suo apprezzamento abbia valicato i secoli: are, targhe, lapidi, tombe fino al fatidico anno 1000, poi conci, molte volte di reimpiego, presenti nelle murature di alcune chiese romaniche, fino alle vestigia veneziane, tra cui la Porta San Giacomo, la Fontana Contarini e il Palazzo Nuovo (oggi sede della Biblioteca Angelo Mai) in Piazza Vecchia. Ma la sua fortuna subisce una battuta d’arresto nel Novecento, quando le si preferisce il mattone, il calcestruzzo armato e la ceramica.

 

 

Mentre una nuova impennata si avrà nel 2005, quando l’Impresa Vescovi – dopo mezzo secolo di inattività – riaprirà la cava storica, in prossimità del centro cittadino di Zandobbio. «La complessa procedura burocratica per ottenere la concessione finalizzata all’estrazione di blocchi di marmo di Zandobbio nella storica ex cava Vescovi, è stata avviata nel 2000 dalla Ditta Sima srl. Il progetto di apertura consisteva in uno studio di fattibilità per l’estrazione di una volumetria complessiva utile di circa 15mila metri cubi (effettivamente realizzata nel quinquennio 2004-2008), successivamente estesa a 30mila totali con il nuovo Piano Cave Provinciale (2008-2018). La modalità di coltivazione, a gradoni discendenti, prevede il solo utilizzo del filo diamantato, escludendo del tutto l’uso di esplosivi, anche per le fasi di scopertura del giacimento e di rimodellamento del ciglio di scavo, data l’estrema vicinanza con il centro storico di Zandobbio. La Provincia di Bergamo ha concesso l’autorizzazione nel febbraio 2004, dopo aver ricevuto il parere favorevole del Servizio Cave Provinciale. Nel biennio 2004-2005 si è svolta quindi la rimozione del cappellaccio di alterazione del giacimento e solo nel 2006 sono stati estratti i primi blocchi, a distanza di oltre dieci anni dalla chiusura dell’ultima cava di pietra da taglio di Dolomia di Zandobbio (cava Rossa in località Selva)».

 

 

Oltre a gestire la cava e una scuola serale, nella quale formarono una maestranza scelta e capace, i Vescovi si distinsero per la produzione di un numero significativo di opere e di monumenti cittadini: tra i vari esponenti la bottega, si distinse da subito lo scultore Tobia Vescovi (1893-1978), che intervenne sul Palazzo Nuovo. Ed è solo da allora che questo tipo di pietra ornamentale tornerà in auge, utilizzata sia per interventi strutturali che ornamentali (rivestimenti sia d’interni, bagni e gradinate, che d’esterni come pavimentazioni e pareti), nonché per il restauro di chiese e di altri edifici storici bergamaschi. Basti pensare che nel 2008 sono state inaugurate le due Colonne di Prato in Zandobbio Rosa, posizionate all’inizio dell’antica Contrada omonima, oggi via XX Settembre, proprio nello stesso luogo in cui sorgevano prima di essere rimosse nel 1882. Oltre confine il nostro “marmo” è stato utilizzato in Italia per il monumento della Vittoria di Bolzano, il porticato del Palazzo delle Assicurazioni nel centro di Bologna, mentre all’estero interessa per il palazzo delle Nazioni Unite di Ginevra (Svizzera) e il Capitolio – ossia l’ex palazzo del Parlamento – dell’Avana (Cuba).

Notizie tecniche. Oltre alla raffinatezza della cromia e al fatto di essere molto duttile, la pietra è stata scelta nei secoli per le sue caratteristiche fisico-meccaniche, quindi per la resistenza meccanica al gelo/disgelo, per la sua durevolezza e per il buon grado di resistenza alle azioni abrasive. Nonostante le ottime prestazioni strutturali e l’elevata durevolezza, ampiamente dimostrate sul campo, in ambienti umidi è soggetta a fenomeni di dissoluzione chimica, solfatazione e decolorazione, data la sua natura di roccia carbonatica: molte volte evidenti sono le croste nere e la decolorazione localizzata. Due le varietà merceologiche: Bianco Zandobbio e Rosa Zandobbio. È però possibile distinguerne una terza, dalle tonalità intermedie, denominata Bianco-Rosato Zandobbio, suddivisa a sua volta nei tipi venato, brecciato ed uniforme.

