Se Raffaello fosse stato qui…

In copertina, veduta di Bergamo del Seicento.

 

Siamo tutti in fervida attesa per l’inaugurazione della mostra Raffaello e l’eco del mito, che si terrà nei locali GAMeC dell’Accademia Carrara dal 27 gennaio al 6 maggio prossimo. Un’esposizione attesa, elaborata, complessa, ricca a quanto pare, e che inaugura la stagione, o meglio il biennio 1518-1520, in cui si vuole festeggiare il cinquecentesimo anniversario dalla morte del grande artista (1520-2020), tra i più grandi del panorama rinascimentale italiano. Oltre al maestro urbinate, saranno presenti anche opere di altri grandi dell’arte, che vogliono ribadire di come la mostra non sia dedicata unicamente a Raffaello, ma anche aull’esperienza maturata grazie alla sua produzione dalla sua morte – con una pausa barocca – fino ai giorni nostri.

Proprio per questa occasione ci siamo chiesti: e se Raffaelo durante la sua vita fosse giunto a Bergamo, armato di tela e cavalletto, dove sarebbe stato, o meglio cosa avrebbe visto nella nostra città? Cosa esisteva all’epoca di una sua improbabile venuta (1500-1520)? Cosa, invece, non era stato ancora costruito?

 

La pala di Lotto, allora collocata nel convento dei Santi Stefano e Domenico

 

In Borgo San Leonardo e via Sant’Alessandro. Ebbene, immaginando il suo arrivo dalla direttrice Firenze-Roma, lo vediamo percorrere il popoloso e affollato Borgo San Leonardo, tra botteghe, manifatture e ambulanti, e risalire l’attuale via Sant’Alessandro, all’epoca contrada di Santo Stefano, che per fortuna sua vedeva ancora innalzata nella parte a ridosso delle mura medioevali l’imponente mole del convento domenicano dei Santi Stefano e Domenico, demolito con la costruzione della fortificazione veneziana nel 1561. Probabilmente sarebbe entrato nella chiesa, che vedeva la pala Madonna e Santi di Lorenzo Lotto ancora collocata sull’altare maggiore del tempio e oggi nella chiesa di San Bartolomeo.

Chiaramente non avrebbe notato, in quanto non ancora edificati, la chiesa del Giglio, il casello del dazio all’imbocco di via Tre Armi, la porta di San Giacomo e il palazzo Medolago Albani, sul cui sito, invece, esistevano caseggiati in cui era vissuto il vescovo Bucelleni. Invece avrebbe visto in lontananza, oltrepassata la porta medioevale di San Giacomo, la chiesa di San Giacomo, anch’essa distrutta con le nuove mura, e risalendo per la via omonima, la fontana vicinale oggi su strada, ma inglobata all’interno di un’abitazione.

In Città Alta. Oltrepassata la schiera di palazzi e la cortina di case lungo la via sarebbe giunto in piazza Mercato delle Scarpe, che all’epoca vantava un’altra titolazione, e percorsa la via Gombito avrebbe sicuramente notato la chiesa di San Pancrazio affacciata sulla sua piazzetta, priva dell’elegante fontana isabelliana. Nel tratto fino alla torre di Gombito e forse anche fino a piazza Vecchia, all’epoca di tutt’altra denominazione, avrebbe incontrato personalità nobili ed altolocate, riccamente vestite ed adornate secondo la moda veneziana, trattandosi del quartiere vicinale, questo di San Pancrazio, tra i più antichi della città. Basti pensare che si deve alla famiglia dei Bonghi, gli affittuari di Lotto in San Michele al pozzo Bianco, la costruzione nel Medioevo dell’ex convento di San Francesco, posto nella stessa vicinia a pochi passi nella piazza Mercato del Fieno.

In Piazza Vecchia, Ed eccolo dunque nel cuore civico e politico di Bergamo, la piazza dominata dal Palazzo della Ragione, dalla Torre Civica, dalla Casa del Podestà (edificio medioevale e rinascimentale), ma praticamente quasi vuota rispetto ad oggi, perché priva della fontana Contarini, degli affacci barocchi e neoclassici, all’epoca interessati da logge lignee e tendoni posticci, e dal palazzo Nuovo, l’odierna biblioteca civica. Si, ma cosa c’era che compensava ampiamente questi ammanchi? Caspita, l’intervento pittorico sul fronte di Casa Suardi di un suo illustrissimo collega, nonché quasi concittadino sebbene nato in provincia, Donato Bramante, che nel 1477 – prima di lasciare Bergamo per Milano al servizio del Moro – affresca la facciata dell’edificio con i filosofi dell’antichità inseriti in architetture prospettiche! E poi stemmi, emblemi di podestà e capitani veneziani in ogni dove.

 

Foto di Kacper K.

 

Varcato il passaggio che connetteva la piazza con quella ben più prestigiosa del Duomo, non mancando di dare uno sguardo allo scranno in pietra del tribunale sotto il portico del palazzo comunale (diverso da quello attuale), ecco dinanzi a lui la cappella di Bartolomeo Colleoni, la Basilica con il protiro gotico di Santa Maria Maggiore e, di nuovo fortuna sua, il cantiere del Duomo di Bergamo. Quindi niente battistero ed Episcopio.

Un incontro con Lotto? A questo punto quale direzione poteva prendere? O quella di una delle tante osterie della città lungo la Corsarola alla ricerca di un alloggio, ma non ce lo vediamo, dato che sicuramente sarebbe stato ospite di qualche personalità illustre! Ma chi? Un nobile, un podestà, un capitano veneziano? O forse un amico con cui aveva lavorato a quattro mani a Roma nelle stanze vaticane? Quel Lorenzo Lotto, che sicuramente avrebbe trovato intento a lavorare contemporaneamente sulle due pale oggi nelle chiese di Santo Spirito e di San Bernardino. E se fosse così anche lui non avrebbe potuto che constatare di essere in compagnia di un altro genio, sebbene inquieto, del Rinascimento italiano.

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