Un antico santuario celtico
alle sorgenti del Brembo?

Prima che un governatore generale dell’India lo ribattezzasse nel 1865, il nome dell’Everest era Chomolangma, Madre dell’Universo, come lo chiamano i Tibetani (i Nepalesi, invece, Sagaramāthā, Dio del cielo). Le sommità, i passi, le vette dei monti, per la loro altitudine che li rende luoghi inaccessibili, simboleggiano da sempre, in tutte le culture, il contatto con il divino. Così le montagne spesso accolgono i simboli sacri e profani che l’uomo, nella sua storia, ha eretto. Le Orobie bergamasche non sono da meno.

 

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Le incisioni rupestri sopra Carona. Anche le Orobie di Bergamo conservano alcuni di questi luoghi. Nell’Alta Val Brembana, i blocchi di pietra crollati dalle pareti rocciose hanno offerto ai frequentatori dei pascoli delle specie di lavagne naturali su cui incidere figure e iscrizioni. Le più lontane nel tempo risalgono a oltre 20 secoli fa, ma ce ne sono anche di più recenti. Sopra Carona, fra i 2100 e i 2400 metri, si trovano molte di queste testimonianze rupestri. Croci, cuori, nodi di Salomone e stelle a cinque punte sono i simboli più frequenti, ma non mancano rappresentazioni di uomini armati di epoca medievale e moderna.

Reperti di parole e di oggetti al Passo di Valsecca. Più in alto si raggiunge il Passo di Valsecca, importante punto di comunicazione con la Val Seriana. Il luogo, si è scoperto, era frequentato sin dall’antichità. I frammenti di parole recuperati qui sono in un alfabeto arcaico, testimonianza delle antiche popolazioni che abitavano i territori montani di Bergamo già tre secoli prima di Cristo. Tra gli oggetti ritrovati: una fibula, cioè una spilla per indumenti, e dei pezzi di bronzo anticamente usati come moneta.

 

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Il santuario celtico. A guardarsi intorno, si distingue, nel pendio, un enorme masso monumentale. Una roccia di 16 metri quadrati che gli archeologi hanno chiamato CMS1. Isolata, domina la valle Camisana, alle sorgenti del Brembo. Su di esso la figura di un pastore circondato da lupi con gli artigli in evidenza e fauci spalancate. Testimonianza di un frammento di vita alpina. A fianco, un personaggio che indossa una lunga tunica e regge un bastone, forse un sacerdote in preghiera. Più in basso, le scritte decifrate più importanti, testimonianze di devozione per le divinità dei monti e del transito: invocazioni in lingua celtica al dio Pennino, la più importante divinità celtica, considerato il protettore dei pericoli della montagna. Gli archeologi non hanno dubbi, si tratta di un santuario naturale dedicato alle divinità dei monti.

 

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Gli archeologi bergamaschi all’opera. Stefania Casini, direttrice del Museo Archeologico di Bergamo dal 1988, specializzata in archeologia preistorica, dirige una campagna di scavo in queste zone. Dopo la prima segnalazione del 2006, ogni anno, in estate, la squadra raggiunge il sito. Data la posizione in quota, il luogo è accessibile soltanto durante i mesi più caldi. Ogni intervento dura circa 15 giorni, durante i quali vengono eseguiti rilevamenti, effettuati i calchi delle incisioni  e piccoli scavi. Nel periodo delle operazioni  si dorme al Rifugio Longo, ogni mattina e ogni sera sono due ore di cammino, con strumentazione in spalla.

Il materiale raccolto è spedito in parte a Lecce, all’Università del Salento, per la datazione con il metodo del radiocabonio, e in parte all’Università di Pisa, dove Filippo Morra, professore di Filologia celtica, studia e decifra le iscrizioni. Ogni uscita ha un costo di circa 8mila euro. I fondi sono molto limitati ma fino ad oggi è stato possibile mantenere in vita il progetto con il contributo della Regione, di Bergamo e del comune di Carona. Salvare dall’erosione un pezzo di storia del territorio e insieme portare avanti la ricerca sulle antiche popolazioni è la missione del Museo Archeologico, per ricordarsi di quando, tanto tempo fa, i Bergamaschi erano Celti.

Una risposta a “Un antico santuario celtico
alle sorgenti del Brembo?”

  1. Tarcisio Bottani

    Le relazioni sulle indagini e gli studi condotti sulle incisioni e iscrizioni rupestri della Val Camisana da Stefania Casini, Filippo Motta (non Morra) e Angelo Fossati sono riportate sui numeri 3, 9 e 13 di Quaderni Brembani, annuario del Centro Storico Culturale Valle Brembana, consultabili anche online su http://www.culturabrembana.com.
    La prima segnalazione del parco archeologico si deve a due soci del Centro Storico: Francesco Dordoni e Felice Riceputi (il compianto presidente dell’Associazione).
    Tra le centinaia di graffiti sono state individuate alcune iscrizioni in alfabeto leponzio, risalenti al III sec. a. C. che costituiscono la prima fonte scritta che si conosca relativa alla Valle Brembana. Inoltre il prof. Motta ha verificato che nelle sequenze incise in alfabeto leponzio, compaiono lettere appartenenti all’alfabeto camuno e ha ipotizzato che in quella zona accanto ai Celti golasecchiani vi fossero anche dei Camuni, eventualità da non escludere, dato che la Val Camisana è agevolmente raggiungibile dalla Val Camonica attraverso la Val Seriana.

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