Quell’antico fossato che un tempo
segnava il confine di Bergamo

Foto in copertina pianuradascoprire/Natale Pescali: Covo, porta di confine

 

Nell’anno che si è appena concluso gli anniversari più o meno celebri che si sono commemorati sono stati tantissimi e hanno interessato uomini e donne, eventi, luoghi e tanto altro. Ma tra tutti questi elementi uno in particolare è passato sicuramente inosservato, probabilmente a causa della sua esiguità o del fatto di essere poco tangibile: si sta parlando del fosso bergamasco e del fatto che nel 2017 correvano 750 anni dalla sua prima demarcazione nella pianura lombarda.

 

 

Un vero fossato difensivo. Inizialmente il tratto era lungo trentacinque chilometri, largo cinque e profondo altrettanti, quindi si parla di una vera e propria fenditura che scendeva nel terreno molto profonda rispetto a una semplice buca o a un canale d’acqua come molti sostengono: questo lo si vuol ribadire semplicemente per dire che, nonostante la sua denominazione possa trarre in inganno, il fosso non aveva le sembianze di una roggia o di una seriola per l’irrigazione, seppure quasi certamente vennero inglobati tratti di canali risalenti all’epoca romana. La nostra pianura, infatti, è sempre stata particolarmente ricca di risorgive e fontanili e questo ne ha decretato anche il costante inurbamento lungo i secoli con la risalita, così come la discesa, di popolazioni affamate d’acqua per dissetare i propri figli, abbeverare gli animali – fonte di sostentamento così come di traino – e irrigare i campi. Altro che canaletto, dunque! Il fosso bergamasco era veramente un fossato difensivo e, correndo per secoli più o meno linearmente nella bassa pianura bergamasca, ha costituito una sorta di vallo di Adriano, ovvero un importante confine dal Medioevo fino al termine dell’età moderna, sebbene abbandonato dalla fine del Settecento.

 

 

L’inizio della storia. Venne realizzato nel 1267 dopo un accordo intercorso tra i Comuni di Bergamo e Cremona, al fine di rispettare e tracciare i relativi confini, spesso resi labili da eventi atmosferici o dalle nebbie della bassa pianura, complici di camuffare i rifugi di banditi e le tane dei contrabbandieri, oltre che dal frazionamento delle terre tra i rami dei conti palatini di Bergamo (i Ghisalbertini) che da ghibellini divennero guelfi e vennero per questi messi al bando. La sponda bergamasca risultava molto più alta, quindi era percorribile a cavallo: secondo gli accordi, infatti, spettava allo stesso podestà di Bergamo cavalcare sul suo tracciato, proprio per verificare che la costruzione rispettasse gli accordi con la vicina città di Cremona, anche se la sua importanza divenne veramente rilevante solo dopo la Pace di Lodi del 1454, che decretò la fine delle ostilità tra Venezia e Milano; a tavolino alla prima spettarono le città di Bergamo, Brescia e Crema, mentre alla seconda la Geradadda che mantenne fino al 1535, quando poi passò agli Spagnoli di Carlo V.

Tra il Ducato di Milano e la Serenissima. Dalla metà del Quattrocento, quindi, il tratto di demarcazione assunse il nome ufficiale di Fossatum Bergamaschum (o anche Pergamense) e divenne a tutti gli effetti la linea di confine tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano, su cui si svolgevano ispezioni periodiche da ambo le parti: lungo tutti i suoi limiti sono attestati dalle fonti elementi di assidua sorveglianza, costituiti da torri di avvistamento, castelli e uomini di guardia, tra cui quelli al soldo di Bartolomeo Colleoni, diretto referente di Venezia in campo militare.

 

 

Le controversie documentate dalle carte d‘archivio pubbliche e private, soprattutto quelle tra Seicento e Settecento, riguardano i più svariati argomenti di contrasto: da quello più scontato relativo la definizione dei confini alla raccolta e trasporto dei prodotti dei campi e del pagamento delle tasse, dai furti all’uso delle acque, dal taglio degli alberi alle aggressioni, che purtroppo non mancarono di causare incidenti e tafferugli mortali. Proprio per questo motivo le rive del fosso erano costellate non solo da cippi di pietra, oggi dispersi qua e là o posti arbitrariamente entro qualche proprietà privata, ma anche da croci di legno per ricordare i morti di allora e contemporaneamente per ammonire i vivi, nel caso volessero provare a varcare il confine con le più malevoli intenzioni.

Quel che resta. Per tutto questo e altro ancora oggi è difficile tracciarne il percorso del fosso, sia per la caduta della sua funzione primigenia che per l’oblio di cui è stato vittima e che lo ha letteralmente soffocato di vegetazione e usurpazioni di ogni tipo lungo gli anni e i decenni degli ultimi due secoli: e questo nonostante qualche Comune virtuoso, interessato dal passaggio sul proprio suolo dell’antico sedime, abbia provveduto a collocare dell’apposita segnaletica in legno o metallo che dall’interno dell’abitato o lungo le direttrici di traffico in entrata o in uscita dal paese di competenza, ne indica la direzione da percorrere per poterlo rinvenire!

 

 

Sì, ma che fatica, se si pensa che in origine, uscito dal fiume Adda in località Capiate, attraversava il fiume Brembo presso il paese di Brembate, per proseguire nei Comuni di Canonica, Boltiere, Arcene, Lurano, Spirano, per poi buttarsi nel fiume Serio a Cologno al Serio; riusciva presso Romano di Lombardia e raggiungeva Isso e Covo, per poi concludere la sua corsa nel fiume Oglio tra i comuni di Calcio e di Cividate.

Progetti di sviluppo possibili. Tutti questi nomi di località portano a delle considerazioni, dato che ogni luogo è peculiare di suo per le ricchezze naturalistiche, storiche e artistiche che vanta. Lungo il fosso, quindi, si potrebbero sviluppare percorsi e itinerari di varia natura, a cominciare dagli Enti Parchi, che potrebbero valorizzare fontanili, aree protette, flora e fauna autoctona, da presentare al pubblico dei più curiosi. Oppure si potrebbero evidenziare i singoli luoghi di culto, in molti casi isolati e ubicati lungo antichi percorsi, oggi non più battuti se non addirittura abbandonati, dove le credenze popolari ricordano fatti di particolare significato legati alla loro vocazione agricola. O ancora moltiplicare itinerari tematici incentrati su castelli, ville, palazzi, siti archeologici e molto altro. Perché no, magari realizzando un gemellaggio con la città di Cremona con la quale, pare a questo punto, molto si è avuto in comune.

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