Da Mimmo, un piccolo mondo
dove fidarsi è un bene. Sempre

Foto di Sergio Agazzi

 

Questa storia è accaduta e accade ancora nella splendida cornice della città antica di Bergamo. Fu proprio qui che nel 1956 approdò dalla Calabria il signor Mimmo Amaddeo con sua moglie, Lina. Fu qui che nello stesso anno venne aperta la prima pizzeria di Città Alta: il Ristorante Da Mimmo. Più che l’esperienza dell’emigrazione, Mimmo aveva vissuto la guerra e la clandestinità. Aveva visto la crudeltà di cui erano capaci gli esseri umani e al contempo aveva sperimentato la grazia di essere salvato dal nemico. Tutto questo gli entrò nella carne a tal punto da trasformarlo, negli anni successivi, in un mite uomo allegro, che combatteva il male con leggerezza e gratitudine. Abitò il dopoguerra con la sapienza di chi aveva capito che il “farcela” non poteva essere il risultato di uno solo, il più bravo o il più furbo, ma rappresentava piuttosto un sogno in cui tutti partecipavano per “farcela insieme”, non da soli. In un piccolo libro autobiografico il signor Mimmo scrive: «Ringrazio chi mi ha sfruttato, perché mi ha insegnato a non sfruttare».

 

 

Se qualcuno passava dalla pizzeria, aveva fame e non poteva pagare, lui e Lina lo nutrivano, prendendo in cambio quel che ognuno aveva da dare: il quadro di un artista poco fortunato o la promessa di un pagamento che sarebbe arrivato. Erano certi che ogni persona avesse qualcosa da dare e su questo costruirono la loro inconsapevole sussidiarietà. Il ristorante dava un’opportunità a tutti: sconosciuti, «terroni», poveri, ex carcerati, stranieri, perché tutti erano sulla stessa barca e perché chi aveva fame, aveva più voglia di imparare e più bisogno di un lavoro che restituisse dignità e il coraggio di mostrarsi ai propri familiari. Lina e Mimmo – che negli anni ’50 regolarizzavano tutti – non badavano alle etichette ma ai risultati: a tutti chiedevano impegno, chiedevano di dare il meglio di sé, stringevano con ogni lavoratore un patto di corresponsabilità e poi li spronavano a crescere. Li sollecitavano a prender casa, a costruire famiglia, a far la patente, li spronavano continuamente ad andare avanti e lo facevano chiedendo molto a chi lavorava e condividendo ogni giorno la stessa tavola: «Perché è lì che accadono le cose migliori».

 

Il signor Mimmo è mancato nel 2017. Oggi nel suo ristorante guidato da due dei suoi sette figli, Roberto e Massimo, lavorano circa ottanta persone, provenienti da più di venti Paesi: ci sono italiani del Nord e del Sud, marocchini, senegalesi, etiopi, albanesi, argentini, croati, sloveni, peruviani, dominicani, tunisini, brasiliani, siriani, bengalesi, russi, polacchi, malgasci, boliviani, ucraini, gambiani, rumeni, nigeriani, serbi, egiziani e cingalesi. Ancora oggi, siedono tutti alla stessa tavola e ancora oggi vengono valutati sulla base del lavoro e delle persone che sono. Qualsiasi vita abbiano fatto prima, qui trovano una casa da cui ricominciare. Nonna Lina continua ad accompagnare la vita di ognuno di loro: Cumba, 50 anni, del Senegal, si commuove raccontando di come a “nonna Lina” basti un buongiorno per capire come stai («Lei capisce sempre tutto, anche prima di te. È una mamma per tutti noi»). Alem, fuggita da un’Etiopia in guerra, ricorda grata dei primi anni di lavoro, quando le permettevano di portare con sé la sua bambina (oggi ha 26 anni) e, mentre lei lavorava, “nonna Lina” se ne prendeva cura, facendole colorare i libri su un tavolo del ristorante. Rammenta anche di quella volta in cui un cliente chiese di non esser servito da lei, ricorda che uno dei figli di Mimmo le si mise accanto dicendo: «L’ordine lo prendo io, ma lei lavora per me e sta qui accanto a me». Fu in quel momento che capì di aver finalmente trovato casa. Poi c’è chi, come Nizaar, esule tunisino con un’Odissea alle spalle, grazie alla sua tenacia e alla voglia di imparare è diventato uno straordinario pizzaiolo e ha avuto così la sua possibilità di rinascita. Quando gli si chiede di Mimmo si ferma, prende fiato, perché parlare (e scrivere) di questo uomo chiede grande cura, poi tutto d’un fiato, per trattenere l’emozione, dice «era un uomo di cuore. È proprio vero, signori si nasce».

Il signor Mimmo è stato indubbiamente un grande imprenditore ma la sua più importante innovazione – a detta del figlio Roberto – è stata quella di fidarsi delle persone. Fidarsi era anche un’esigenza, ma, per amore di verità, bisogna dire che non sempre le cose sono andate bene e che talvolta qualcuno ha approfittato del bene ricevuto e ha tradito la fiducia riposta. Mimmo però, che aveva visto cose più grandi e che, pur nelle fatiche, non smetteva mai di dire sì alla vita, procedeva determinato e generoso, sostenendo con forza quanto fosse importante continuare a sbagliare. Diceva «lascia andare, il bene torna» e spesso si trasformava in quel padre misericordioso capace di accogliere ancora, poggiando sempre una mano sulla spalla di chi tornava. Oggi i suoi figli portano avanti questa storia con la volontà, ereditata e fatta propria, che non finisca mai. Hanno imparato – crescendoci dentro – il grande valore della conoscenza condivisa, dell’educarsi reciprocamente standosi accanto, magari impastando una pizza e investendo quotidianamente sull’indipendenza di un altro. Quando chiediamo a Roberto, primogenito di Mimmo e Lina, qual è per lui il regalo più grande di questa esperienza, risponde sicuro: «Vedere una delle nostre dipendenti davanti a un negozio di abiti per bambini e sapere che potrà realizzare il sogno di comprarne uno per sua figlia»; oppure – continua – «partecipare al matrimonio di uno di loro, accompagnare chi apre la propria attività o chi compra casa. Vedere che tutto circola: il bene e l’economia. Perché le cose più straordinarie accadono nell’ordinario. Responsabilità e fiducia sono efficaci solo se reciproche».

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