Il muretto di Albino, dove Remo
ha liberato l’anima di ogni pietra

Fotografie di Gualtiero Moreni

 

Verrebbe da dire che anche le pietre hanno un’anima. È sufficiente che qualcuno abbia la pazienza e la maestria di liberarla, rendendola visibile. Questo qualcuno si chiama Remo Ponti e l’anno prossimo compirà ottant’anni. Vive ad Albino in Valle Seriana da una ventina d’anni e il suo regno è all’imbocco della località Piazzo, da cui si scorge, in un’area verdeggiante di rara bellezza, la frenesia del fondovalle fra industrie, centri commerciali e superstrade trafficate.

Remo è originario di Cavernago, dove è nato nel 1938 e dove ha vissuto a pochi passi dal locale Castello, scelto da Bartolomeo Colleoni perché crocevia fra le province di Bergamo, Milano e Brescia. Nella vita Remo ha seguito la tradizione di famiglia legata alla lavorazione del ferro e alla meccanica, per aggiustare mezzi agricoli e motori, ma anche per creare manufatti in ferro battuto o incidere fucili. La vicinanza con il Castello forse non è stata del tutto casuale, e ha offerto a Remo, nel carattere e nella voglia di scoprire e scoprirsi, una vena artistica mai del tutto abbandonata. Da pensionato ha battuto e tenuto caldo il ferro dell’ispirazione con ancora maggior vigore, realizzando un’infinità di sculture, che espone in bella vista nel giardino di casa.

Il suo catalogo al vero, stupefacente quanto incredibile, è all’imbocco del sentiero per Piazzo-Trevasco, circa 2-300 metri avanti il complesso dei Frati Cappuccini. È un Muretto (la maiuscola ci vuole, il paragone con quello ben noto di Alassio regge eccome) nel quale Remo ha liberato l’anima di ogni pietra, ricavandone forme scolpite che solleticano la curiosità dell’osservatore, ma al tempo stesso inducono a riflettere ed a soffermarsi.

Il camice da lavoro e gli occhiali di protezione che Remo regolarmente indossa, così come i suoi scalpelli e il suo martello artigianale, sottolineano lo spessore manuale di un valente artigiano, confermando che a volte poesia e ispirazione risiedono più nella pratica che nella grammatica. Nei racconti e nei particolari si legge ben chiara l’Italia del miracolo Anni Sessanta, nella quale al fare si univa l’amore per il lavoro e per la qualità. A Remo hanno fatto complimenti, proposto mostre e installazioni artistiche di land art in Trentino, suggerito soggetti. Lui preferisce la quiete del Piazzo, le disquisizioni con l’amico “fotografo ufficiale” (ogni pietra è catalogata) e l’impegno di dare vita a quel Muretto, che di questi tempi sarebbe altrimenti miseramente crollato, insieme ai ricordi di luoghi che l’uomo moderno ama vedere ma non praticare.

«Remo – racconta Gualtiero Moreni, un escursionista che ha voluto incontrarlo dopo il passaparola di Facebook – non è molto propenso a copie, serialità e obblighi contrattuali. Vive il suo martellare e tirar fuori forme, simboli e significati, come una cosa che fluisce e non può fermare, una sorta di ispirazione. C’è un che di mistico in quei trentacinque metri di muro». In poco più di tre anni le pietre scolpite sono almeno 500 e sono un dono per chiunque voglia immergersi nella natura e nell’Uomo. «Non è difficile – aggiunge Moreni –  trovare Remo accanto al suo muro. Ti regala il suo tempo di quasi ottantenne in benedetta energia, a parlare di ciascuna pietra, richiamando e suggerendo pensieri, ricordi, incontri, respiri, emozioni. Musica nei sassi, battuta dopo battuta».

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