Palma, a cui piacevano le bionde
e perché andare a vederlo in GAMeC

Quando: Dal 13 Marzo 2015 al 21 Giugno 2015
Dove: Accademia Carrara/GAMeC
Curatori: Giovanni C.F. Villa
Enti promotori: Comune di Bergamo, Fondazione Credito Bergamasco
Biglietto: open € 14, intero € 12, ridotto € 10 / € 9, gratuito under 6
Info: +39 035 0930166, info@ilpalma.it
Sito ufficiale: http://palmailvecchio.it/

 

Era nato in quel di Serina, da papà Antonio, intorno al 1480. Si chiamava Jacopo Negretti, ma è ben più noto con il soprannome che lo ha consegnato alla storia: il Palma. Soprannome di cui non si sa l’origine, ma a cui è stato aggiunto l’aggettivo “Vecchio”, per distinguerlo dal pronipote, Palma il Giovane, che avrebbe lasciato fiumi di tele dipinte a Venezia, ma 50 anni dopo di lui.

Quanto al nostro Palma, che dal 13 marzo è protagonista dell’attesissima mostra ospitata alla GAMeC di Bergamo, fu talento precoce, come comprova il fatto che le strade verso Venezia si fossero aperte per lui molto presto. Nella città dove dominavano Giorgione, Tiziano e il vecchissimo patriarca Giovanni Bellini, Jacopo si mosse con grande scaltrezza, senza andare a indispettire i grandi com’era invece accaduto al povero Lorenzo Lotto, che non a caso aveva dovuto intraprendere la strada opposta per trovare spazio e mercato: dalla capitale Venezia verso la provincia, a Bergamo.

Furono soprattutto i «quadri e ritratti infiniti», le mezze figure femminili, i dipinti di gusto mitologico e le sacre conversazioni, che si vedevano «in Vinegia in casa di molti gentiluomini», come scrisse Giorgio Vasari, a decretare la grande fortuna di Palma nell’ambito della committenza privata veneziana. A Palma in particolare piacevano le donne bionde, con i capelli folti e fluenti e con gli incarnati generosi. Furono queste immagini a decretare il successo nel collezionismo veneziano, perché facevano rivivere dei modelli classici irradiandoli con «accenti spiccatamente sensuali ed erotici», come ha scritto Barbara Maria Savy nella voce molto completa del Dizionario Biografico degli Italiani (per chi vuole saper tutto della vita di Palma, è lettura consigliata, qui).

[Le opere in mostra alla GAMeC]

L’elenco delle bionde di Palma è così ricco da essere sufficiente per una sfilata di moda: si va dalla Dama in blu e la Dama in verde, entrambe al Kunsthistorisches Museum di Vienna e databili intorno al 1515; alla Vanitas di Monaco, alla Lucrezia della Galleria Borghese, o alla Dama di Berlino un tempo in collezione Vendramin; dalla celebre Donna allo specchio del Louvre alla  Giovane già all’Art Institute di Chicago; dalla Flora degli Uffizi a quella della National Gallery di Londra o alla Sibilla di Hampton Court, per arrivare alla Donna di spalle che si volta del Kunsthistorisches Museum. Ma sono tutte bionde anche le Ninfe al Bagno dello stesso museo. Ed è bionda Rachele nel quadro che la rappresenta mentre incontra il suo Giacobbe e si abbandona ad uno dei baci più teneri di tutta la storia della pittura. Tutte opere che avevano conquistato il consenso dei committenti veneziani, gente che non disdegnava la bella vita e che certo aveva grande ammirazione per le donne di femminilità generosa.

Ma Jacopo fu anche pittore di cose sacre. E furono proprio questi soggetti a tenerlo sempre in relazione con le sue terre d’origine. Come racconta Barbara Savy, «manteneva vivi i contatti con Serina, cui lo legavano affetti e interessi familiari, tanto da dover immaginare più occasioni di viaggio di quante ne siano effettivamente documentate». Quando lavorava per la committenza bergamasca, si adattava ad uno stile più arcaico rispetto a quello “internazionale” richiesto da Venezia: ed ecco perché gran parte delle sue opere conservate nelle chiese del territorio, siano quasi sempre polittici e non “moderne” pale. Spiega Barbara Savy: «Le opere destinate alle valli rispondono ai gusti di una committenza di provincia affezionata a formule più tradizionali, ma anche alla possibilità di spedire da Venezia i singoli pannelli».

Con il suo lavoro Jacopo riuscì ad accumulare un discreta ricchezza. Era bravo amministratore dei propri guadagni, e ad esempio acquistò terre a Montagnana e nel settembre 1527 un nuovo podere a Serina. L’anno dopo morì, secondo il Vasari a 48 anni. Dal testamento si capisce che non era sposato e non aveva avuto figli. Così aveva lasciato così una dote  a una nipote, Margherita, e il resto dei beni ai tre figli del fratello. Evidentemente la presenza di tante donne bionde nell’atelier avrebbe indispettito qualsiasi possibile moglie.