Raffaele Scuri, fabbro di Città Alta
che modella delle poesie di ferro

Foto di Sergio Agazzi

 

La Bottega del Fabbro di Raffaele Scuri, in Piazza Mercato del Fieno in Città Alta, è un luogo d’altri tempi. Appena ne varchi la soglia sei immediatamente catapultato in un mondo altro: di cavalieri e spade, di nobildonne e case raffinate. Ti aspetti che d’un tratto entri un palafreniere, o il guardiano di un tesoro nascosto con pesanti chiavi e chiavistelli da sistemare. Nella realtà, entrano coppie di turisti incuriositi da quest’arte antica e molti volti di Città Alta che ogni giorno passano per un caffè, due parole sulla notizia del giorno, ma soprattutto per guardare. Sì, esistono gli umarell da bottega!

 

 

Il fabbro, Raffaele Scuri, ci aspetta a braccia conserte, come a voler trattenere l’energia che gli sarà poi necessaria per lavorare: indossa giacca e jeans, ma non stupirebbe vederlo con abiti di un’epoca passata. Questo è un luogo dove arte, artigianato, fisica e sensibilità umana si incontrano e prendono la forma unica e irripetibile di un oggetto in ferro battuto: la testiera di un letto, la cancellata di un palazzo, la lampada di un museo. Qui, dall’inizio del secolo scorso (la prima bottega risale al 1904), si sono succedute quattro generazioni di artigiani che, a colpi di martello, sudore sulla fronte e passione nello sguardo, hanno accompagnato la nuova vita dei giovani sposi che mettevan su casa, sognando fosse bella e forte come l’amore che li animava. «Oggi purtroppo non è più così – sottolinea con apparente distacco Scuri -, il “per sempre” è poco praticato: non c’è più la casa della vita, tanto meno l’amore. La gente si sposta, cambia città, nazione e non costruisce più nulla da tramandare. Il nostro lavoro è cambiato, ma non tanto per l’industria, i grandi magazzini, le offerte scontate, piuttosto per gli esseri umani e per la loro tendenza a vivere nel qui e ora, dove gli investimenti, soprattutto in termini di relazioni umane, sono sempre più fragili e fugaci».

Nelle parole di Raffaele si mischiano durezza e malinconia, una sorta di rassegnazione che a tratti toglie il fiato e sembra non lasciar più spazio alla meraviglia. Sarà il fuoco a riconsegnarcela un attimo dopo. Il fabbro di Città Alta si sfila la giacca, con fare deciso ravviva il fuoco e vi immerge una lunga sbarra di ferro. Noi restiamo immobili, preoccupati di non disturbare. Bastano sei colpi di martello, il ritmo delle sue braccia esperte, l’apparente leggerezza di un gesto imparato guardando, sbagliando, riprovando ancora, per assistere alla nascita del ricciolo, perfetto e diverso da tutti gli altri, della ringhiera di un terrazzino. Solo ora, lui sorride soddisfatto: «La parte più interessante di questo lavoro è trovare la strada giusta per realizzare qualcosa che sembrava impossibile». Non si tratta solo di usare mani e attrezzi: occorre riflessione, tenacia e il senso del bello. Occorre quello che Alda Merini chiamava “lo sguardo poetico” e cioè la straordinaria attitudine di far “uscire” la poesia da un oggetto inanimato. Chissà come si può insegnarlo… Chissà se qualcuno ha ancora voglia di impararlo…
Che poi Raffaele è un figlio d’arte: suo papà Pietro subentrò al nonno negli anni ’60 portando qualche innovazione tecnica e nei macchinari, e soprattutto la poesia. Infatti, Pietro Frér è anche la firma di un poeta dialettale che ha saputo far canto della dura vita del fabbro.

«A l’mör e l’fà sènder urmài chèl carbùa l’sèra bütiga,
l’è stràch pò a ‘l frér, ma dét a chi öcc a s’ved la passiù insèma al piassér d’ì facc ol doér;
in mès al sò mónd e a chèla armonia,a l’canta piö ontéra la sò poesia
»

(dal libro di poesie di Piero Frér).

Portare in casa un oggetto realizzato nella bottega di Raffaele Scuri è un atto di fede: nella bellezza, nel lavoro, nel futuro e nella poesia.

Lascia un commento

Devi loggarti per pubblicare un commento.