Mastrovito, il nostro Giotto a NY
«Bergamo è sempre più bella»

L’appuntamento è allo stadio e non poteva essere altrimenti, per un atalantino senza se e senza ma come lui. Andrea Mastrovito è l’artista bergamasco più internazionale di questi anni. Ha uno studio a New York, dove passa gran parte dell’anno, e una galleria che lo rappresenta a Ginevra. È un artista infaticabile, a cui piacciono le imprese impossibili, come quella a cui sta lavorando ora. Si intitola Nysferatu, ed è un rifacimento per disegni animati del film di Murnau che ha segnato la storia del cinema. Un’operazione incredibile, con oltre 30mila fotogrammi ridisegnata da squadre di ragazzi all’opera sulle due sponde dell’Oceano (tutti regolarmente retribuiti). L’opera verrà presentata a settembre a New York. Ma il cuore di Mastrovito è sempre a Bergamo. Ed è della sua città che ha voluto parlare in questa intervista, che è una delle rare interviste a cui lui si sia concesso.

 

Tu sei un bergamasco a New York. Buona parte dell’anno la passi nella Grande mela. Hai lì lo studio, lavori con galleristi americani. Che effetto ti fa Bergamo ogni volta che ci rimetti piede?
«La trovo sempre più bella. Davvero. Ogni volta che torno mi fa un piccolo regalo».

Ad esempio?
«Potrei dire la Carrara rimessa a posto che è un vero gioiello ed è stato giusto tributarle la grande festa che è stata fatta alla riapertura. Ma il regalo che apprezzo di più è il trovare ogni volta una città più aperta, che ti dà finalmente un senso di giovinezza. Giovinezza e bellezza vanno sempre a braccetto e a Bergamo incredibilmente cominci a sentirla nell’aria, tra le persone».

È sempre stato detto che i bergamaschi sono gente chiusa…
«Forse un tempo. Oggi vedo una città che si è risvegliata, in cui c’è il gusto di andare verso la gente. Basta guardare all’arte contemporanea, quanti artisti internazionali sono passati per Bergamo negli ultimi anni. Stefano Raimondi ad esempio sta facendo un lavoro straordinario con The Blank (un network che collega le realtà artistiche giovani in città, ndr), col BACO e con la GAMeC. C’è poi la galleria di Thomas Brambilla, e la programmazione di San Lupo, e Bergamoscienza… E poi c’è l’Atalanta!».

 

 

Cosa c’entra l’Atalanta?
«C’entra, se si vuol parlare di giovinezza come si può non parlare dei ragazzi della Curva Nord? Sono creativi, pieni di vita. Organizzano la festa popolare più bella d’Italia, quella della Dea. Arrivano ogni volta in sessantamila. Quando la tifoseria interista fa la stessa cosa, ne arrivano al massimo duemila e tutti tristi, per di più!».

Torniamo a Bergamo “città aperta”. Lo è anche per un artista?
«Un tempo no, assolutamente. Oggi io credo di sì. Offre molte opportunità per venire fuori. Con me è stata molto generosa, basti pensare al lavoro per la Chiesa del nuovo Ospedale. È un’esperienza che mi ha fatto capire quanto anche la chiesa come istituzione sia cambiata e si sia aperta: don Maurizio Gervasoni è stato geniale nel concepire un programma così coraggioso, affidandolo ad artisti “poco governabili” come me, Stefano Arienti e Ferrario Freres».

Anche tu sei stato coraggioso a buttarti in quell’opera così complessa e anche così rischiosa…
«Posso risponderti con una battuta?».

Prego.
«È stato più coraggioso Alessandro Bastoni che a 17 anni domenica ha esordito con l’Atalanta dovendo marcare Fabio Quagliarella. Io me la sarei fatta sotto…».

 

 

Mai pensato di non farcela di fronte all’impresa del polittico di vetro per la chiesa dell’ospedale?
«Francamente no. Il mio professore d’incisione in Accademia, Claudio Sugliani, ci ripeteva sempre: “Non abbiate paura. Fate le cose che avete in testa”. E ricordo sempre una cosa che disse a noi, allievi dell’Accademia Carrara, Enzo Cucchi, un artista famoso e un po’ (tanto) burbero che era venuto a trovarci. Ci disse che noi artisti dobbiamo sempre puntare a fare le cose che non sappiamo fare. Perché a fare quello di cui siamo capaci non c’è nessun gusto. Comunque, per quanto riguarda quel lavoro nella chiesa dell’Ospedale, sapevo di poter contare su un angelo custode».

