Oriocenter e i suoi bei 18 anni
«All’inizio nessuno ci credeva»

Diciotto anni fa nasceva Oriocenter, una delle iniziative che hanno cambiato il volto della città. Un modo nuovo di fare il commercio che si aggiungeva agli altri due poli storici: Seriate a est e Curno a Ovest. Ma Oriocenter si è imposto come una città nella città, con le sue piazze, le sue passeggiate, i suoi bar e suoi i luoghi di incontro. Un “non luogo” che è diventato una cattedrale del tempo libero. Quella storia non è finita e anzi continua a crescere. Ne parla Antonio Percassi, artefice e protagonista di questa iniziativa dal suo primo giorno.

Da dove è le nata l’idea di Oriocenter?
«Dal fatto che lì c’era l’aeroporto».

Che a quell’epoca era una piccola cosa.
«Ma era evidente che la crescita degli aeroporti sarebbe stata il futuro».

Evidente a lei…
«Di fronte allo scalo avrebbe potuto nascere un’operazione immobiliare e commerciale di grande interesse. In quegli anni – eravamo nel ’93-’94 -, a Bergamo si diceva che oltre l’autostrada c’erano solo prati e nebbia. In pochi avrebbero investito in quella “terra di nessuno”. Su quell’area c’era un ponticello, una stradina e tutto finiva lì: campi e basta».

E lei decise di comprare quei terreni e quel ponticello.
«La trattativa con il principale proprietario cominciò alle 14 e finì a mezzanotte, dieci ore filate chiusi in una saletta della Taverna Valtellinese. L’accordo venne sottoscritto su un foglio di carta preparato da me in modo semplice».

Tutto a posto?
«No, la mattina dopo il venditore mi richiamò e disse che ci stava ripensando. Mostrai il documento al mio avvocato che mi rispose: “Tranquillo, è un atto di vendita”».

 

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In parte quell’area apparteneva alla Sacbo, la società dell’aeroporto.
«Fu un’operazione pesante per noi: abbiamo acquisito la loro quota per nove miliardi di lire, una grossa cifra. Con quei soldi l’aeroporto ha potuto fare un bel salto di qualità».

Complessivamente quanto è costato l’acquisto dei terreni?
«Una ventina di miliardi di lire».

Si diceva che lei avesse rischiato tutto in quell’occasione.
«Ho rischiato tanto. Tutti mi dicevano: “Sarà un flop, non funzionerà, hai preso un’area nella nebbia e fra le zanzare”. Abbiamo subito cominciato a preparare i progetti e a chiedere le relative autorizzazioni. È stata una cosa non facile».

In che senso?
«Ci sono stati diversi ostacoli e la concorrenza era agguerrita, anche perché io arrivavo dal nulla: “Chi è questo che si scontra contro la grande distribuzione?”. La nostra fortuna è stata la scelta del progettista, l’architetto francese Arnou, dopo un’attenta selezione. Quando mi ha presentato la sua idea ho detto: “Fantastica!”».

Che cosa aveva di tanto fantastico?
«Era rivoluzionaria: nessuno in Italia aveva mai pensato di fare un centro commerciale così grande su due piani, con parcheggi coperti per 4.500 vetture, anche questi su due livelli. I parcheggi fino ad allora erano tutti a raso. In molti dicevano che la struttura era talmente grande che sarebbe stato impossibile reggere il business, ma la nostra era un’altra visione: non solo un ipermercato circondato da negozi ma uno shopping center internazionale, un luogo dove fare acquisti e trascorrere la giornata. Rendiamoci conto: si trattava di duecento negozi, con “ancore” tipo Mediaword e brand nazionali e internazionali, con un’Iper forte e con un’atmosfera ed un servizio importanti. Il tutto con la comodità del parcheggio. Perché “no parking, no business”».

Non le sembrava un’operazione faraonica?
«Era un’operazione faraonica. Ho fatto l’accordo con i francesi di Continente poi diventati soci di Benetton e Brunelli e alla fine decisero di aprire un ipermercato con il marchio Iper. A loro abbiamo venduto una parte dell’operazione e noi abbiamo sviluppato il centro commerciale».

 

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Sono passati 18 anni dall’inaugurazione. Che impressione le fa oggi?
«Oriocenter non è invecchiato, anzi, è ancora stupendo e sempre all’avanguardia. Abbiamo fatto un secondo ampliamento nel 2005 anche con la realizzazione dell’NH Hotel e entro maggio inaugureremo il terzo. Abbiamo acquisito una grande esperienza e una notevole capacità organizzativa nella costruzione, commercializzazione e nella gestione dei centri commerciali di grandi dimensione e degli outlet».

