Cinque motivi per andare
(o venire) a Bergamo

A un giornalista milanese, esperto d’arte, che ben conosce e apprezza la nostra città, abbiamo chiesto di dirci cinque ragioni per le quali, a suo parere, vale la pena visitare Bergamo. Il tema gli è piaciuto e questa è la sua risposta.

Il primo motivo è ad hoc per i milanesi come me: è sempre sano mettersi sulla rotta di Renzo, andare verso l’Adda e andare aldilà dell’Adda. Un viaggio inziatico, l’ha definito qualche critico. Certamente un viaggio rigeneratore, visti gli esiti. Manzoni dice che Renzo era mosso da una «lieta furia» (espressione indimenticabile). Le quattro corsie, che all’ora giusta sembrano belle e scorrevoli come un tavolo da biliardo, sembrano quasi che ti risucchino.

Il secondo motivo è che a Bergamo è un piacere dimenticare la macchina. Lo suggeriva imperiosamente Le Corbusier nel 1949, quando diceva che la Piazza Vecchia di Bergamo Alta era la più bella del mondo, a patto che le macchine se ne stessero fuori dalle mura (nel 1949…) come si lasciano gli ombrelli bagnati fuori dalla porta. A piedi, a me piace stare anche più in basso, far tutta via Pignolo, con i suoi palazzi e con il suo selciato da assaggiare pietra su pietra, partendo ovviamente dalla visione fulminante e anche un po’ libidinosa del Lotto di San Bernardino.

Il terzo motivo è quello di andare a vedere uno dei ritratti più portentosi della storia della pittura, il Cavaliere in Rosa di Giovan Battista Moroni, custodito a Palazzo Moroni, in via Porta Dipinta. È davvero vestito tutto di rosa (rosa secha) questo hidalgo bergamasco, che  risponde all’identità di Gian Gerolamo Grumelli. E il rosa ritorna anche nei ricami della camicia, nelle piccole piume che ornano la berretta: conquistò grazie a questa “mise” il cuore di Isotta Brembati che avrebbe sposato l’anno dopo, nel 1561? «Meglio essere il secondo, o l’ultimo che il primo», dice la scritta latina. Infatti nel talamo di Isotta arrivava dopo che il primo marito era passato a miglior vita… Un ritratto che vale un romanzo.

Il quarto motivo è ammirare all’ora del tramonto il tessuto di marmi intarsiati della cappella Colleoni. Fu davvero uomo di grande energia e di grande ego il condottiero che a Venezia ottenne una statua equestre in Piazza san Manipolo, e che nella sua Bergamo, fece progettare ad Antonio Amadeo (architetto e scultore di prima fascia in quell’ultimo squarcio del ‘400) un mausoleo come non se n’erano mai visti. Sistemato proprio a fianco di Santa Maria Maggiore. Per farsi spazio ottenne anche che venisse demolita la sagrestia antica… Così, con la prepotenza necessaria alla sua professione, ci ha regalato questa fantasmagoria gentile di marmi che brillano nella luce della sera.

Il quinto motivo è che Bergamo fa venire voglia di mettersi a tavola. Se Milano è città tendenzialmente anoressica, Bergamo è il suo opposto. È città dov’è bello mangiare. Lo disse anche Francesco Petrarca che arrivò in città, proprio in questo periodo, 655 anni fa (era il 13 ottobre del 1359). Lui raccontò di una «cena non da artigiano, non filosofica, ma regale». A Bergamo quando ti siedi a tavola ti senti in pace. È un mangiare senza mai lo stress di dover mangiare à la page… Personalmente ho un vero debole per “la Marianna”. Per quegli spazi, per quella simpatia, che passa anche nel cibo. Ma l’importante, quando si viene a Bergamo, è comunque mettersi a tavola e sentirsi un po’ dei re…

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