La grigia Pietra di Berbenno
di cui è fatta la Valle Imagna

La Pietra di Berbenno è il nome commerciale con cui viene denominata la tipica pietra da costruzione dell’architettura rurale della Valle Imagna utilizzata fino al secondo dopoguerra per costruire i luoghi dell’abitare, del lavoro, della fede e della tradizione, prima di preferirle mattone e cemento. Trattasi di rocce sedimentarie dal caratteristico colore grigio, appartenenti alla Formazione delle Argilliti di Riva di Solto di età triassica (circa 215- 210 milioni di anni fa), che in Lombardia affiorano lungo una fascia ad andamento est-ovest, che dal lago di Lugano giunge sino al Lago d’Iseo, passando attraverso le Prealpi Bergamasche e quindi la Valle Brembana, la Val Serina, la Valle Seriana inferiore e la Valle Cavallina.

Resti fossili. A Ponte Giurino nella Valle del Brunone sono stati rinvenuti centinaia di resti fossili eccezionalmente ben conservati e d’importanza a livello globale. Si tratta di una fauna particolarmente ricca, in cui abbondano sia specie marine, come pesci, crostacei e meduse, sia specie terrestri, tra cui rettili e insetti. Tra i reperti più famosi si ricordano: la Italophlebia gervasutii, uno straordinario esemplare completo di libellula, e un raro esemplare di rettile volante, l’Eudimorphon ronzii. Tutti i reperti sono conservati presso il Museo di Scienze Naturali Enrico Caffi di Bergamo.

 

 

Composizione. L’ambiente di sedimentazione era un ampio golfo, caratterizzato da bacini chiusi e lagune, con fondali in prevalenza privi di circolazione di ossigeno e nel raggio d’azione delle tempeste. In funzione delle condizioni climatiche, si depositavano sedimenti detritici provenienti dalle terre emerse circostanti e sedimenti marini dalle piattaforme carbonatiche limitrofe. Il clima allora era determinato da alternanze cicliche di lunghe fasi umide – da cui derivava un rilevante apporto al bacino di acque dolci e di sedimenti terrigeni (argilliti) – e di lunghe fasi aride, con l’accumulo prevalentemente di sedimenti calcarei: la Pietra di Berbenno è, infatti, un calcare a grana finissima, con tessitura omogenea e compatta.

La composizione mineralogica è quella di un calcare purissimo: la calcite costituisce più del 98 per cento della roccia. I restanti minerali presenti sono occasionali silicati, soprattutto minuti cristalli di quarzo. L’omogeneità composizionale, la grana e la tessitura, unitamente alla naturale fratturazione dell’ammasso roccioso in conci già quasi pronti all’uso, determinano peculiari proprietà del materiale lapideo. Certamente la caratteristica principale è la durevolezza e la resistenza agli effetti del tempo, ben testimoniate dai numerosi manufatti, contrade, cà e stalle abbondantemente presenti sul territorio. Accanto ad esse, anche le proprietà tecniche specifiche per ciascuna destinazione d’uso evidenziano l’attitudine della roccia ad essere impiegata come pietra ornamentale.

Estrazione e lavorazione. Mentre un tempo i siti di estrazione della Pietra di Berbenno erano numerosi ed esistevano le cosiddette “cave di prestito”, attualmente l’attività estrattiva è limitata ai comuni di Berbenno, Ponte Giurino e Corna Imagna. La coltivazione avviene strato per strato necessariamente con l’utilizzo di mezzi meccanici, dopodiché si attua una prima selezione del materiale da avviare alla lavorazione preliminare, in seguito tranciato per ottenere dei blocchetti lavorabili dagli scalpellini che provvedono alla rifinitura manuale. Durante queste fasi i conci vengono leggermente percossi con il martello, così da evidenziare quelli che rilascino un suono dolce e sonoro: saranno proprio quelli che verranno destinati agli impieghi più importanti.

 

Impieghi. Sia l’abbondanza dei giacimenti in valle Imagna (in passato i siti di escavazione erano a Berbenno e Locatello, Corna Imagna e Sant’Omobono Imagna) che le caratteristiche di resistenza e durevolezza, oltre al fatto di presentarsi facilmente lavorabile soprattutto in fatto di elasticità e di resistenza alla flessione, ha giustificato nei secoli l’ampio uso di questa pietra, ravvisabile ad occhio nudo in numerose ed antiche contrade e cà della Valle Imagna, così come in Val Taleggio e in Valsassina.

I valdimagnini attribuiscono due diverse denominazioni a questa specifica pietra: prída e piöda. Con prída s’intendono le pietre squadrate, di varia dimensione e forma prismatica, utilizzate soprattutto per la costruzione dei muri perimetrali degli edifici, nonché dei muri di contenimento dei terrazzamenti e delle pavimentazioni delle mulattiere. Per piöda, invece, s’intendono le lastre impiegate nelle coperture dei tetti e nelle pavimentazioni, scelte per il modesto spessore delle facce e che sono quelle riconoscibili a vista in Valle Imagna, “poiché il piano di spacco corrisponde non ad una orientazione mineralogica bensì ad un orizzonte sedimentario, cioè ad un livello stratigrafico”.

Il loro impiego le vede protagoniste più in campo decorativo che strutturale, come ad esempio per la realizzazione di murature, elementi di finitura, pavimentazioni con posa ad opus incertum, rivestimenti esterni, pilastri, archi, davanzali, caminetti e contorni di porte e finestre, mulattiere, cordoli e tetti, in quest’ultimo caso abbinata a una travatura in legno. Entrando più nello specifico, sia per quanto concerne l’edilizia privata che pubblica e religiosa, oltre a porticati ed archi si possono realizzare anche camini e comignoli, fontane, soglie e davanzali, cappelle e tribuline.

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