Quello che è andato distrutto
quando sono state costruite le Mura

Tra i nostri gioielli cittadini, in primo piano vi sono certamente le nostre Mura, che, al di là dell’importante nomina a patrimonio Unesco – che, ricordiamo, non contempla solamene la fortificazione cinquecentesca ma tutta la Fortezza di Bergamo, intesa come unità a sé e sito transnazionale con quelli veneti, croati e montenegrini -, rappresentano di per sé un orgoglio per tutti noi bergamaschi. Le Mura sono state studiate da insigni studiosi, tra cui emerge senza ombra di dubbio l’architetto Labaa, i cui contributi costituiscono una sorta di “Bibbia” per chiunque volesse conoscere e comprendere l’articolato sistema fortificato di Bergamo. I bergamaschi le Mura le vivono, le passeggiano, le corrono, le “sfruttano” quale terrazza panoramica privilegiata. Per tutti questi motivi, molti danno per scontato che prima delle Mura non ci fosse altro che il tavolato verde degli spalti o, al limite, qualche modesta emergenza architettonica di nessun pregio. E invece no.

Le Mura, o meglio chi le ha progettate ed innalzate, hanno abbattuto molte case e dimore, orti e giardini, chiese e conventi di secolare memoria. Le cronache parlano di ottanta case in Borgo Canale, di quaranta in S. Domenico, di 57 in Pelabrocco/Pignolo e ancora di ottanta in S. Lorenzo. Si stima che, a dieci anni dall’inizio dei lavori, le case rimaste fossero soltanto 549 (distrutte 213) e a vent’anni 445 (distrutte 317), ovvero poco più della metà di quelle esistenti alla posa della prima pietra avvenuta l’1 agosto del 1561. In soli tre mesi dall’inizio dei lavori venne tracciato il circuito della fortezza, che misurava 5.417 metri, e alla fine del 1565 era stato realizzato il tratto nord che andava da Porta Sant’Alessandro al baluardo di San Lorenzo. Entro il 1574 erano stati ultimati gli undici baluardi e le cinque piattaforme e nel 1590 i lavori si poterono dire ultimati, con cinque porte, 32 garitte, cento bocche di cannone e due polveriere. La fortezza si stagliava sulla pianura, alta tra gli 8,7 e i 20,88 metri, e rimaneva preventivamente isolata grazie alla creazione di una “fascia di rispetto”, ovvero un’area in cui era proibito edificare al fine di garantire il presidio della guarnigione ed evitare l’annidamento di truppe nemiche e il conseguente assalto. La sua ampiezza è ancora oggi testimoniata dall’ultima iscrizione su pietra superstite non latius, posta ai piedi della Scaletta della Noca e laterale a piazza Giacomo Carrara, che indicava il punto a partire dal quale il terreno doveva essere lasciato sgombro da abitazioni o caseggiati di alcun tipo.

 

[Pietra non latius ai piedi della Scaletta della Noca (di Maurizio Grisa)]

 

Fu così che i bergamaschi, in poco più di mezzo secolo, videro stravolgersi il millenario tessuto urbano, privato di terreni da coltivo, orti, giardini, siepi, chiese e conventi. Per questo il malcontento si diffuse. Ma la rabbia aumentò ulteriormente quando venne posta una duplice imposizione ai cittadini: garantire l’ospitalità ai cento soldati della guarnigione e ai cinquanta archibugieri che difendevano i lavoranti/demolitori (2.500 guastatori, cento mastri da muro, sessanta marangoni e trecento picaprede) e partecipare attivamente alle esercitazioni militari per essere pronti in caso di allarme (lanciato al suono della campanella) a difendere la fortezza, proprio colei che da alleata era divenuta la loro peggiore nemica. Ma vediamo quali furono gli edifici religiosi dislocati lungo la fortificazione distrutti e mai più ricostruiti.

 

Basilica Alessandrina

 

È sicuramente l’edificio più compianto della storia di Bergamo, demolito insieme a ottanta case di borgo Canale nella notte dell’1 agosto 1561. Viene documentata a partire dall’anno 774, ma la sua titolazione la fa risalire a secoli prima, in quanto custode dei resti del martire Alessandro, morto alla fine del III secolo d.C. ed eletto compatrono di San Vincenzo per Bergamo e dintorni nel 1561, fino a divenire l’unico titolare della città nell’anno 1689 con atto ufficiale del 4 novembre a opera del vescovo Daniele Giustiniani. È considerata, a ragione, la prima chiesa paleocristiana della città, sede del capitolo omonimo e parte di un complesso sistema di edifici – la chiesa di San Pietro, la residenza del vescovo, la canonica e lo xenodochio – che causarono l’acceso antagonismo con il capitolo della chiesa di San Vincenzo, dopo la conversione longobarda al credo cristiano nel VI secolo. In ricordo della sua importanza è stata eretta, nel 1621, poco più a monte del sito effettivo, una colonna con frammenti romani in granito di Numidia.

 

Chiesa di San Giacomo

Poco o nulla si sa di questa chiesa vicinale, citata per la prima volta nel 1172 e abbattuta nel secondo semestre del 1561. Le verrà intitolata la nuova porta sorta nelle vicinanze e la chiesa che ne erediterà temporaneamente le veci sarà quella della Madonna di San Giacomo, poi rinominata San Giacomo alla Porta, comunemente nota come Chiesa del Giglio.

 

Convento dei santi Stefano e Domenico

Nulla resta di questo splendido complesso monastico domenicano dedicato al santo fondatore dell’Ordine e a santo Stefano, per il quale per preservarlo si era addirittura pensato a una muratura contenitiva a forma di tenaglia. I Domenicani arrivarono lì nel 1226, provenienti dalla chiesa di San Vigilio sul monte omonimo, e riedificarono il complesso a partire dal 1244. Al suo posto, sul Prato di San Domenico, verrà costruito parzialmente un avamposto fortificato detto il Fortino, a difesa della porta e del baluardo di San Giacomo, ritenuto il punto debole della cinta murata, ma mai ultimato e tanto meno utilizzato. Il trasferimento dell’Ordine presso l’attuale complesso di San Bartolomeo, occupato dagli Umiliati de Rasulo dal 1307, venne loro concesso nel 1571 dal papa Pio V dopo una breve permanenza dei Padri presso la chiesa di San Bernardino in Borgo San Leonardo e a Urgnano presso il convento della Basella.

 

Chiesa di San Lorenzo

La chiesa risaliva al secolo VIII e «viene definita riguardevole non solo per la di lei fabbrica, ma ancora per i tesori spirituali che in essa godevano i fedeli». Citata dagli statuti e da varie fonti, anche a causa della sua posizione che la poneva tra la vicinia di Canale e quella omonima di San Lorenzo, viene demolita nel 1561 e ricostruita poco più a monte entro la fine del 1600. In sua memoria, nel 1627 venne eretta una colonna di ordine toscano su piedistallo, con cartiglio a metà del fusto e sovrastato da uno stemma in marmo di Zandobbio, oltre a intitolarle la nuova porta aperta sui bastioni settentrionali in direzione delle valli bergamasche. Le sorgeva accanto un ospedale, dismesso e unito a quello Grande di San Marco già nel 1458.

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