Perché Renzo Tramaglino
è diventato bergamasco

Ci sono giornate terse d’inverno in cui le forme di Bergamo si svelano anche da lontano. È una di quelle giornate in cui viene in mente quell’unica citazione diretta che Manzoni fa della città. Renzo attraversata l’Adda e appena risalita la riva, «alzando poi lo sguardo, vide il vasto piano dell’altra riva, sparso di paesi, e al di là i colli, e sur uno di quelli una gran macchia biancastra, che gli parve dover essere una città, Bergamo sicuramente» (il corsivo è mio).

È ben noto che per Renzo Bergamo è la salvezza, è la libertà. Ma se lo è per Renzo, lo è perché così ha voluto il suo autore, Alessandro Manzoni. Perché nei Promessi sposi la città è molto più che uno sfondo, è il “fondo” del percorso, l’approdo a cui il protagonista arriva e dove consumerà il resto dei suoi giorni. Infatti dopo lo spiacevole incidente dei giudizi poco lusinghieri nei confronti dell’aspetto fisico di Lucia nel paese del cugino Bortolo, Renzo decide di traslocare, ma anziché tornare nelle sue terre, s’avvicina ancor di più a Bergamo, dove in società con Bortolo compra un filatoio, il cui padrone era morto di peste, e diventa a tutti gli effetti piccolo imprenditore.

Ma Bergamo nei Promessi sposi viene raccontata come città meglio amministrata di Milano. Città più operosa che quindi attirava mano d’opera, in particolare nel settore tessile. Se Renzo non emigra è solo grazie alla sua abilità che sino al momento del patatrac e del matrimonio sospeso, gli aveva permesso di trovar lavoro e di restare vicino a Lucia. Sono poi altri e sono ben noti i motivi per cui gli toccherà fare le valigie e attraversare l’Adda, per mettersi a lavorare sotto la falsa identità di Antonio Rivolta, per un periodo che andò dal novembre 1628 sino all’estate del 1630. A Bergamo com’era noto governava Venezia. I rapporti con Milano non erano buoni. Così quando dal governatore don Gonzalo arrivò il mandato di cattura per Renzo le autorità bergamasche non sprecarono molte energie nelle ricerche. E fu la fortuna di Renzo.

Ma Manzoni ha modo di far sue valutazioni sulla diversa gestione della situazione, messa in atto a Bergamo. Sottolinea come da quelle parti le cose andassero diversamente e la città aveva acquistato da un mercante di Venezia del grano proveniente dalla Turchia, per provvedere alla popolazione. Non solo, siccome Padova e Brescia avevano provato a metter un dazio su quelle vettovaglie, Bergamo aveva mandato un avvocato a Venezia, tal Lorenzo Torre, per convincere il doge sulla arbitrarietà di quella gabella. L’avvocato tornò vincitore. E in più il senato veneziano decise di mandare a Bergamo dei carichi di miglio, per fare il pane e provvedere alle necessità delle popolazioni delle campagne. Ed è poi Bortolo a esprimere sinteticamente il pensiero che evidentemente è il pensiero dello scrittore: la politica economica di Bergamo è stata più oculata di quella di Milano. Per questo Manzoni la premia, facendo restare Renzo per sempre adilà dell’Adda.