I restauratori d’oro in via Tasso
Un mestiere antico e prezioso

doratore fotografo devid rotasperti (32)

 

Un mestiere antico, di quelli che ti riportano ad un mondo di inizio Novecento. In via Tasso 36, in un cortile ottocentesco, dove si respira un’aria quieta e ogni porta ti conduce in un mondo fatto d’arte, Giordana e Daniele Tribbia vivono di una passione, trasmessa dal padre Arturo: ogni giorno, stendono foglie d’oro zecchino su specchi antichi, suppellettili preziose e qualche putto dai tratti gentili, scolpito con finezza.

Il loro laboratorio è composto da quattro grandi tavoli e un mobile antico dove anziani scaffali raccolgono barattoli trasparenti con polveri colorate di rosso vermiglio, giallo limone, giallo cadmio, blu e magenta. Sul ripiano ci sono invece vasetti di vetro e latta e pennelli di lunghezze diverse appoggiati su alcune brocche di terracotta grezza. A guardarlo, sembrerebbe il luogo ideale per comporre qualche intruglio, o qualche sorta di incantesimo fatato. Invece, nei contenitori cilindrici si nascondono vernici e trementine, mordenti e colle di pesce, come nelle migliori botteghe artigiane di tanti anni fa. Ai colori e alle colle tengono compagnia i ferri del mestiere, come martello e scalpello, o la semplice carta da vetro da utilizzare con metodo e capacità tecnica.

«Per fare questo mestiere – racconta Daniele, serafico – servono molta calma e pazienza, unite a grande precisione. È un lavoro che io amo molto, perché si sposa perfettamente con il mio carattere e la mia indole tranquilla». In realtà, la strada per arrivare fin qui non è stata così immediata. Non per Daniele almeno, che, a differenza della sorella, iscritta alla Scuola d’Arte Fantoni, sceglie prima un liceo scientifico e poi frequenta l’Università di Filosofia. Esperienza, quest’ultima, che dura un solo anno, il tempo di capire che le ore passate al laboratorio del padre, durante le lunghe estati, sono la strada giusta, quella che segna l’inizio di una nuova passione.

«Dorare le cornici, gli specchi o gli oggetti è un lavoro che ci appassiona sinceramente – prosegue l’artigiano, con le dita affusolate sporche di gesso – perché ci vuole molta concentrazione e il risultato è davvero sorprendente. La qualità della vita poi è altissima, perché il tempo è dilatato, mai contratto come in una corsa all’ultimo secondo».

Ma come si aggiusta una cornice? «Dipende – prosegue Daniele, sorridendo – perché a seconda del risultato che si vuole ottenere, cambia la tecnica». Per esempio c’è la doratura a guazzo, per cui ci vogliono stucco, bolo (una terra argillosa solitamente di colore rosso) e una foglia d’oro da applicare con un movimento secco, e dolce allo stesso tempo. Oppure c’è la doratura a Missione per la quale serve un mastice speciale. Un segreto dell’artigiano è la sua barba, su cui passa la pennellessa prima di raccogliere la foglia d’oro zecchino. «Questo passaggio rende la pennellessa elettrostatica – svela l’artigiano – così è più semplice raccogliere la foglia da adagiare sulla superficie da dorare».

E che Daniele sia soddisfatto del suo lavoro, nonostante la crisi economica, lo rivela il fatto che consiglierebbe il mestiere di doratore anche ai più giovani. «Certo, non si devono avere troppe ambizioni economiche – termina l’artigiano, sorridendo – ma è un lavoro che sopravvivrà a tutto, perché è manuale e, in quest’epoca del 2.0, non potrà essere soppiantato da macchine o applicazioni digitali».