Loreto, con le sue due chiese

La mostra dedicata a Lotto, allestita presso la Fondazione Creberg di Largo Porta Nuova a Bergamo, sta registrando numeri di pubblico strepitosi, considerando gli oltre 1500 appassionati che hanno varcato la soglia del Palazzo del Credito Bergamasco nello scorso week end. Nulla di nuovo, dunque, era immaginabile dato che Bergamo tra i suoi beniamini – da Papa Giovanni a Gaetano Donizetti, da Bartolomeo Colleoni a Sant’Alessandro – annovera Lorenzo Lotto (1480-1556), pittore che pur se non oriundo ha trascorso qui da noi gli anni migliori della sua vita, in termini di produzione e di spirito, divenendo una sorta di spartiacque: molti artisti, che proprio da lui hanno preso spunto, sono infatti rimasti influenzati dalla sua opera, vi si sono spesso liberamente ispirati, altre volte invece l’hanno addirittura replicata pari pari.

Ciò che commuove ogni visitatore in mostra è assistere inerte al tramonto fisico e morale di un grande artista, che ha dedicato l’ultima sua produzione alla Santa Casa di Loreto nelle Marche: nove tele che per quasi 300 anni sono rimaste collocate nel catino absidale del santuario, per essere rimosse solo alla metà dell’Ottocento e venire riposte nell’attiguo museo. Ed è proprio da lì, da Loreto, che sono giunte in toto (una già in primavera per i restauri) ed è lì che rientreranno il 3 novembre prossimo, stavolta per l’ultimo viaggio del nostro beneamato pittore veneziano verso la riviera adriatica.

 

Loreto su una mappa di Bergamo di qualche anno fa

 

La prima chiesa. Il termine Loreto non è un nome che ai bergamaschi giunge nuovo. Oltre alla dedizione alla Vergine, da secoli profusa in diversi dipinti e affreschi di città e provincia, Bergamo vanta un intero quartiere nella periferia ovest di Bergamo con tale nome, attraversato dall’asse di via Broseta, con ben due chiese tra loro attigue. La prima è documentata a partire dal 1453 in termini di semplice cappella dedicata a Santa Maria Annunciata. La chiesa vera e propria, sorta invece come santuario a partire dal 1620, è stata trasformata in parrocchiale smembrandola da Sant’Alessandro in Colonna, grazie a un ampliamento neoclassico condotto tra il 1850 e il 1863. La facciata è stata completata solo nel 1888, su progetto di Elia Fornoni, che incaricò Giuseppe Zenoni di realizzare le sculture decorative e i fratelli Fumagalli per i monocromati completati entro il 1890. La pianta è circolare e a termine vi è un profondo presbiterio, lungo cui corrono colonne corinzie poggiate su zoccolature e plinti in marmo di Zandobbio. Le vetrate, che raffigurano santi, sono opera della ditta Felice Foglia di Milano e sono state realizzate nel 1934.

Il braccio destro della chiesa è occupato dalla Cappella del Santo Crocefisso, dotata di un altare in marmo in stile neoclassico con ancona progettato dall’ingegner Camillo Galizzi. Il braccio sinistro della navata è simile al precedente e ospita un altare dedicato al Sacro Cuore di Gesù. Da qui, tramite apertura, è possibile accedere alla cappella di Loreto, quella documentata alla fine del Quattrocento, innestata nella chiesa attuale e preceduta esternamente da un piccolo portico a tre arcate, poggianti su quattro colonne in pietra di Sarnico; una cancellata divide la parte dei fedeli dal piccolo presbiterio dove è posto un altare in marmo con due formelle traforate ai lati e due porte che conducono al piccolo coro, nella cui parete di fondo è ricavatala nicchia con la statua della Madonna di Loreto. Questa venne donata alla chiesa dal vescovo Giovanni Emo (“il vescovo delle colonne”) nel 1622. Il battistero è opera della ditta Camillo Remuzzi e risale al 1963.

La seconda chiesa. La nuova chiesa, invece, di poco dirimpetto la vecchia tuttora in uso, risale al 2008 ed è frutto di un concorso bandito dalla stessa parrocchia della Beata Vergine Maria di Loreto in occasione del Giubileo dell’anno 2000. Il vincitore che si è aggiudicato l’appalto è lo stesso che nel 1991 consegnò al Comune di Bergamo la nuova GAMeC di via San Tomaso, lo studio Gregotti di Milano. Il nuovo complesso della Beata Vergine Maria include l’omonimo centro parrocchiale e la chiesa dedicata a padre Massimiliano Kolbe, che si collocano in due diversi edifici affacciati su una piazza e collegati da percorsi e spazi aperti anche alla città. Il centro parrocchiale ospita la casa canonica e spazi per le attività pastorali, tra cui un’ampia sala polivalente utilizzata per assemblee.

C’è da dire che il nuovo edificio al tempo della sua svelatura ci ha a dir poco sconvolti, pur se già abituati allo sbigottimento provato per l’esito del restyling dell’ex monastero quattrocentesco delle Servite (GAMeC) o alla sorpresa per la futuristica chiesa di Longuelo: questo soprattutto per la presenza massiccia di travi e pilastri in cemento armato, stemperata dal quarzo di arenite indiana in facciata (lastre di 50×50 cm) e nel portico e dai serramenti in ferro. L’invaso è coperto da un volume cilindrico, da cui la luce naturale filtra attraverso una fila di piccole finestre quadrate e un complicato sistema di elementi, accolti in una semisfera proiettata all’interno, che indirizza un fascio di luce diretta verso l’altare. Anche gli arredi sacri, disegnati su misura, sono giocati sulla combinazione di marmi bianchi e di bronzo lucidato a specchio, che caratterizza per esempio l’imponente altare, retto da tredici colonne quadrate e il fonte battesimale: una di queste custodisce una reliquia di padre Massimiliano Kolbe.

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