Di chi si tratta?
«Di Lino Reduzzi, un artigiano straordinario e riservato che risolve ogni problema. Quando feci il modellino dell’opera glielo portai. Ricordo che ci vedemmo al Mexicali, fuori dall’autostrada, tra una corsa e l’altra. Guardò il modellino con quei vetri giganteschi. Gli chiesi: “Si può fare?”. E lui: “No. Ma noi lo facciamo lo stesso”».

Aveva ragione…
«Sì. Ma quanti vetri gli si sono spezzati prima di riuscire… E anch’io non avevo mai lavorato con la tecnica della grisaglia. Non sai che difficoltà all’inizio. Per fare il volto di Maria ci ho impiegato una settimana: bastava un nulla perché il lavoro si scompaginasse».

A proposito di Maria, hai usato un volto noto…
«Sì, è quello di una persona che mi è molto cara e che mi ha insegnato e donato tanto nella vita. Una donna che ha perso un figlio, che era anche un mio amico. I suoi occhi racchiudono un’esperienza di dolore grandissimo, per i quali mi sono ispirato al quadro di Pelizza da Volpedo che si trova alla fine del percorso della Carrara, Ricordo di un dolore. Quegli occhi per me sono il vero centro dell’opera: le mani del papa, quelle della Maddalena e di Maria di Cleofa (che invece è ispirata a mia madre) convergono su di lei per consolarla. Il dolore è tutto in quegli occhi».

 

 

Ma c’è Cristo al centro…
«Sì, ma ho voluto che fosse un Cristo dominato da un senso di dolcezza. Immaginandolo ho pensato alle persone che avrebbero frequentato quella chiesa – la chiesa dell’ospedale -, volevo che comunicasse una speranza, che non fosse dominato da un senso di disperazione. Mentre stavo realizzando il volto di Cristo, mia moglie Francesca che stava a New York mi telefonò e mi disse: “Non sei teso? Stai facendo un’immagine importante, che la gente guarderà per chissà quanti anni”. Le dissi che mi sentivo molto tranquillo. È un Cristo che accoglie, spalancando le braccia. E poi c’è il pavone là sotto…».

Giusto cosa ci fa il pavone, che sembra appollaiato sull’altare?
«È la cosa che mi chiedono tutti. Mi piace innescare questa curiosità. Comunque il pavone è da sempre uno dei simboli della resurrezione. Volevo che l’opera comunicasse serenità, per questo mi ha fatto molto piacere quando alla fine del lavoro monsignor Gervasoni mi ha detto proprio questo. Che quando vedeva le persone entrare in chiesa e guardare la Crocifissione s’accorgeva che i loro sguardi erano sereni. Era quello che cercavo. Non volevo che le mie esigenze espressive – spesso molto forti, dirette, taglienti – prevalessero sulla funzione di quell’opera. Per questo ho rinunciato all’idea dei vetri spezzati e appuntiti e ho ambientato la crocifissione in quel paesaggio dolce e dorato».

Hai voluto consolare le persone attraverso una Crocifissione?
«Sì, volevo che fosse come una carezza verso chi soffre. Del resto il gesto della carezza è così legato a papa Giovanni… Anche l’oro sullo sfondo dà la dimensione del sacro, ma soprattutto restituisce luce. Quando arrivai lì per la prima volta, la chiesa non aveva ancora il tetto, e mi dissi che bisognava cercare di preservare quella luminosità ad ogni costo. Ho immaginato la sensazione che un paziente avrebbe avuto uscendo dal tunnel che collega la chiesa all’ospedale: un colpo di luce che comunicava speranza».

