Il patrimonio segreto del Duomo

È incredibile quanto ogni luogo della nostra città conservi silenziosamente una folta serie di opere d’arte: il loro valore, più che per l’aspetto materiale, è da considerarsi inestimabile soprattutto per il loro apporto alla nostra storia e al nostro essere odierno. A quanti nomi, noti o meno noti, possono rimandare, quanti eventi si possono rievocare potendole ammirare e addirittura quante connessioni permettono di tracciare una volta indagate e studiate a fondo tutte queste bellissime opere! Per ovvi motivi, gran parte di questo nostro patrimonio resta relegato (ma ben conservato) in locali in cui è possibile accedere soltanto dietro preventiva autorizzazione. Ed è anche cosa comprensibile. Un esempio sono le tre sacrestie del Duomo di Bergamo, in cui perdersi nella meraviglia delle pareti rappresenta un modo di ripercorrere con suggestione i secoli di storia che hanno interessato la vita della cattedrale rinascimentale, precedente l’odierna, oltre alla scoperta dell’apparato decorativo mobile della prima Parrocchia di Bergamo Alta, la chiesa di San Michele all’Arco, oggi soppressa.

 

Prima sacrestia

[Vittore Ghislandi, detto Fra Galgario (1655-1743),
Ritratto del parroco Marco Carminati,
o
lio su tela, sec. XVIII]

Il prelato ritratto è Marco Carminati (Filago 1686 – Bergamo 1773), parroco di San Michele all’Arco dal 1710 al 1773, nominato dal cardinale Pietro Priuli e succeduto allo zio materno. Si distinse in quanto fautore di un primo rinnovo dell’edificio nel 1708, seguito da quello del nipote nel 1743 da cui prese spunto la citazione del tomo trattenuto ed esibito dal Carminati nel dipinto titolato Fasti di San Michele all’Arco.

 

[Giovan Paolo Cavagna
San Procolo tra i Santi Fermo e Rustico
Olio su tela, primo quarto sec. XVII]

Questi santi vissero all’epoca dell’imperatore Massimiano (286-305), sotto cui subirono il martirio. La loro sepoltura avvenne grazie a una delegazione di bergamaschi che dettero adito nell’anno 855 alla loro trafugazione a opera di alcuni mercanti orobici. ricomposti dapprima nella chiesa a loro dedicata nell’attuale Via San Fermo (Parrocchia di Sant’Anna), dal 1575 riposano nell’altare del braccio destro del transetto della Cattedrale. La scritta riportata in basso ricorda alcuni di questi eventi.

 

[Enea Salmeggia e bottega
Ricognizione reliquie Sant’Alessandro
Olio su tela, prima metà sec. XVII]

Il dipinto è parte di un ciclo realizzato per la Cattedrale, oggi diviso tra Brescia e Bergamo (in collezione privata e in Accademia Carrara). È interessante l’ambientazione del dipinto, che a regola dovrebbe rappresentare o la sepoltura del santo (in maniera anacronistica) o una delle “tante” ricognizioni per la verifica della identità del defunto, ad esempio quella del 908 avvenuta alla presenza del vescovo Adalberto, affiancato da re Berengario, se non la traslazione del corpo dalla basilica alessandrina alla Cattedrale datata 1 agosto 1561, in seguito alla demolizione della chiesa per la fortificazione veneziana. Secondo la tradizione, il sarcofago raffigurato nel dipinto è lo stesso che oggi regge la mensa dell’altare maggiore della Chiesa di Sant’Alessandro in Croce in Borgo Pignolo.

 

Seconda sacrestia

[Fabio Ronzelli
Sant’Alessandro a cavallo nel cielo
Olio su tela, secondo quarto sec. XVII]

Il soggetto è simile a quello dipinto per il monastero di Santa Grata in columnellis (primo altare a destra entrando in chiesa). La bellezza dell’opera, più che nella figura del santo a cavallo, sta nello “skyline” cittadino, che mostra la fortificazione ormai conclusa e da cui emerge la porta di Sant’Agostino rispetto a quella solitamente rappresentata di San Giacomo. Inoltre, molte delle cime turrite si riferiscono a edifici ormai scomparsi, per cui il dipinto assume un’importante valenza della memoria storica e iconografica di Bergamo.

 

[Giovanni Gerolamo Raggi (1712-1793)
San Michele appare al vescovo di Siponto (quartiere di Manfredonia, Puglia)
Olio su tela, sec. XVIII]

 

[Giovanni Gerolamo Raggi (1712-1793)
San Michele incensa l’altare sul Gargano
Olio su tela, XVIII secolo]

Le due opere erano collocate nel catino absidale della chiesa di San Michele all’Arco, soppressa con la parrocchia nel 1958. I due episodi si riferiscono a un fatto avvenuto in Puglia, dove il cacciatore Gargano, salito sul monte che ne prenderà il nome, si vide ferito da una freccia da lui stesso scagliata contro l’animale; il vescovo Lorenzo di Siponto curò il cacciatore e nella notte si vide apparire in sogno l’arcangelo, che gli ordinò di edificare sul luogo una cappella a ricordo dell’evento miracoloso.

 

[Francesco Coghetti (1802-1875), San Giuseppe con Gesù Bambino e Sant’Adelaide (o Adleida?),
Sant’Antonio da Padova, San Lupo, San Rocco o San Giacomo e San Michele arcangelo

Olio su tela, 1828]

La tela pone al centro San Giuseppe, il cui culto si era rinnovato già nel XV secolo, fino a nominarlo patrono della chiesa universale dal 1870. Gli altri santi si riconoscono dai loro attributi: in particolare San Lupo, in basso a sinistra, per il cartiglio a terra che indica la parte terminale di un catino absidale, molto probabilmente quello della basilica alessandrina da lui costruita su richiesta della figlia Grata; San Michele per il bilancino, usato per pesare le anime da destinare all’inferno o al paradiso; San Rocco per il bordone.

 

Terza sacrestia

[Ambito lombardo
Allegoria celebrativa
Dipinto murale, sec. XVII-XVIII]

L’allegoria celebrativa ritrae a sinistra il Genio della Libertà (catena e podio con tre danzatrici) e a destra la Pace agreste (ibis e ramo di grano), seduti entrambi accanto all’elemento architettonico che include una lapide con lettere dorate, il cui testo esalta la gratitudine dei canonici del Duomo verso il cardinale Girolamo Albani: il prelato aveva ottenuto per loro da papa Sisto V nel 1586 l’esenzione di tre mesi dal servizio corale da tenersi in Cattedrale.

 

[Marziale Carpinoni (attr.) (1649-1724)
Santi Domno e Domneone ed Eusebia
Olio su tela, 1704]

I protagonisti sono zio e nipoti, i cui corpi furono rinvenuti nel 1401 sotto l’altare della chiesa di Sant’Andrea in via Porta Dipinta in Bergamo Alta. Il loro culto, così come quello degli altri considerati locali (Proiettizio, Esteria e Giovanni vescovo), venne abbandonato quando negli anni Sessanta del secolo scorso si provvide a ridefinire il calendario liturgico, anche se sono molte le opere in città e in provincia che li ritraggono, soprattutto se legati alla famiglia Zoppis.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.