Su quella ruota non ci volevo salire
Ma poi mi sono dovuto ricredere

Con un certo scetticismo tutto bergamasco, mi presento in piazza Matteotti sotto la ruota panoramica con l’idea di salirci, farci un giro e poterla demolire forte di un giudizio «rotondo e completo». Con fare sarcastico scrivo a tutti i miei amici qualcosa del tipo «che cosa mi tocca fare». Tra l’altro non sono proprio le mie cose. Soffro pure di vertigini. Dentro di me penso che già quella di Londra non mi è molto simpatica, figuriamoci questa di Bergamo, incastrata tra i palazzi, senza nemmeno il Tamigi né un minimo di storia che la rendano quantomeno emblematica. Ho solo due precedenti in realtà su una ruota panoramica: una volta a Vienna e un’altra ai mercatini di Natale a Berlino, durante una gita scolastica. Non conservo particolari ricordi di queste due esperienze: la prima volta ero piccolo, la seconda ero persino più scettico di oggi, ma c’era una tipa che mi piaceva e che voleva salire; e quindi sono salito. E ho passato l’intero giro di ruota a dissimulare nausea e capogiri per non fare brutta figura.

 

 

Per essere sicuro di poter mantenere un giudizio critico e sarcastico e per rendermi quindi immune da ogni piacevole sorpresa scelgo un pomeriggio di sole pallido, con un accenno di foschia. Cioè triste. So che la sera potrebbe essere meglio: già un paio di volte, uscendo dalla redazione in orari di buio, mi sono sforzato di negare il fascino della ruota illuminata e circondata dal Natale. Di giorno, sia per una mia naturale propensione al cattivo umore, sia perché effettivamente la ruota sembra davvero un ammasso di ferraglia, scheletro di se stessa, sono convinto che l’esperienza possa essere confortevolmente negativa, in linea con le mie aspettative.

Prendo il mio biglietto – «Sette euro per vedere il tetto di Zara?» – e mi metto in coda. Perché c’è coda, nonostante sia martedì, nonostante siano le tre e un quarto. Penso: «Io non ci salirei mai, però come mossa di mercato può avere il suo perché». Con una smorfia di superiorità mi guardo attorno cercando di far capire a chiunque possa osservarmi – maledetta convinzione di interessare a qualcuno – che no, non sono lì per scelta e che sì, sono lì per ragioni di lavoro. Sono da solo e dopo l’attesa infinita (in realtà poco più di cinque minuti) i manovratori dell’ordigno mi invitano a salire su una cabina insieme a un papà e alla sua bambina. Avrà, credo, tre anni. Io mai avrò figli, chissà che casino, ci mancava pure…

 

Articolo completo a pagina 5 di BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 5 dicembre. In versione digitale, qui.

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