Impieghi. Secondo la pubblicazione edita dalla CCIAA, tramite un ragionato ordine cronologico è possibile elencare i manufatti in “marmo” lungo i secoli. Vediamo dove.

  • Le tombe, le are e le epigrafi romane rinvenute negli scavi archeologici di Bergamo, Borgo di Terzo, Trescore, in località Canton.
  • La colonna di Sant’Alessandro in Colonna (IV sec.) in Città Bassa e la colonna di San Lorenzo in Città Alta (755 d.C.).
  • La chiesetta romanica di San Giorgio in campis a Zandobbio del X-XI sec.
  • I capitelli e le lapidi rinvenute nella Rotonda di San Tomè ad Almenno San Bartolomeo.
  • I gradini e le pavimentazioni a quadri del protiro settentrionale e il basamento dei due leoni stilofori del protiro sud della Basilica di Santa Maria Maggiore in Città Alta (1353).
  • Le pavimentazioni, i gradini e le sagome del rosone centrale della facciata della Cappella Colleoni.
  • La balaustra e le trifore del Palazzo della Ragione.
  • Il portale e il protiro della Fontana della Basilica di Santa Maria Maggiore.
  • La facciata di porta San Giacomo, sulle mura veneziane, con l’altorilievo del Leone di San Marco realizzato dallo scultore bergamasco Piero Brolis nel 1958.
  • Le Fontane di San Pancrazio (1549) in via Gombito, del Delfino (1740) in via Pignolo, di Sant’Agostino (XVI sec.) e del Contarini (1781) in piazza Vecchia.
  • Il meraviglioso porticato della casa Camozzi Vertova (XVI sec.), gli elementi strutturali (plinti e cornici) della facciata del palazzo Medolago-Albani (XVIII sec.), la scalinata e i portali perimetrali di Villa Terzi al Canton (XVIII sec.), i pilastri di Villa Mosconi a Trescore.
  • Le facciate settecentesche delle chiese di San Marco e Sant’Alessandro in città Bassa, di San Michele all’arco in città Alta (attigua alla Biblioteca A. Mai, opera del Caniana), delle parrocchiali di Gorlago, San Paolo D’Argon, Trescore Balneario, Selva di Zandobbio e Zandobbio.
  • Il portale laterale destro del Duomo, le pavimentazioni interne e le balaustre delle cappelle laterali (con inserti in Arabescato Orobico e Nero della Val Seriana).
  • La colonna dell’addolorata (1618) in Borgo Santa Caterina, città Bassa.
  • Il pozzo di Piazza Mascheroni (1763), l’orologio solare sotto i portici di Palazzo Vecchio realizzato dall’abate Giovanni Alberici (1798), la scalinata e la balaustra del palazzo dell’Ateneo di Bergamo (1818), i lavatoi di via Lupo in Città Alta (1891) e il Palazzo degli Uffici Comunali in città Bassa (1854).
  • Il Palazzo del Credito Bergamasco con l’antistante fontana (“bomboniera”) opera di Leone Lodi (1935), il porticato del Palazzo della Banca Popolare di Bergamo, l’orologio, la nicchia e il finestrone della Torre ai Caduti, vari elementi decorativi del Sentierone, del Palazzo delle Poste e delle Assicurazioni.
  • La facciata di Palazzo Nuovo (1927) in piazza Vecchia (Città Alta), realizzata da Ernesto Pirovano su originale disegno scamozziano, con le sei statue dello scultore Tobia Vescovi, posate nel 1959 e raffiguranti: l’agricoltura e l’artigianato, il commercio e l’industria e i fiumi Serio e Brembo.
  • Il monumento ai fratelli Calvi (1933) in Piazza Matteotti, opera di Attilio Pizzigoni, con bassorilievi in bronzo di Giacomo Manzù, la fontana dedicata ad Antonio Locatelli in viale Vittorio Emanuele II, la ex-casa Littoria e le case prospicienti piazza della Libertà (città Bassa) progettate da Alziro Bergonzo (1936-40).
  • I monumenti ai caduti realizzati in numerose località bergamasche dallo scultore Tobia Vescovi.
  • Le Porte di Prato in via XX Settembre in città Bassa.

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