I Grandi Restauri della Fondazione Creberg

Prendendo spunto dai sempre più sorprendenti eventi espositivi organizzati dalla Fondazione Credito Bergamasco all’interno del suo Palazzo Storico in Largo Porta Nuova (in corso la monografica “Sironi e il volto austero della pittura” e la presentazione dei nuovi “Grandi Restauri”), dediti alla riscoperta, conservazione e valorizzazione del patrimonio locale o dei protagonisti del nostro territorio, viene spontaneo ispirarsi alle opere esposte per tracciare percorsi in città o in provincia: si riscoprono così connessioni anacronistiche che legano il capoluogo alle località dell’hinterland o, in questo caso, fino a quelle della pianura. Parlando di Mario Sironi, protagonista per la seconda volta di un grande evento espositivo, subito la mente rimanda ai due teleri conservati nella Sala dei Telegrammi delle nostre Poste Centrali e all’opera in GAMeC (Nudo seduto), oltre al fatto che l’artista è sepolto nel nostro Cimitero Civico tra i suoi affetti più cari. Trattando di Giuseppe Pagano (esposto con Daniele nella fossa dei leoni della Chiesa di San Tomaso de Calvi), artista lombardo evidentemente non gradito ai canonici della Cattedrale che gli rifiutarono due opere destinate al nuovo catino absidale, grazie alla Catalogazione della Diocesi lo si ritrova anche nelle collezioni del Museo Bernareggi e a Caprino Bergamasco con le opere Presentazione al Tempio e Visitazione.

In tema di restauri, ben abituati ai grandi nomi “indigeni” – in ordine alfabetico, di Allori, Cavagna, Lotto, Moretto, Moroni, Palma il Vecchio, e molti altri -, con piacevole sorpresa si ha ora la possibilità di andare oltre il seminato e di conoscere quella compagine di artisti, soprattutto veneti, che sulla scia dei grandi del primo Cinquecento hanno colmato anche la seconda metà del secolo. Il loro operato non è stato così “facile” come per gli altri che li hanno preceduti, in quanto investiti del gravoso compito di accompagnarci verso la fine del secolo e traslarci dolcemente sullo scorcio del successivo, denso di naturalismo e di quel verismo che avrà il suo eccesso, per i tempi, con Caravaggio. È il caso dei fratelli da Ponte, comunemente noti come Bassano per la località d’origine (Bassano del Grappa), Francesco e Leandro, figli di Jacopo e nipoti di Francesco il Vecchio, una bottega attiva lungo quattro generazioni dalla metà del Quattrocento alla prima metà del Seicento, protagonisti in Sala Consiliare “Creberg” del recupero a posteriori di due loro tele, collocate rispettivamente nella Chiesa Sant’Andrea e nella Basilica di Sant’Alessandro in Colonna.

Trovare altre loro opere certe non è così facile, dato che i vari inventari, cautamente come è giusto che sia, spesso e volentieri indicano alla voce “autore” che i dipinti sono di “bottega” o anche di “maniera” o spesso una “copia”; in effetti, confrontandoli con opere certe, timbro e calibro sono notevolmente diversi da quelli che fino a domenica 19 maggio si potevano ammirare presso il Creberg. In città, i Bassano li troviamo in Accademia Carrara (sala 19), a fianco di Paris Bordon e di Paolo Veronese, subito riconoscibili per quella tavolozza nuova, più fresca e cangiante: «La nuova generazione di artisti riafferma con forza la supremazia del colore sul disegno come segno distintivo della tradizione figurativa veneta, ma si confronta anche con il gusto manierista diffuso nell’Italia centrale e in alcune corti europee e con le tendenze naturaliste che si andavano lentamente affermando in alcuni centri della penisola» (cit. didascalia Sala 19 Accademia Carrara).

 

JACOPO DA PONTE, DETTO JACOPO BASSANO (1515-1592)

Figlio del pittore Francesco il Vecchio, vive una fase manierista che guarda sempre alla pittura veneta e diviene specialista per grandi raffigurazioni allegoriche. Sue opere in città sono nella Chiesa di Sant’Alessandro in Croce e in quella di Sant’Alessandro in Colonna.

 

FRANCESCO DA PONTE, DETTO FRANCESCO BASSANO (1549-1592), FIGLIO DI JACOPO

Pittore ufficiale dei Dogi a Venezia dopo la morte di Tiziano e Veronese. Lavora molto per Bergamo nell’ultimo quarto del Cinquecento, fino al suicidio perché sofferente di una grave forma di ipocondria. A Bergamo è attivo nella Basilica di Santa Maria Maggiore (Storie della Vergine e Ultima Cena), nel Palazzo del Podestà in Piazza Vecchia a (tre opere di cui una distrutta durante i moti del 1797 e due conservate in Accademia Carrara e nell’ex Sala Consiliare di Via Torquato Tasso), nella Chiesa di San Marco (Deposizione); in provincia lavora ad Almenno San Salvatore per gli Agostiniani nella Chiesa di San Nicola e poi in altre località della bergamasca, tra cui Urgnano.

 

LEANDRO DA PONTE (1557-1622), FIGLIO DI JACOPO E FRATELLO DI FRANCESCO E DI UN ALTRO PITTORE GEROLAMO

Morto il fratello maggiore, dovette trasferirsi a Venezia per seguire e portare a termine le commesse lasciate in sospeso dal capo bottega, tra cui quelle in Palazzo Ducale. Noto ritrattista alla maniera del padre e di Tintoretto, si allontana progressivamente dai color brillanti della bottega paterna fino a virare per un marcato naturalismo, che si riscontra in quella linea di contorno marcata che caratterizza volti e profili dei suoi personaggi. Sue opere, bisognose di intervento, sono state rintracciate a Spirano e a Zogno, mentre altre “di bottega” potrebbero essergli attribuite.

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