Ma Oriocenter non è più di Percassi, giusto?
«No, l’abbiamo venduto a un fondo tedesco della Commerzbank. Nel nuovo ampliamento una quota è nostra e una parte è dei tedeschi. Poi ci sarà un’altra parte ancora da costruire. Comunque la responsabilità della gestione di tutto il centro è rimasta a noi».

All’inizio le banche hanno creduto in questa che sembrava una follia?
«Quelle locali pochissimo: Banca Popolare e Credito Bergamasco erano entrate nel finanziamento con una piccola quota perché c’era incertezza sulla riuscita dell’impresa. Ad essere determinante è stata la Banca Provinciale Lombarda, poi finita nel San Paolo di Torino che ha finanziato tutta l’operazione. A Torino ci ricevette l’amministratore delegato: quando gli mostrammo il progetto, le potenzialità e i brand che potevano entrare, in cinque minuti decise. Si alzò, mi fece i complimenti e disse: lo finanziamo noi. La nostra fortuna è stata uscire dalla città, andare a dialogare con istituzioni che avevano una visione più ampia e diversa».

A Bergamo dicevano: Percassi si va a schiantare.
«Ormai questo fa parte del mio curriculum».

Chi invece ci ha creduto?
«Noi. Abbiamo lavorato tanto con il gruppo francese e con gli architetti. Poi è stata determinante la cessione di una quota di minoranza a Impregilo, che voleva dire Fiat. Quota che poi, una volta costruito Oriocenter, abbiamo riacquistato».

 

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Le rifaccio la domanda iniziale: da dove aveva preso l’idea?
«Avevo girato il mondo e di centri commerciali ne avevo visti tanti, mi rendevo conto che una di queste strutture avrebbe potuto svilupparsi anche a Bergamo. Capivo che c’era l’esigenza di qualcosa del genere, ma era ancora inespressa. Quell’area era perfetta, ma soprattutto io avevo in mente – ci sono ancora i progetti – il collegamento con l’aeroporto. Ne abbiamo preparati non so quanti di progetti in tal senso, sarebbe venuta fuori una cosa spettacolare, di livello internazionale, ma non è stato possibile per questioni legate alle diverse gestioni di Sacbo».

Resterà un sogno?
«Da parte mia no, ma Sacbo forse non ha questa visione. All’interno dell’aeroporto ha costruito un suo centro commerciale, come è avvenuto in tutti gli altri scali. Però quel ponte sull’autostrada è ancora il mio sogno».

Prima diceva: no parking, no business.
«È così, è uno dei motivi per cui i centri delle città si svuotano e vanno in difficoltà: niente parcheggi, niente commercio».

All’epoca la sua idea era stata quella di coprire via XX Settembre.
«Sì, avevo proposto di coprirla con una struttura bella e leggera e avrei fatto i parcheggi sotto. Ma allora eravamo sottovalutati».

Come sta andando il nuovo ampliamento?
«Oriocenter ha fatto storia e adesso fa un altro passo nel futuro: abbiamo già affittato tutto, ci sono brand internazionali come Armani, Furla e Roadhouse Grill. Ci sarà una innovativa food court e un cinema multisala firmato Uci: sono previste 14 sale».

E Starbucks?
«Dopo l’apertura di Milano, dove ci saranno due o tre punti vendita, e di Roma, se l’accoglienza sarà buona porteremo Starbucks anche a Oriocenter, nei centri commerciali, nelle grandi stazioni e nei centri delle città. Potenzialmente si potrebbero aprire dai tre ai quattrocento locali in Italia».

 

 

Tornasse indietro cambierebbe qualcosa?
«No, devo dire che a Oriocenter abbiamo espresso il massimo e la sua evoluzione è continua. Quest’anno abbiamo avuto dieci milioni di presenze».

La viabilità sarà ulteriormente migliorata?
«Faremo un nuovo intervento significativo per rendere accessibile il centro».

Che cosa resta ancora da fare?
«L’innovazione è continua, non ci si può mai fermare. Ci sono marchi esplosivi in vari settori e dobbiamo essere bravi a coglierli e a portarli a Oriocenter prima degli altri, in modo che il cliente trovi sempre il meglio. Adesso costruiamo la terza fase e abbiamo già cominciato a pensare alla quarta».

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