 

 

L’arte contemporanea spesso al grande pubblico risulta molto ermetica, difficile da capire. Tu invece hai sempre un linguaggio molto chiaro, comprensibile. Ti senti un’eccezione?
«Secondo me è sempre stato così. Ci sono stati gli artisti più difficili da capire e quelli che dipingevano la Biblia pauperum. E spesso la difficoltà è solo dovuta a uno sguardo frettoloso. Se si prende un quadro di Picasso la prima reazione può essere quella di non capirci molto. Poi prendi il dettaglio di una mano, che diventa un appiglio e partendo da lì rimonti tutta l’immagine che scopri bellissima e potente. Il mio professore di Storia dell’Arte al liceo Lussana, Vincenzo Savastano, spesso in modi bruschi ci gridava di smetterla di leggere il manuale, perché l’arte è da guardare. Conosci le opere se non smetti di guardarle. Una lezione che non ho mia dimenticato e per la quale gli sono grato ancora oggi».

Tu ami a tal punto il calcio che hai usato il pallone anche per dipingere. È così?
«Non sono stato il primo a farlo. David Hammons, uno scultore e performer americano, lo aveva fatto prima di me, ad esempio, ma questo ha poca importanza, essere i primi o gli ultimi. A New York nell’oratorio di don Vincenzo, mio cugino, con i bambini abbiamo realizzato un murales a pallonate. È la parrocchia di San Giuseppe, nel quartiere di Bushwich. Tutte famiglie poverissime. Nelle scuole manca tutto, molti genitori parlano a stento l’inglese. Così ho pensato di mettere a posto con loro il grande cortile dell’oratorio. Ho chiesto a ciascuno quali fossero le cose gli piacevano, le ho disegnate tutte, realizzando delle grandi maschere che abbiamo applicato al muro. Poi ho disseminato il campo di polvere di tempera nera atossica e abbiamo cominciato a tirare pallonate. Sono venuti cento bambini, non finivano più di giocare. Alla fine abbiamo tolto le mascherine e sono spuntati i grandi disegni: se si va vicino si vede benissimo l’impronta dei palloni. Un fregio fatto a pallonate».

 

Oggi se avessi il COLORING BOOK di NYsferatu lo colorerei così…

Pubblicato da Andrea Mastrovito su Sabato 3 dicembre 2016

 

L’Atalanta è un’opera d’arte?
«Certamente. Lo è sempre ma oggi poi più che mai. È una gioia vederla. Forse la più bella Atalanta della mia vita, anche più bella di quella di Mondonico che arrivò in Coppa Uefa. Perché questa è giovane, gioca bene, non ha paura di niente. Ti assicuro che quando sono a New York il mio pensiero principale è quello di trovarmi una zona coperta da wifi quando ci sono le partite. Poi se si vince divento pazzo di gioia e me ne vado saltando per le strade…».

Chi ti piace di questa squadra?
«Il Papu Gomez non si discute. Quando vedo giocare Caldara rivedo la classe di Scirea: non sa cosa sia il panico. Kessie è forse il giocatore più forte che ho mai visto giocare a Bergamo. E poi il mister. E che società. E che Curva!».

Tu sei uno da Curva?
«Certamente. I ragazzi della Nord sono miei amici. Sono bravissimi, sono un punto di aggregazione unico per i giovani di Bergamo. Demonizzarli come spesso si fa è una cosa ingiustificabile, vergognosa, che spero finisca presto. È inaccettabile».

Loro ti chiamano “Giotto”…
«Ho insegnato loro qualche rudimento di pittura, ma oggi fanno tutto benissimo da soli. Sono molto bravi. Quando c’era da preparare lo striscione per l’ultima partita di Giampaolo Bellini ho dato loro uno schizzetto, poi sono dovuto partire da New York. Quando in tv ho visto quello che erano riusciti a fare mi sono commosso. Non ti dico poi quando Bellini si è inginocchiato sul campo in lacrime, davanti a quel “se stesso” realiz – zato dai suoi tifosi. Ho pianto anch’io in diretta streaming…».

E del Bocia cosa mi dici?
«Un personaggio unico e straordinario, demonizzato oltre ogni limite. Ha una capacità aggregativa che non ho mai visto in nessuno.Ma non in forza di un carisma. Io dico che lui ha “uno sguardo obliquo”, sa mettere insieme le cose più diverse. Sa fare rete. Che non a caso è sinonimo di “goal”».

Per un artista cosa significa fare “goal”?
«Significa dare vita alle cose che vengono date per morte. Un po’ come abbiamo fatto, a furia di pallonate, con i bambini del grande cortile abbandonato di Bushwich. Ora è vivibile, e ci fanno feste in ogni momento».

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