Pala Martinengo, un capolavoro
I 500 anni dell’immortale Lotto

È il più grande quadro di Lorenzo Lotto che ci sia. Alto 5,20, dipinto su tavola, firmato e anche datato: MDXVI. Cioè 1516. Il capolavoro che splende e troneggia sull’altare della chiesa di San Bartolomeo sul Sentierone compie dunque 500 anni. Un compleanno importante per uno dei capolavori di quel genio che scelse Bergamo come sua città di adozione.

La storia della pala. La storia di questa immensa pala è complessa e affascinante. Innanzitutto non venne dipinta per la chiesa in cui oggi la ammiriamo, ma per un’altra, sempre tenuta da padri domenicani, che si trovava in Città Alta e che venne demolita nel 1561, quando si trattò di rinforzare il sistema delle mura: la chiesa di Santo Stefano e Domenico. Allora la pala di Lotto venne trasferita a Bergamo Bassa, ma nel passaggio perse un po’ di pezzi: infatti in origine era attorniata da predelle e piccole tavole con immagini dei santi che oggi sono disperse in tante collezioni, compresa l’Accademia Carrara. Ma, in verità, quel capolavoro basta e avanza.

 

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Lotto lo dipinse al suo ritorno dopo il fondamentale soggiorno a Roma in cui aveva lavorato fianco a fianco con Raffaello nelle stanze vaticane e dove aveva potuto assistere, il giorno di Ognissanti del 1512, ad un evento a dir poco epocale per un artista: cioè lo scoprimento della volta Sistina dipinta da Michelangelo. Lorenzo tornò al Nord carico di potenti novità e voglioso di dimostrare di essere al passo con i tempi è con quei grandi.

L’importanza politica dell’opera. Per questo, la commissione finanziata da Alessandro Martinengo Colleoni, capitano di ventura e figlio adottivo del grande Bartolomeo, arrivò quanto mai propizia. Anche la cifra messa sul tavolo dal Martinengo era da grandi occasioni: ben 500 ducati. Mai Lotto aveva ricevuto tanto. Ma d’altra parte la pala (che giustamente è nota come Pala Martinengo), oltre ad avere dimensioni sterminate, aveva anche un importante significato politico. Alessandro Martinengo era capitano della cavalleria veneziana, e per questo voleva che l’opera di Lotto sancisse questa amicizia (o sudditanza…) di Bergamo alla città dei dogi.

 

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I messaggi e i personaggi. Ma proviamo a guardarla e a scoprire questi messaggi politici che Lotto lancia. Innanzitutto scopriamo il luogo in cui Lotto ci porta: siamo dentro una grande chiesa di dimensioni del tutto rinascimentali. Le memorie romane sono palesi, dai capitelli corinzi che Lorenzo si era annotato visitando la chiesa domenicana di Roma, Santa Maria sopra Minerva, sino a quella navata che si apre nel buio dietro al trono della Vergine. Lì c’è il ricordo di una delle più belle chiese romane, San Lorenzo fuori le Mura, con l’architrave appoggiata direttamente sopra le colonne: proprio come accade a San Lorenzo, Lotto immagina due chiese che si innestano l’una nell’altra. Lo spazio centrale è particolarmente solenne e anche audace. Al centro la Madonna sul trono con il Bambino conversa con un gruppo davvero generoso di santi. Si inizia con Sant’Alessandro, in sfolgorante armatura, che nasconderebbe il ritratto dell’Alessandro committente dell’opera. Al suo fianco, nei panni di Barbara, ci sarebbe proprio Barbara, sua moglie. Poi a seguire troviamo San Giacomo maggiore, San Domenico e il venezianissmo San Marco che guarda e anche “controlla”. A destra del trono invece, partendo dal fondo, Santa Caterina d’Alessandria, santo Stefano, Sant’Agostino, Giovanni Battista e Sebastiano.

 

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Ma il vero show Lotto lo organizza nella parte alta della sua opera. Innanzitutto apre la grande cupola, grazie ad un oculo, come aveva fatto il Mantegna nella Camera degli Sposi: in questo modo ci ricorda che Maria è ianua coeli, cioè porta del cielo. Poi dalla balaustra dell’oculo fa pendere una serie di festoni e simboli, che sono un come un rebus che nasconde (ma non troppo) il messaggio del dipinto. Una bilancia e una spada indicano la giustizia, che una scritta definisce “divina”. A garantire questa giustizia è, come palesemente indica l’angelo che si sporge allungando la mano, il San Marco con il leone dipinto a finto mosaico nel tondo della cupola (una pala che propone due volte San Marco: più esplicito di così…).

È quindi Venezia la garante della giustizia e del buon governo a Bergamo. È questo il messaggio pubblico che Alessandro Martinengo voleva far passare. Il 1516 è del resto l’anno della pace di Nyon che sancisce il riavvicinamento tra i dogi e il Papa, dopo lo scontro disastroso che aveva portato alla battaglia di Agnadello. Al riavvicinamento è chiamata a partecipare anche Maria che siede su un trono con dei piedi speciali. Sono a forma di zampa. Zampa del leone veneziano, naturalmente.

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