Romanzo d’una famiglia di librai
Dal 1870 nel cuore di Alzano

La piccola libreria sta in questa via storica di Alzano, davanti alla piazza dove si affaccia la parrocchiale di San Martino. Un luogo suggestivo. Vende anche quaderni, penne, fogli, pastelli, fa anche da cartoleria. Se non è la più antica libreria d’Italia, poco ci manca. Il negozio venne aperto nel 1870. Oggi lo porta avanti Antonio Terzi, che ha 48 anni e prosegue la tradizione di famiglia. Con grande passione, al punto che è vicepresidente di tutti i librai d’Italia iscritti alla Confersercenti. Dice Terzi seduto in questo bar davanti a un caffè (accanto c’è una colonna del 1420, questo paese è pieno di storia. Ci si rende conto?): «All’inizio era un negozietto, era più importante il magazzino che stava dietro. C’erano i libri, certo, ma soprattutto si lavorava con la carta come sacchettificio, si facevano le cartoline della valle, si era anche tipografi e rilegatori. Poi le cose nei decenni si sono modificate, la vendita ha preso più spazio, per i libri ma anche per la cartoleria. Oggi la gente entra nel negozio con la mentalità degli scaffali del supermercato, vuole vedere, vuole toccare, scegliere. Una volta si andava dal negoziante e si chiedeva. Quindi abbiamo rimpicciolito il magazzino e ampliato il settore della merce esposta e in vendita».

 

 

Lei è cresciuto nel negozio.

«Sì. Uno dei primi ricordi della mia vita è qui, è il periodo di Natale e io aiuto mettendo in fila le statuine del presepe. D’altronde abitavamo a trenta metri, nella via. Quando ero bambino il paese era pieno di botteghe, era normale che io le girassi, che andassi dal macellaio, dal lattaio, dal fornaio, anche se ero piccolo. Il mio impegno di lavoro nel negozio è cominciato quando avevo sedici anni, nel 1986».

La tradizione arriva dal papà o dalla mamma?

«Dalla mamma, che era una Bonacina, ma la sua mamma – mia nonna – era Nani, e i Nani avevano aperto il negozio in quello storico 1870. Purtroppo la mamma non c’è più dal 1989. Il papà ha continuato, fino al 1995. Poi sono subentrato io».

E ha cambiato direzione?

«No, non direi. Ho potenziato la libreria, quello sì. Ho dovuto limitare il magazzino. E poi ho dovuto affrontare l’invasione dei centri commerciali che stanno svuotando i centri storici dei paesi. Noi fino agli Anni Novanta eravamo un negozio di nicchia per la zona, ce la cavavamo bene. Poi sono arrivati i grandi centri con un’offerta enorme di prodotti anche del nostro settore».

Da allora è una battaglia. Davide contro Golia.

«Eh, sì. Bisogna trovare un senso, essere propositivi e concorrenziali».

Come fate?

«Bisogna capire i bisogni della clientela. Per esempio organizziamo dei corsi, tipo “scrapbooking”, con carta e cartoncino, cose creative. Ci impegniamo ancora nella scolastica per elementari, medie e superiori. Seguiamo ancora i libri, il crollo temuto per via di Internet e degli e-book non c’è stato. Anche in questo campo è necessaria molta attenzione, seguiamo in particolare le novità».

Alzano è un paese bellissimo, ma sembra che si stia ingrigendo.

«È un fenomeno che riguarda tutti i nostri paesi. Quando ero bambino uscivo per strada al mattino e al pomeriggio e c’era in giro tanta gente, mamme che andavano a fare la spesa, ragazzi che giocavano, uomini che andavano al bar. Oggi in certi momenti è un mortorio. Tanti negozi hanno chiuso e la gente dice: “In paese non si trova più niente”. E un po’ è vero. In tutto il paese, tredicimila abitanti, saranno rimaste cinquanta attività, di cui dieci sono bar. Siamo così contenti di avere dei paesi fantasma? I politici sono soddisfatti di questo risultato?».

E come si può fare?

«Bisogna portare un riequilibrio tra grande e piccola distribuzione. A meno che si decida che i centri storici dei paesi debbano languire e morire. Ogni tanto leggo che l’apertura del supermercato X porterà cinquanta posti di lavoro, per esempio. Ma quanti posti di lavoro abbiamo perso con la chiusura di decine, di centinaia di negozi nei nostri paesi? E quante tasse in meno vengono versate nelle casse pubbliche? Quanti affitti vengono azzerati? Un paese senza commercio è un paese meno attrattivo, più povero».

Ci vuole un nuovo equilibrio.

«Sì. Prenda questa proposta della chiusura domenicale della grande distribuzione: non è da buttare via. Se il centro commerciale è chiuso, magari la gente si ricorda che esiste un centro storico della città o del paese, che ci sono bar e negozi, e magari ci torna. C’è bisogno di una politica strategica, non bastano gli aiutini ai commercianti, le feste e le bancarelle ogni tanto».

I politici da vent’anni dichiarano: basta centri commerciali.

«Ma poi continuano ad aprire. Adesso arriverà pure Aldi vicino all’Esselunga di Nembro, e pure un McDonald. Il Comune incassa gli oneri di urbanizzazione, certo. Ma si pensa che questa scelta non impoverisca poi i paesi? Che non li svuoti? Guardi, come Confesercenti abbiamo fatto dei conti: nel 2018 l’Istat ha indicato 550 mila nuovi assunti nel commercio; peccato che nessuno dica che nello stesso periodo si sono registrate 640 mila cessazione di rapporti di lavoro. Chi ci guadagna davvero alla fine?».

Passiamo ai libri.

«Altro settore in difficoltà, però ancora vivo. Anche qui si soffre per le chiusure. Sedici milioni di italiani vivono in un paese dove non esiste una libreria, e questo numero va aumentando di anno in anno. Nel 1981 in Francia si fece una legge che fissava al massimo gli sconti sui libri al cinque per cento: questo ha salvato le librerie. In Germania è vietato fare sconti. Nel 2019 in Italia siamo al quindici per cento, che può arrivare al venti per campagne particolari. Ora si sta trattando per arrivare a una nuova normativa, abbiamo incontrato il ministro, speriamo bene. Mentre in Italia il numero di librerie crolla, in Francia cresce. In Italia solo il quaranta per cento delle persone legge almeno un libro in un anno. In Germania e Francia siamo all’ottanta per cento. Il libro è importante per l’economia. Chi non legge non va a teatro, non va a mostre, all’opera, forse nemmeno al cinema. Forse è il momento di fare qualcosa».

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